Mentre leggevo un articolo su Marco Moschini, insegnante elementare insignito di medaglia d’oro per meriti educativi, ho fatto un viaggio indietro all’inizio della mia carriera scolastica, e ne ho ripercorso i passi fondamentali. E’ un esercizio interessante per riportarci “bambini” e vedere le esperienze che abbiamo fatto, che ci ricordiamo emotivamente più forti e rivederle alla luce dell’esperienza maturata, di altri atteggiamenti cambiati, insomma, cercare di risponderci: “Come ero io a scuola?”

Si parla tanto di intelligenza o “limiti di apprendimento” nella scuola, ma non si pone forse l’accento troppo poco su COME si insegna piuttosto che su COSA si insegna.
Personalmente credo che i bambini che possono essere più lenti nel capire, meno “abili” a 6 o a 10 anni, possono avere un grande futuro lo stesso. Chi lo dice che il primo della classe a 7 anni diventerà un Manager?

Ci sono insegnanti preparatissimi che hanno grandi doti comunicative e entusiasmo per il loro mestiere. Casualmente la maggior parte dei migliori studenti delle scuole finiscono proprio in quella sezione… Guarda un po’!

Ricordiamoci poi che esistono le “intelligenze multiple” di Howard Gardner: non facciamo scegliere la meccanica di precisione a nostro figlio se vuole fare l’attore. Certo, direte voi, chi fa l’attore o diventa famoso, e ce ne sono pochissimi, oppure è uno sfigato di terza categoria che non riesce a guadagnarsi da vivere…

No! Accidenti! Stiamo parlando di sogni! Stiamo parlando di identità! Come può sentirsi nostro figlio se gli parliamo del suo sogno, ciò che per lui è una “ragione di vita” , ciò che lo entusiasma e lo fa vibrare, come di qualcosa di “sbagliato”

Scrive Marco Moschini : per una volta, “intelligente” ho pensato di esserlo anch’io. E’ successo proprio in prima elementare, quando la maestra uscì dall’aula un po’ sovreccitata con il mio quaderno in mano per farlo leggere alle sue colleghe divertite. “Guardate quant’è intelligente!”– la sentivo esclamare nel corridoio, e lì per lì lo presi per un complimento.

Ci aveva detto che prima della “b” e della “p” ci va sempre la “m”, e io, ubbidiente, avevo eseguito il compito con metodo e pignoleria: avevo scritto
“campana”, “ombra”, ma anche “mpera”, “mbuccia”, “mbambino”. La maestra era corsa dalle altre ancor prima di spiegare a me che cosa non andava e nessuno mi aveva detto che cos’era l’ironia, così, per qualche istante, ho creduto di essere veramente intelligente.

Continua poi così:
L’anno seguente, e fino alla quinta, mi capitò un maestro, vecchio e che si vantava di non aver mai preso un giorno di permesso nella sua carriera. A lui, ci ripeteva spesso, bastava che uno solo di noi capisse le sue lezioni: era la prova sufficiente per dimostrare che il lavoro l’aveva svolto e che si meritava lo stipendio.
Un aspetto che si sottolinea importante è che i bambini hanno bisogno di sentirsi pienamente accettati e amati anche se sbagliano, perché questo fa aumentare la fiducia in se stessi.
Non credo sia difficile intuire la fondatezza di quest’affermazione.

Un altro aspetto tremendamente importante è che i bambini soprattutto ma anche gli adulti, hanno una caratteristica basilare riguardo alla motivazione: che le emozioni sono come il carburante che consente al motore della mente di funzionare a pieno regime.

I ragazzi inoltre stanno bene quando sono impegnati in qualcosa e non devono essere stressati dalle nostre manie di produttività: non c’è nulla di male se anche per mezz’ora i nostri ragazi oziano senza “fare nulla” , forse proprio di quello han bisogno.
Sta a noi proporre delle attività, ma rispettare anche le tendenze dei ragazzi.

Quando negli anni cinquanta i membri di una spedizione sull’Himalaya reclutarono degli sherpa per il trasporto dei bagagli, voltandosi lungo il percorso, rimasero stupiti nel constatare che i portatori non li seguivano. Allora invertirono la marcia e li
trovarono seduti sul bordo del sentiero accanto al loro carico. Alla domanda “Perché vi siete fermati?” quelli risposero “Procedevamo troppo in fretta, e adesso dobbiamo aspettare che i nostri spiriti ci raggiungano”.
C’è gente che sa tutto, ma è tutto quello che sa”, scriveva Machiavelli. Insegnanti che non manifestano aperture alla possibilità di altre strade da percorrere, andrebbero “educati” a “educarsi” , prima di insegnare.

I nuovi metodi di insegnamento, nelle scuole e nelle biblioteche dove tengo alcuni corsi, si fondano molto di più sulla personalizzazione del messaggio, sulla creazione di mappe mentali per apprendere meglio e più in fretta, sul curare l’ambiente di studio per migliorare il rapporto con il “compito da fare” e sul rilassamento come strumento di accrescimento dell’attenzione.
I risultati positivi di questi metodi sono evidenti, ma quanti ostacoli al cambiamento… E io per primo mi accorgo quanto devo adattare continuamente messaggi, tendenze e metodologie per raggiungere le persone in contesti e con “storie” diverse alle spalle.

Forse il ruolo dell’insegnamento deve essere principalmente questo: accendere dei fuochi dentro gli studenti, piuttosto che infarcire la loro testa di nomi, formule o concetti trasparenti, che se ne vanno dalla loro vita dopo il successivo bicchiere d’acqua.

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