comportamento

comportamento

Sono convinto che ogni nostro comportamento,  anche quello meno desiderato e considerato da noi quindi negativo,  nasconda in realtà un vantaggio secondario che è il propulsore di quello stesso comportamento.

Mi spiego meglio.  Sarà capitato sicuramente a qualcuno di noi almeno una volta nella vita di trovarci in una situazione nella quale abbiamo percepito la sensazione di non avere nessuna possibilità di scelta, come fosse un comportamento coatto,  obbligato,  che preferiremmo sostituire con qualcos’altro;  oppure trovarci nella condizione di voler fare qualcosa che non riusciamo a fare, qualcosa che vorremmo fare ma ci viene impedito da qualcuno o qualcos’altro.

In una delle probabili condizioni su indicate è fuori dubbio che dentro di noi vige un conflitto tra i nostri desideri consci e la struttura di quelli inconsci.

Mentre avvertiamo consciamente le sensazioni spiacevoli di un nostro comportamento indesiderato,  ritenuto da noi non soddisfacente per la nostra persona quali organismi totali adulti,  contestualmente cerchiamo di motivare razionalmente quello che facciamo,  tralasciando un aspetto molto importante,  quello relativo alla nostra parte inconscia.

L’inconscio è molto più potente della coscienza e dei nostri veri bisogni ne sa molto di più della coscienza stessa.

Eppure,  anche laddove questo concetto sia considerato vero,  nel momento in cui l’inconscio cerca di comunicare con la nostra parte cosciente attraverso un suo “linguaggio”  ben definito non siamo quasi mai preparati e pronti a riconoscerlo.

Abbiamo detto che in ognuno di noi,  l’inconscio,  ne sa molto più della parte cosciente e di quello che desidereremmo nel nostro intimo più profondo, per cui diventa sempre più evidente che intende comunicare con la nostra parte conscia.

Ok, ma in che  modo l’inconscio comunica?

E se dicessi che l’inconscio comunica spingendoci ad assumere proprio quel comportamento che vorremmo evitare, oppure a non assumere quel comportamento specifico che desidereremmo mettere in atto e che tuto questo lo fa con il fine di proteggerci da qualcosa che ritiene svantaggiosa per noi?

Strano, vero? Qualsiasi persona se dovesse commentare quanto ho appena detto, probabilmente, direbbe che ciò è illogico, irrazionale.

Infatti è vero ciò!

Da un punto di vista razionale, è sicuramente impensabile, ma siccome stiamo parlando della nostra parte emotiva, di ciò che risiede nell’inconscio, in quella parte profonda di noi, dove le regole della razionalità non trovano spazio,  il tutto assume un linguaggio diverso da quello logico.

Potrei aggiungere che il modo di fare dell’inconscio, ad esempio quello di  spingerci ad assumere o meno uno specifico comportamento,  è come se lo facesse per  attirare la nostra attenzione su alcuni aspetti importanti del nostro vissuto, ai quali noi generalmente non facciamo riferimento consciamente.

Allora se il modo di funzionare dell’inconscio è anche quello di spingerci obbligatoriamente, in maniera “coatta”, a creare comportamenti indesiderati, quale potrebbe essere lo scopo finale che lo stesso inconscio si prefigge?

Forse, se non ci limitassimo solo a considerare il comportamento indesiderato quale fastidio e cominciassimo a chiederci cosa si nasconde dietro ad esso, probabilmente scopriremmo che c’è una parte di noi con la quale dovremmo instaurare un “dialogo”, un rapporto di rispetto e collaborazione.

In noi esistono più parti che ci compongono.

Grazie a quel fantastico biocomputer (cervello), di cui siamo dotati, dalle sue caratteristiche infinite di produrre, generare, continuamente pensieri consci ed inconsci, siamo in grado di creare anche molte parti all’interno del nostro sistema psicoemotivo, che possono incorrere  in conflitti tra loro.

Questi conflitti interiori, potrebbero essere celati proprio dalla nostra parte inconscia, la quale evita di farli affiorare alla nostra coscienza perchè ritiene che ciò non sia per noi produttivo, almeno fino a quando non  avremo messo d’accordo proprio le parti inconsce che si trovano in conflitto tra di loro.

Rimane il fatto che proprio ciò che riseiede nella nostra parte più profonda, abbia il sopravvento sulla parte conscia governando i nostri comportamenti.

Immagino inoltre che qualcuno stia già pensando: cosa vuol dire che ci sono parti dentro di noi  che non affiorano alla coscienza e che ci governano e con le quali dobbiamo instaurare un dialogo ed una collaborazione?

Comprendo che ciò può destare quanto meno perplessità,  in particolare per chi è molto logico e razionale e che non sia facile da pensare consciamente quello che ho appena affermato e quanto sto per dire, ma in noi possono coesistere diverse parti di cui non siamo coscienti ma che in qualche modo hanno la funzione di prendersi cura di noi,  facendoci fare appunto anche cose che vorremmo evitare.

A questo punto,  potrei  esasperare il concetto con questo esempio:

immaginiamo una bella donna, con una silhouette armoniosa e magra. Nel tempo i rapporti con il suo partner cominciano a vacillare e la coppia non vive più l’intesa e la complicità che viveva quando si erano conosciuti.

La donna ha anche avuto un’educazione molto rigida ed ha sviluppato delle convinzioni dentro di sé che le dicono che l’uomo con il quale vive, dovrà essere quello per tutta la vita e poi, ci sono anche i figli e per lei,  loro sono comunque da proteggere.

