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La prospettiva di Heidegger rinvia ad un approfondimento del senso dell’essere,
che decreta il tramonto della prospettiva metafisica.
Nel suo approcciarsi alla questione dell’essere Heidegger è animato dall’insofferenza
a creare un sistema filosofico totalizzante, alla maniera hegeliana.
Entrando nel merito, l’esistenzialismo di Heidegger tende a ridimensionare
l’importanza di tutte quelle realtà che non sono direttamente riferibili
all’esistenza. In questo senso, l’essere dell’uomo viene ad imporsi come
l’argomento centrale di una ricerca definita non casualmente “analitica
esistenziale”. Heidegger sembra in qualche modo aprire la strada a quell’umanismo
antropocentrico che pure, inteso come soggettivismo metafisico, in seguito
diventerà il soggetto della sua critica. Si tratta di un paradosso che l’autore
di Essere e tempo non ammette, in linea con la sua singolare metafisica
che proclama la fine del discorso metafisico pur continuando ad occuparsene!
Nella prospettiva esistenzialistica l’uomo è la sua situazione, oggetto
passivo di un destino che lo sovrasta e determina come progetto “gettato”,
non più teso a raggiungere il cielo ma irrimediabilmente legato alla terra…
Mentre da un punto di vista tradizionale l’essere dell’ente e quindi anche
dell’esistente si rinviene a partire dal suo rivelarsi, non nel senso della
dissolvenza ma come luce che appare nell’oscurità e determina il giorno,
nell’ottica nichilistica heideggeriana l’ente convive con una nientificazione
(Nichtung) legittimante, che non corrisponde al non-essere, bensì al
niente (nihil) del nichilismo…
La metafisica della luce, non si rivolge all’esistenza, ma ad una dimensione a un tempo conciliante e dialettica nella quale rientrano i diversi aspetti del mondo reale: l’essere.
Mentre Heidegger considera il nichilismo come valore di senso, accanto all’esistenza che emerge dal nulla, la metafisica tradizionale non tematizza esplicitamente il nulla, visto essenzialmente come non-essere, né l’esistenza. L’Essere non è e non può in alcun modo essere soltanto l’esserci.
In altri termini, il niente dell’ente è visto da Heidegger come forma che determina e non come vuoto che nega, ma nel determinare nega il porsi dell’essere in quanto fenomeno sganciato dall’esistenza. Infatti il mondo e l’esistenza (Dasein) non sono due prospettive alternative, ma s’incontrano nell’essere-nel-mondo.
Per Heidegger, l’ente che noi stessi siamo si manifesta presso l’orizzonte della fine, considerato un completamento dello stesso cammino esistenziale. Ma, nella prospettiva della Tradizione, il finire dell’ente che si riscontra già nella percezione della precarietà esistenziale non può essere posto come fondamento dell’ente stesso.
Nell’impostazione ontologica scelta dal primo Heidegger l’ente-cosa, come
struttura reale e permanente nel-mondo, viene interpretato nel senso di
una semplice-presenza, di un elemento passivo della conoscenza.
Il concetto di angoscia è forse l’aspetto più disorientante dell’analitica
esistenziale heideggeriana, non in quanto situazione emotiva o tema di riflessione,
bensì come presupposto del nostro essere-nel-mondo. Secondo Heidegger, infatti,
“il <
L’importanza esistenziale dell’angoscia rispetto ad altre situazioni emotive segnala di una preoccupante involuzione del pensiero, ormai reso sterile nell’esercizio di un dolente sentire e ragionare, nell’ambito di una visione del mondo che non accorda più un ruolo di rilievo alla spiritualità, almeno esplicitamente.
Nessuna verità di carattere metafisico è possibile, per Heidegger, sostenitore principale di vari miti dissolutori del pensiero della Tradizione, dall’angoscia alla gettatezza, fino all’assurdo dell’essere-per-la-morte che destituisce di ogni significato la vita stessa e finisce per esaurirne la positività…
Dal punto di vista della Tradizione, l’essere, come modalità peculiare
dell’ente, rappresenta un livello differente rispetto all’esistenza.
Tra l’esistenza e l’essere intercorre una distanza, assoluta. In
in prospettiva metafisica, infatti, l’Essere vanta un primato rispetto all’esistenza
immanente. Tale primato non indica un alto grado della gerarchia, ma qualcosa
che è inscritto nel codice della realtà, come il fatto che la montagna sia
più elevata della valle.
L’essere è sempre l’essere di tutta la realtà, non si può ridurre alla
sola esistenza….
Solo dopo la Svolta Heidegger riscoprirà il valore speculativo dell’essere, in relazione al linguaggio, pur continuando ad affermare il crepuscolo della Tradizione e la necessità di una sua distruzione-decostruzione.
La svolta compie il significato pieno e profondo dell’analitica esistenziale,
la quale, non elevandosi alla dimensione linguistica, non rende sufficientemente
conto della specificità di un pensiero “puro”, non più contaminato dalla
“metafisica” che va superata rivoluzionando i nostri rapporti col fenomeno
linguistico.
Il rapporto di Heidegger con la storia della metafisica non è semplice;
in effetti da parte sua c’è un atteggiamento ambivalente, di rifiuto-attrazione.
La relazione già “post-filosofica” con la storia della metafisica è designata
dall’espressione “passo-indietro” (Schritt-Zurüch) che in sostanza
ripropone in chiave ermeneutica la decostruzione fenomenologica precedentemente
intrapresa in “Essere e tempo”. Lo Schiritt-Zurüch (passo-indietro)
può essere assimilato a uno dei concetti più importati e ambigui della logica
hegeliana, che è l’Aufhebung, nel senso di togliere e
superare.
Questo toglimento-superamento della metafisica si rende necessario al fine
di risalire all’essere autentico, come qualcosa di più profondo e originario
rispetto all’esistenza.
Anche nell’ultima fase l’interrogazione sull’essere conserva il suo primato
nell’ambito del pensiero, subendo una grande trasformazione e riavvicinandosi
in certa misura alla prospettiva tradizionale.
Questo riavvicinamento è comunque legato a scoprire quell’essenza nascosta
della metafisica che per Heidegger va rintracciata al di fuori di essa,
nella filosofia delle origini. La ricerca heideggeriana si pone all’insegna
di una modalità di riflessione poetica, che rinvia al pensiero oracolare
di Eraclito e degli altri Presocratici.
Heidegger non guarda tuttavia solo al passato più remoto, ma anche a un filosofo per certi versi già postmoderno pur collocandosi alla fine dell’Ottocento romantico, cioè il profeta della morte di Dio e di ogni sistema metafisico chiuso: Nietzsche.
Il Dire originario, che, come il Logos greco, è pensiero e linguaggio,
determina una filosofia di nuovo modello, notevolmente alleggerita dall’ingombrante
impalcatura delle strutture speculative di marca razionalista.
La riflessione della Svolta è più aperta alle ragioni dello spirito e alle
possibilità di un nuovo inizio dell’Essere, attestata dall’invocazione dell’ultimo
dio, la quale non può non essere intesa che in senso mistico o trascendente…
Domenico Turco
domenicoturco@mondo3.it
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