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Nelle ultime opere di Heidegger il problema dell’origine e del senso dell’essere è posto in maniera più elaborata e complessa. Viene così a configurarsi un pensiero nuovo, emancipato e distinto dalla filosofia, che concepisce l’essere in base all’analogia con il linguaggio.
Per Heidegger il linguaggio è casa dell’essere, non più semplice mezzo
d’espressione, ma dimensione poetica capace di schiudere mondi, Dire
originario (Die Sage) o saga, canto perenne della verità.
Mentre l’analitica privilegiava l’esistenza, l’ultimo Heidegger recupera
una certa idea di essere, che è strettamente collegata alle inesauribili
risorse della parola. Il linguaggio assume adesso un’importanza fondamentale.
Il linguaggio s’identifica con l’essere, in una prospettiva che è allo stesso tempo dialettica ed ermeneutica.
Proprio in relazione al rapporto tra essere e linguaggio, è particolarmente emblematico il seguente brano che determina la differenza specifica – ma anche l’affinità – dei due termini:
[…] l’uomo si dispiega solo nella sua essenza (west) in quanto è chiamato
dall’essere. Solo a partire da questo abitare egli <
L’uomo e l’essere non sono più la stessa cosa, non coincidono del tutto con l’esser-ci, ma l’uomo deve incontrare l’essere in quanto ad esso è destinato:
[…] “l’esistenza non può mai essere pensata come una specie particolare tra le altre specie di esseri viventi, dato che l’uomo è destinato a pensare l’essenza del suo essere .2”
Tale affermazione, che è di un elevato significato filosofico ed esistenziale, viene ulteriormente ribadita e chiarita dalle parole: “[…] solo l’uomo, per quanto ne abbiamo esperienza, è coinvolto nel destino dell’e-sistenza […]3”.
1 cfr. Martin Heidegger, Lettera sull’<
2 Id.,
3 id.
Domenico Turco
domenicoturco@mondo3.it
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