Un professore universitario un giorno si recò in visita a un maestro zen giapponese, per chiedergli delucidazioni sullo zen.

Fin dall’inizio il maestro capì che quell’insegnante non era realmente interessato all’apprendimento dello zen: ciò che gli stava a cuore era dare sfoggio della sua stessa conoscenza e delle sue profonde opinioni.

Il maestro lo ascoltò pazientemente e infine propose di prendere un tè. Versò il tè al suo illustre ospite e una volta riempita la tazza, continuò a versare.

Il professore lo osservava stupefatto, mentre la tazza iniziava a traboccare e il tè si versava dappertutto. Infine non potè più trattenersi: “la tazza è piena, non ci sta più nulla!”

“Proprio come questa tazza”, replicò il maestro, “lei è già colmo delle sue opinioni e delle sue concettualizzazioni. Come posso mostrarle lo zen se lei, per prima cosa, non svuota la sua tazza?”

Perché ti ho raccontato questa storia?

Forse l’hai già sentita o letta da qualche altra parte, poco importa, io la rileggo sempre molto volentieri e oggi, alla luce delle piacevoli riflessioni in un incontro tra famiglie, mi ha dato spunto per tornare sul tema dell’amore.

Una delle cose più grandi che ho imparato in quest’arte è rappresentata dal porsi umilmente in relazione con gli altri, siano essi tuoi amici, colleghi di lavoro, allievi o maestri in qualunque attività tu abbia scelto di intraprendere nel tempo libero.

Umiltà da non confondersi con sottomissione o porsi al servizio di qualcun altro a mo’ di zerbino (come il celebre Fantozzi con la signorina Silvani, ricordi?), quanto nella capacità di denudarsi spiritualmente al prossimo, a partire dal proprio partner o dai genitori, nel desiderio di imparare sempre qualcosa.

Metaforicamente “svuotare la propria tazza” significa proprio questo: rispettare le altrui conoscenze e modi di essere, le altrui idee e opinioni… e farne tesoro!

Lo zen ci insegna che in qualunque campo della vita (soprattutto nelle relazioni) dobbiamo evitare i preconcetti o condizionamenti dovuti al nostro carattere e al vissuto personale.

Svuotiamoci dalle nostre opinioni, da quello che pensiamo e lasciamo parlare chi abbiamo di fronte, lasciamolo esprimere per quello che è, per la sua vera natura. Questa credo si chiami veramente “libertà di espressione”!

Nell’amore questo messaggio è ancor più nitido, cristallino: quando amiamo una persona e scegliamo di passare il resto della nostra vita con lei (a maggior ragione se questa scelta è legata alla sacralità del matrimonio) dobbiamo mettere in conto di imparare.

Dobbiamo metterci in gioco, aprirci, denudarci (attenzione senza però snaturarci).

Possiamo imparare a usare la lavastoviglie piuttosto che a pulire o mettere in ordine quando ce n’è bisogno, oppure a rifare il letto come si deve… giusto per citarti qualche esempio che ieri sera ha scatenato le rivendicazioni dei mariti.

Dopo molti anni come praticante di arti marziali, ho compreso il significato intrinseco della parola insegnante. Quando ho iniziato la mia avventura come istruttore di Karate ho capito che il concetto di insegnante che impara dalla lezione che impartisce è qualcosa di speciale, fondamentale, che dà una forte scossa emotiva nel proprio modo di essere, di porsi con gli altri.

Ho insegnato a bambini, adolescenti, donne e uomini adulti, operai e professori, neofiti ed esperti e da ognuno di loro ho imparato moltissimo. Ho allenato l’umiltà, la gioia di condividere esperienze e conoscenze, ho apprezzato ogni momento di felicità o di tristezza, di soddisfazione o di delusione.

Altalena di emozioni che ha giocato un ruolo chiave nelle relazioni della mia vita, fino a quando nel 1998 ho incontrato Francesca, la ragazzina che anni dopo ho sposato.

Ti confesso che anche con lei, all’inizio, ci sono stati momenti di confusione e di accese discussioni, ma a lungo andare, in modo fluido e naturale come l’acqua scorre nel fiume, ho scoperto che tutto mi è servito, onestamente, a:

  • smussare gli angoli dei miei difetti (chi non ne ha?)
  • vincere le paure e superare certi miei limiti mentali
  • accrescere il senso di gratitudine per la vita
  • rafforzare il mio grande amore per lei
  • trasformare i miei sogni in realtà

Più passo il tempo con Francesca più sento di imparare e più percepisco l’arricchimento interiore che una persona come me può ricevere ogni giorno!!!

Dopo aver imparato ad amare me stesso, dopo aver iniziato ad amare gli altri, ora voglio continuare a imparare, a svuotare la tazza ogni volta che incontro un nuovo maestro, un nuovo allievo, un nuovo amico.

