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La "religio" romana

Un elemento molto importante nella visione religiosa romana era la concezione del divino. L'ideale era quello della divinità come numen, forza trascendente da risvegliare con particolari riti e modalità cultuali. Il numen può essere definito come una divinità tutelare o custode. I vari numina presiedevano alle diverse attività umane e alle realtà naturali, da cui prendevano spesso il nome.

Estranea alla religione romana delle origini è il tipo del dio personale, tanto che in luogo di politeismo alcuni hanno parlato di polidemonismo. Però non si tratta di demoni, nel senso del greco daimònia riservato ai dei minori, ma di divinità alquanto rilevanti per la vita spirituale romana. Infatti i numina simboleggiano i molteplici stati dell'essere e sono quindi assimilabili ai Deva indiani e agli angeli della tradizione ebraico-cristiana.

Grande importanza veniva attribuita al sacerdozio, sia a quello istituzionale dei collegia, che al sacerdozio domestico centrato sull'austera figura del pater familias, del capofamiglia. Nell'antica Roma la famiglia esercitava anche la funzione di nucleo religioso. Il sacerdozio svolgeva un'essenziale funzione mediatrice tra numina e comuni mortali, e in quanto tale era presente dovunque nel mondo indoeuropeo: presso i Celti con i druidi, in India con la casta dei "brahmana" o bramini, in Grecia, e negli altri rami di questa grande area linguistico-culturale. C'è una stupefacente analogia tra la concezione del trascendente romana e quella dei vari ceppi indoeuropei. Nella spiritualità dell'antica Roma erano presenti anche elementi mediterranei, estranei alla prospettiva indoeuropea, che persistevano sotto mentite spoglie, tramite l'influsso greco o etrusco. Questi elementi sono comunque marginali, e non tali da mettere in discussione la specificità indoeuropea, che emerge nell'analisi del concetto tipicamente romano di devotio.

La devotio indica qualcosa di molto diverso dalla devozione in senso dogmatico, nonostante abbia tratti di tipo trascendente e religioso nel significato più ampio

La devotio presuppone una convinzione peculiare del Mondo della Tradizione, secondo la quale invisibili forze divine spiegano i diversi fenomeni visibili, e che è possibile a tutti di agire su di essi. In origine, la devotio era un'azione di tipo rituale, mediante il quale un guerriero o un condottiero militare tentava di facilitare la vittoria attraverso un misterioso scatenamento di forze evocate addirittura dal sacrificio della sua stessa vita. Il cerimoniale del rito prevedeva l'invocazione di divinità olimpiche, come Giano, Giove, Quirino, e, ovviamente, il dio della guerra, Marte. Seguiva la richiesta agli dei di concedere forza e vittoria al popolo romano. Suggerite da un sacerdote, queste invocazioni erano pronunciate dal guerriero, abbigliato con la praetexta, col piede sul giavellotto, che poi si lanciava nella mischia. La devotio era un'azione eroica ed evocatoria, dal forte contenuto spirituale, che testimonia di una mistica del sacrificio e dell'eroismo di chiara impronta indoeuropea.

I valori eroico-guerrieri erano conseguenza di un atteggiamento spirituale, ascetico e mistico. La vittoria includeva l'idea di un intervento divino, che rendeva l'eroe guerriero appunto simile al dio. Nella cerimonia del trionfo, riguardante la celebrazione dell'esito positivo di una campagna militare, il condottiero vittorioso adottava le insegne della divinità olimpica, cioè Giano, Marte o Giove.

La religione romana, come quella nordica, greca o indiana, rinvia a ad una comune prospettiva olimpica e pagana che riuscirà a perpetuarsi sotterraneamente in seno alla tradizione ermetico-alchimistica e alla spiritualità cavalleresca e alle dottrine collegate al culto medioevale dell'Imperium, e definibili nel loro complesso dalla formula ghibellinismo esoterico.



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