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Il guerriero e le armi

Parabola pacifista

"Accetta i tuoi limiti, Guerriero: cedi al più grande dominio del destino, e non pretendere onore che non sia frutto di una scelta d'afflizione, della strenua lotta contro l'avversario. E curati dei nemici visibili, ma più ancora dei nemici invisibili!". Fu quando la stella Venere brillò nel crepuscolo dell'alba che l'Eremita parlò così al giovane cavaliere, Figlio del Sole, giunto da molto, molto lontano, per adempiere ad una profezia d'antichi giorni.

Che io sappia, nessuno conosceva la sua storia, né immaginava lo scopo che l'aveva condotto nella Valle del Nord scura di nebbie. Erano tempi d'oscurità, e le vie del mondo si gremivano di pellegrini isterici come corvi tra i rami di un vecchio albero. Il guerriero era ossessionato dal pensiero della vittoria; sin da fanciullo professava la religione delle armi, per la quale in battaglia non contano i mezzi ma il fine, l'unico fine possibile: vincere, a tutti i costi.

Ma l'incontro col vecchio eremita, il monito di accettare i suoi limiti, fece crollare il suo credo di pura illusione. L'atto stesso di conquistarsi una parte di terra o di gloria marziale si rivelò ai suoi occhi ribelli qualcosa di tremendamente vano, senza una preventiva battaglia interiore per affrontare il destino e le insidie nascoste lungo il percorso della vita.

Il Guerriero e le armi, che fino a quel giorno erano indivisibili, si allontanarono di colpo, diventando due realtà senza punti di contatto. Il Guerriero abbandonò il campo di battaglia, puntando alla vita come fosse la guerra più difficile, l'unica per cui valesse la pena di combattere con tutto se stesso.



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