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Up

Copertina Up di Peter Gabriel

Peter Gabriel

Per Natale il mio amico (e fornitore personale di whisky raro) Andy Murray mi ha regalato questo doppio vinile e ciò dimostra tre cose:

1) Gli scozzesi sono tutt’altro che avari;
2) Natale viene solo una volta l’anno…
3) Peter Gabriel, di cui io sono un tiepido ammiratore, è un inglese colto, raffinato e di buon gusto.

Sulla copertina c’era attaccato un piccolo post-it recante la seguente dicitura: “Esso” lo ha fatto di nuovo!
Diavolo di uno scozzese!
La definizione “Esso (It)” gli deriva dal personaggio Rael creato dallo stesso Peter per il suo ultimo disco con i Genesis: The Lamb Lies Down On Broadway.
Ma anche per la verosimile recitazione nel mai superato videoclip: Monkey; “lo ha fatto di nuovo!” naturalmente è riferito alla buona riuscita del suo nuovo lavoro.

UP l’ho ascoltato con attenzione mentre registravo una cassetta da riascoltare in macchina ed è volato.
Da anni ormai non ascoltavo un capolavoro moderno.
Proprio in automobile ho cominciato ad apprezzarne alcune caratteristiche assolutamente peculiari.

UP è ottima musica che scorre liscia e gradevole come seta sul viso. In ogni brano vi è una chicca, una sorpresa, un nuovo fiore da godere con la vista e con l’olfatto.
Ma non sempre la cosa balza immediatamente all’orecchio.
Come nella notte: bisogna restare in ascolto, con i nervi rilassati ma i sensi all’erta ed analizzare i suoni che popolano il buio. Solo così udremo, fra i grilli nell’erba, i passi felpati di un gatto che cerca la sua preda.

Uno dei segreti di questo disco è racchiuso negli arrangiamenti.
Sono sicuro che il signor Peter “Real World” Gabriel abbia dato fondo a tutta la sua esperienza di… uomo di mondo per cercare la miscela giusta per i suoi brani.
È per quello che anche i suoni “semplici” (comunque accuratamente scelti) vanno ad incastonarsi precisamente, perfettamente nel complesso di elementi che compongono la sua musica.
Si capisce, ascoltando UP, che ogni scelta è stata curata, ponderata, interiormente discussa ed infine realizzata, magari poi nuovamente cambiata, ma mai per caso.
Un po’ come per i cocktails: a parità di ingredienti la differenza la fa il barman.

Chi conosce il suo stile sa già di cosa parlo, chi invece lo ignorasse deve sapere che questo artista è uno fra i più originali, creativi ed eclettici del pianeta pop/rock e questo vuol dire: talento, ricerca, lavoro.
Le persone come lui perseguono un risultato esatto, realizzano idee concrete, esprimono concetti possibili.
Tutte le canzoni sono ben strutturate, dense di contenuti e musicalmente nuove.
Ma è la musica che nel suo insieme diviene saporoso messaggio.
Talvolta sono le montagne rocciose ad esplorare il nostro palato, talaltra l’oriente ci dona i suoi aromi ponendosi in retrogusto, mentre la voce del cantastorie Peter ci narra la vita.

Concludo: UP è un ottimo disco di musica contemporanea.
Esso deve essere un riferimento per i giovani, per i critici e per tutti coloro che hanno perso la fiducia nei musicisti di oggi.
Io dico: «quella è la strada da seguire!».

Degno di menzione è l’uso del pianoforte Bosendorfer, il quale conferisce rotonda dolcezza nei brani in cui viene usato; ospite del nostro vi è addirittura The London Session Orchestra, la quale non si esprime mai in modo melenso, ma sempre pertinente; gustosa sorpresa in Sky Blue sono: The Blind Boys of Alabama, grazie al loro incredibile apporto vocale.
Il disco suona bene nonostante la registrazione sia avvenuta su di un hard disc drive.
Gli strumenti, benché sintetici, sono intelligibili e paradossalmente ben collocati in uno spazio senza aria.

Il vinile è un doppio Quiex della Classic Records da 180 gr.
È dinamico e silenziosissimo, superiore in ogni parametro confrontato con l’ottimo CD, specialmente per quanto riguarda la fatica di ascolto.

Antonio Scanferlato
antonioscanferlato@piuchepuoi.it



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