rapporto genitore figliLa comunicazione verbale è una abilità che l’essere umano acquisisce nei primi anni di vita. Prima però che un bambino produca una parola che possiamo capire chiaramente, c’è tutto un mondo di espressioni del volto, movimenti del corpo e degli arti, vagiti, mugolii e grida che dobbiamo interpretare. È importante però, fin dai primi momenti di vita, mantenere un contatto con il bambino perché si sviluppi in lui in modo positivo la comunicazione.

Se andiamo a trovare una neo coppia di genitori capiterà di osservare il loro bambino di pochi mesi che produce un qualche strano e incomprensibile suono e il papà che, con la massima naturalezza, risponde con una frase di senso compiuto e prende ora il latte, ora il giocattolo preferito, ora la copertina.

Eppure il bambino non ha prodotto che un suono. Quello che vediamo avvenire tra quel bambino e il padre è una delle prime forme di comunicazione tra bambini e genitori, e va incentivata e incoraggiata perché sfoci poi in una forma di comunicazione verbale completa.

La comunicazione, di qualsiasi tipo sia, agisce in ogni ambito della vita dell’uomo, non escluso quello delle sfere emotive; scopri quindi la comunicazione nelle relazioni amorose.

Comunicazione: il rapporto genitori figli e il tempo trascorso insieme

Il tempo che un genitore passa con il proprio figlio è fondamentale, perché tra i due si instauri un rapporto comunicativo. Non possiamo pretendere da un bambino di pochi mesi che ci dica chiaramente e a parole cosa vuole, ma il modo in cui scalpiterà o muoverà la testa ci dirà molto su cosa vuole in quel momento, e se lo incoraggiamo gli insegneremo a collegare sempre meglio le parole che noi diciamo ai gesti che lui compie, aiutandolo così a sviluppare le facoltà comunicative.

Durante il primo anno di vita, il bambino non parla: si dimena, piange, ci guarda e richiede la nostra attenzione con tutti i mezzi di cui dispone, per quanto snervanti possano arrivare a sembrarci. In questo periodo cerchiamo di avere quanti più momenti possibili in cui lo guardiamo negli occhi, e parliamo con lui. Tutto questo, anche se sappiamo che non sta capendo le parole assocerà il tono di voce a una certa sequenza di suoni, e poi questi suoni a determinate azioni.

Se piange perché ha fame, facciamoglielo notare verbalmente con frasi del tipo: “Lo so, piangi perché è ora della pappa. Eccola!” e cerchiamo di mantenere sempre un tono calmo. Impariamo inoltre a osservare il nostro bambino, per scoprirne in carattere. I bambini non sono bambole, e ognuno ha un proprio carattere ben distinto che non tarda a emergere.

L’evoluzione della comunicazione nel bambino dopo il primo anno di età

 

i primi segnali comunicativiSuperato l’anno di età, il bambino comincia a produrre suoni un po’ più organizzati. Frasi composte da una o due parole stentate, e il nostro compito continua a essere quello di stimolarlo verbalmente espandendo le loro frasi, perché sentano non solo la parola che volevano dire, ma anche altre parole che a poco a poco verranno apprese e usate. Anche se può sembrare strano, cerchiamo di descrivergli a parole tutto quello che succede intorno a loro.

Quando prepariamo il pranzo, descriviamogli cosa facciamo, come se dovessimo scrivere una ricetta, e quando giochiamo con lui o con lei, diamo un contesto di parole a quello che il bambino fa, senza forzarli a fare qualcosa, ma seguendoli come un fido assistente. Insegnamogli anche i nomi di concetti astratti come le emozioni. Se per esempio piange perché e caduto, diciamogli che è triste perché si è fatto male.

Non trattiamo il bambino come se non capisse quello che fa. Se chiediamo di mettere a posto un giocattolo, non produciamo semplicemente un ordine, ma spieghiamo perché vorremmo che quel giocattolo tornasse nella cesta. È importante, in generale, trattare con rispetto il bambino, che non è un oggetto di nostra proprietà, né un animale domestico, ma un essere umano distinto da noi e come tale va trattato.

Tra i tre e i cinque anni, il bambino si avvia a usare il linguaggio verbale in modo sempre più autonomo, ed è in questo momento che possiamo integrare con profitto i segni scritti al loro mondo fatto di parole. Non correggiamo con il piglio di una maestrina se il bambino non riesce a produrre una frase corretta grammaticalmente. Ripetiamo la sua frase nella forma corretta e chiediamogli se è quello che voleva dire, perché capisca la differenza e apprenda in modo naturale.

All’asilo le occasioni per comunicare con altri bambini sono molte e una volta tornato a casa, cerchiamo di stimolare il nostro bambino a raccontare cosa è successo, anche con le sue poche parole. Continuiamo a lavorare con loro perché comprendano le emozioni, proprie e degli altri, e possano gestirle bene anche descrivendole verbalmente.

In generale, nel meraviglioso viaggio del bambino nel mondo della comunicazione, ricordiamo sempre che tutto ciò che noi sappiamo ora che siamo adulti è stato appreso nello stesso modo in cui lo sta apprendendo il nostro bambino. Il nostro compito, quindi, e favorire e incoraggiare sempre, un suo atteggiamento attivo nei confronti della comunicazione.

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