Stare comodi e a nostro agio è uno dei nostri principali desideri. Comfort e benessere rendono tutto più piacevole, a partire dalla comunicazione.

Come facciamo a sapere se un comportamento ci procura agio o disagio? Semplice, se le nostre azioni di risposta saranno distanzianti, come quelle di allontanarsi o arretrare con le mani o con i piedi, assumere una postura e movimenti rigidi, labbra strette e mai sorridenti, sguardo furtivo, inquietudine e tensione, i segnali sono chiarissimi: siamo in una situazione di disagio, la stessa manifestata da chi sta sulla difensiva, che cerca di coprire un crimine o una colpa. Dopotutto, è facile sapere quando abbiamo passato una bella giornata: quando siamo in assenza di disagio.

Il modo in cui ci sentiamo, quindi agio o disagio, è rispecchiato, istante dopo istante, nel comportamento: sorridere piuttosto che irrigidire le spalle sono esempi significativi di ciò.
Segnali di agio possono essere: calma, determinazione, lucidità mentale, vicinanza, divertimento, conversazione fluida, amicizia, felicità, apertura, commozione, gioia, pazienza, pace, tranquillità, ricettività, relax, rispetto, sicurezza, tenerezza, fiducia, sincerità, calore, reattività, compostezza.
Segnali di disagio sono invece: ansia, apprensione, difficoltà di pensiero, distanza, ira, difficoltà di linguaggio, ostilità, depressione, chiusura, distacco, rabbia, impazienza, nervosismo, paura, insensibilità, tensione, indifferenza, insicurezza, severità, dubbio, falsità, freddezza, esitazione, disordine.

Il disagio colpisce negativamente la memoria, ecco perché quando siamo stressati non ci ricordiamo dove abbiamo messo le chiavi e facciamo fatica a fare mente locale e concentrarci. Così, perdiamo un sacco di tempo a cercarle.

Come si combatte quindi il disagio, dissolvendo i rischi di gaffe ma soprattutto di salute? È il non verbale ad aiutarci a creare agio negli altri, ma prima di tutto a comunicare in modo più efficace. Pensiamo ai grandi oratori e leader. Trasudano sicurezza e possono essere eguagliati solo in condizioni di agio. Sebbene essere capo sia difficile e complesso, un terreno colmo di insidie, i grandi comunicatori sembrano non essere toccati da nulla e continuano a mostrarsi a proprio agio. Bene, sono queste personalità che dobbiamo imitare.

L’agio e il disagio hanno una loro natura. Il cervello ci mette costantemente in allerta sullo stato di agio o disagio, facendoci allontanare da ciò che ci minaccia e avvicinare a ciò che ci fa bene. Questo meccanismo di sopravvivenza altamente sviluppato ci aiuta a sfuggire dal pericolo e a stabilire i legami di collaborazione che hanno permesso alla nostra specie di sopravvivere. La parte del cervello che gestisce l’istinto di sopravvivenza è nota come cervello limbico (o mammifero, più evoluto di quello rettile e meno della neocorteccia). Come l’antivirus di un computer, il cervello limbico è sempre in funzione, indipendentemente da ciò che sta facendo la neocorteccia (la parte del cervello responsabile del pensiero).

Quando percepiamo un pericolo il sistema limbico mette in moto una delle tre reazioni neurologiche scoperte oramai da millenni. Sono quelle che Joe Navarro nel suo libro Non mi freghi! chiama: fissità, fuga, conflittualità.

Un esempio di fissità è quando un politico si aggrappa ai braccioli della poltrona mentre cerca di rispondere a una domanda insidiosa, ma anche lo studente che guarda il professore con un’espressione da cane bastonato perché non ha studiato, o ancora il criminale immobile sulla sedia mentre viene interrogato e dichiara di non avere niente a che fare con il crimine. Un altro paradigma è quando di fronte a un eccesso di violenza, a un pericolo mortale (un serpente a sonagli che sibila di fronte a noi), a un rumore forte ci immobilizziamo improvvisamente. Infine, pensiamo a quando riceviamo cattive notizie: ci irrigidiamo per qualche secondo mentre contempliamo la tragedia. La reazione di fissità in questi casi è evidente ed emerge con chiarezza nell’espressione non verbale.

Altra questione è quella della fuga. Visto che le gambe e i piedi offrono indicazioni non verbali riguardanti il desiderio di distanza, i piedi assumono una nuova angolazione quando siamo pronti a chiudere una conversazione. Stessa cosa vale quando stiamo in piedi in sbieco rispetto a qualcuno che non ci piace. Similmente il busto si allontana da coloro con cui non andiamo d’accordo, o tendiamo a piegarci un po’ con una leggera torsione, oppure ci allontaniamo creando barriere, oscurandoci persino la vista chiudendo le palpebre o coprendocele con le dita.

A causa delle leggi contro la violenza verso gli altri, molti di noi hanno relegato l’aggressione nella propria interiorità. Capita infatti ci prendiamo a pugni in testa, lanciamo oggetti a terra, ci mordiamo le labbra. O pensiamo al manager di una squadra di baseball il cui mento in fuori rende noto a tutti cosa pensa dell’ultima azione. Serrare le mascelle, chiudere la mano a pugno, gonfiare il petto, togliersi i vestiti (soprattutto occhiali, cappelli, cappotti) e allargare le narici (iperossigenazione) sono sovente atteggiamenti precursori di un conflitto. Nel corso dei secoli ci siamo adattati a diversi modi di lottare, più moderni. Eppure il minimo comune multiplo delle reazione limbica rimane.

L’agio dipende, tra i tanti fattori, anche dalla sincronia. E proprio la sincronia è, secondo gli insegnamenti della Programmazione Neuro Linguistica, una leva fondamentale della comunicazione. Detta anche rapport (soprattutto in PNL), mirroring (più spesso nella CNV), echoing posturale o isoprassi (secondo la psicologia) la sincronia rappresenta il rispecchiamento dell’interlocutore: stesso ritmo di respiro, stessa cadenza vocale, stessa mimica del corpo. Ciò crea empatia e genera un flusso comunicativo fluido, chiaro e benefico per tutti gli interlocutori. Non è un caso se i Servizi segreti riescano facilmente a scoprire il soggetto deviante (magari sul punto di escogitare un atto criminale) all’interno di una folla: è quello che si muove non in sincronia con gli altri.

In definitiva, quando siamo in mezzo agli altri, ecco il metro di valutazione più efficace: in caso di agio, vedremo sincronia, accompagnata da altri segnali positivi. In caso di disagio, lo capiremo in modo altrettanto chiaro. E se il disagio si aggraverà, si manifesterà una delle tre forme del non verbale: fissità (rigidità), fuga (distanza), conflittualità (asprezza).

1 Commento

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  • Patrizia

    Mi piace molto il concetto di sincronia.

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