Tutti siamo unici e speciali – non mi stancherò mai di dirlo – e nella nostra unicità dobbiamo rispettarci, ponendoci umilmente nei confronti dell’altro: solo così ritengo si possa veramente crescere nella difficile ma sempre più affascinante arte di amare e…

… chi altro vuole migliorare?

5 Commenti

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  • susanna

    il dramma dell’uomo non è solo di non saper vuotare la propria tazza… ma di non saperla riempire con quello che si ha di se stessi, e si cerca nell’altro qualcosa che riempia la TUA tazza… credo che solo una volta che si è imparato a riempire di sè la propria tazza, la si possa svuotare per accogliere quello che arriva dall’altro. questa è la mia opinione:). susi

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  • Sabrina

    Bellissima la storia della tazza!!
    Due considerazioni fatte ad alta voce:
    * Credo che (per me) la difficoltà di svuotare la tazza sia la paura di mettere in discussione le mie, non troppo granitiche, certezze; Insomma detto esplicitamente:
    Forse hanno ragione loro quando mi dicono che “..questa strada di analisi interiore e visione spirituale della vita è una gran c…a troppo faticosa ed inutile”
    * Se vivi circondato da persone che in alcun modo sono disposte a seguirti sulla strada dell’interiorità (secondo me per paura di migliorare la propria vita e perdere quindi i comodi alibi)come fai a scalfire questi muri??
    Non rispondermi con la pazienza ed il tempo perchè lancio un urlo che sentirai anche tu ovunque tu sia :o))
    Grazie per le opportunità di riflessione.

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    • stefano bresciani

      Dunque Sabrina, oggi sono a Brescia, se ti va di urlare perché non farlo? Nessuno te lo impedisce… tranne te!

      Comunque non rientra nelle mie intenzioni risponderti con frasi fatte sulla pazienza o sul tempo e dato che non sono un terapeuta, coach, insegnante spirituale o che altro (come ho già detto più volte), mi limito a dirti cosa farei io al tuo posto, sulla base del mio vissuto:

      1) cercherei di vincere la paura, di uscire dalla zona di comfort (come ho fatto molte volte) e mettermi in gioco, riflettendo ad esempio sullo scopo della mia vita, sui miei valori/certezze principali e scartando ciò che in questa fase non rispecchia la mia vera natura. Per rendere la strada meno difficoltosa e soprattutto utile (ritengo che nulla a questo mondo sia inutile, in particolare il lavoro sulla spiritualità!), basta solo fare un selezione naturale di ciò in cui crediamo e ciò che infastidisce, ci ostacola, ci fa perdere tempo (o almeno così ci sembra razionalmente), persone comprese. Gli altri posso dire quello che vogliono, per carità, ma siamo noi che dobbiamo scegliere se farci condizionare oppure se proseguire liberamente sulla strada che abbiamo iniziato a percorrere…

      2) i muri non si scalfiscono, sai quante volte ci ho provato? Persino coi miei genitori ho spesso lottato per farmi capire, ma da quando ho smesso di “forzare” quest’impellente voglia di dimostrare quanto sia bella la strada dell’interiorità, hanno iniziato a seguirmi loro, spontaneamente. Così è stato con alcuni amici e parenti, ancor più facile con tutte quelle persone che nel web sono spuntate come calamite col mio essere e modo di fare (grazie soprattutto ad articoli ed ebook). Questa per me è una grande gioia, un enorme successo, un forte segnale che il percorso iniziato anni fa, quando a stento svuotavo la tazza per poi riempirla (il più delle volte traboccava come nella storiella!), mi sta dando ragione e ripagando degli sforzi passati…

      Con l’augurio di averti reso le cose più chiare, ti ringrazio a mia volta per lo spunto di riflessione. Se tu avessi voglia di aggiungere altro sai dove trovarmi (qui oppure a Brescia :-)

  • Umberto

    Stefano anche questo articolo l’ho trovato stupendo e pieno di sentimento.
    Mi hai fatto venire in mente una cosa assolutamente vera che sto notando nel mio blog e nella mia attività off line: ed è una cosa che molto spesso la gente sottovaluta o ignora del tutto.
    Insegnare significa anche imparare!
    L’insegnante, qualunque cosa insegni, non potrà mai essere una persona che sa tutto e conosce ogni minima sfumatura, ecco perchè anche lui può sempre imparare qualcosa di nuovo e lo potrà fare grazie ad allievi, sconosciuti o amici che magari ne sanno meno di lui, ma lo possono comunque arricchire in mille modi diversi.
    A me piace molto l’idea che ognuno di noi è diverso e ha un pochino di magia da trasmettere agli altri, così da formare una catena tanto forte che niente e nessuno potrà mai spezzare; tutti abbiamo da imparare e tutti abbiamo da insegnare.

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    • stefano bresciani

      Grazie Umberto, sagge parole le tue.
      Nessuno sa tutto e può pretendere di essere un “tuttologo”. L’umiltà è una qualità bellissima ma assai rara…

      buon apprendimento,
      Stefano

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