Quindi diventa impossibile per questa donna immaginare di crearsi una nuova relazione di coppia e tutto questo sviluppa nel suo sistema psichico un turbamento emotivo.  Comincia a vivere malamente sia il rapporto con il partner che con i figli e questo può estendersi anche alla sua vita sociale nelle relazioni con gli altri, anche al di fuori della famiglia, nelle relazioni interpersonali in generale, ma soprattutto con se stessa.

Ma la donna ha l’esigenza di appagare ugualmente un bisogno emotivo che si agita dentro di sé e lo fa generando un nuovo comportamento che in questo esempio,  possiamo immaginare che trovi sfogo nel canale dell’alimentazione.

Il suo modo di alimentarsi cambia e lei comincia anche a cambiare le misure del suo corpo, trasformando la sua silhouette armoniosa in una forma corporea più evidente ma non invitante.  Lei è consapevole che quel corpo non le appartiene,  non lo vuole,  ed entra in conflitto ulteriormente con se stessa,  come se ci fosse qualcosa dentro di lei che le dicesse:

“guarda che corpo che hai creato! Devi smettere di mangiare nel modo come lo fai!”

Ma nonostante tenti qualsiasi intervento, anche le diete mediche controllate,  non riesce a tornare come prima.  Anzi,  diciamo che aumenta il suo stato di stress psicofisicoemotivo.  Dimagrisce ma poi riprende peso.  Non riesce a capire perché,  lei che ci teneva molto alla sua silhouette armoniosa e magra, vive ora una situazione antipatica e stressante.

Ora la donna anche se cosciente del degrado in cui verte il suo fisico, si trova in una situazione dove ,  avverte un grado eccessivo di insoddisfazione a cui cerca di dare razionalmente diverse giustificazioni.

In qualche modo crea “etichette” che possano dare luogo a risposte razionali.  Comincia a fare obiettivi della sua insoddisfazione qualcosa o qualcun altri.  Deve in qualche modo giustificare a se stessa (e forse ad altri) razionalmente, quale donna adulta e consapevole delle proprie azioni e capacità, la sua insoddisfazione psicofisicaemotiva .

Valutando il quadro descritto sopra, non mi meraviglierei di scoprire ad esempio che il vantaggio secondario del suo comportamento indesiderato (alimentazione scorretta) sia quello di proteggerla dall’eventualità di crearsi un nuovo rapporto di coppia che a questo punto, potrebbe rivelarsi come una libertà eccessiva e quindi trasgressiva.

Una libertà che le viene invece vietata dalla “sentinella” che risiede nel suo inconscio e che le dice che se dovesse continuare ad essere una bella donna apprezzabile fisicamente, potrebbe essere oggetto di attenzioni per l’altro sesso, spingendola appunto a trasgredire.

Ma questo lei non se lo può permettere perché il suo senso del dovere le impone di mettere in evidenza (eccessivamente) la sua famiglia, i suoi figli ed il marito (…un uomo è per sempre a qualunque costo…..).

Queste sono le regole alle quali risponde ora la donna e che le sono state indotte, prima  attraverso vincoli sociali e successivamente sono diventate la base del vincolo individuale che si è creata e al quale crede profondamente dentro di sé,  divenendo il riferimento inconscio che la spinge ora verso una direzione piuttosto che nell’altra.

Ecco quindi che ritorna prepotentemente la necessità di instaurare un dialogo con la parte o le parti  responsabili del comportamento ritenuto indesiderato dalla persona stessa, affinché si possa creare un vero e proprio rapporto di collaborazione tra la coscienza e l’inconscio.

Questo passaggio è essenziale in quanto getterà le basi per elaborare nuove alternative di comportamento, che possano compensare, se non soddisfare al meglio, la funzione che la parte responsabile del comportamento indesiderato tentava di assolvere dietro la sua spinta emotiva, inducendo il soggetto a fare o non fare una determinata cosa.

In questo articolo ho voluto enfatizzare(1) il concetto di “vantaggio secondario” con l’esempio di un racconto immaginario, che prende comunque spunto da possibili situazioni che si potrebbero riscontrare nella vita reale.

Invito però gli utenti ad evitare di attribuire quanto da me descritto in questo articolo a proprie situazioni personali,  le quali necessitano sempre ognuna di una valutazione frontale ed individuale.

In questo spazio mi interessa solo muovere alcuni argomenti che possono essere oggetto di riflessione e discussione tra i lettori delle pagine di  “Più Che Puoi”.

Cordialmente

Massimo Catalucci

(1)enfatizzare: mettere in evidenza, in risalto con la parola.

15 Commenti

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  • Ilaria

    Un solo chiarimento: come si può stimolare l’altra persona verso una responsabilizzazione del suo problema?

    Rispondi
    • massimo catalucci

      Gent.ma Ilaria,

      Provo a risponderLe: evitando di sostituirci all’altro mentre continuiamo a sostenerlo nella sua ricerca e applicazione delle possibili soluzioni che lo stesso sarà in grado di trovare e mettere in atto, facendo leva sugli aspetti della sua vita nei quali ha già ottenuto dei successi e sovrapponendoli a situazioni che risulatno bloccate. Per successo non intendo solo aspetti legati a risultati professionali, ma, anche tutte quelle piccole cose che emotivamente gratificano una persona, come, ad esempio. quanto segue: “oggi sono riuscito a parlare con quella persona, dopo tanto tempo”).

      Cordialmente

      Dott. Massimo Catalucci Cr.

  • Ilaria

    Egregio Dr. Catalucci,
    come si può aiutare un’altra persona a “sbloccare” questa sorta di circolo vizioso?

    Rispondi
    • massimo catalucci

      Gent.ma Ilaria,

      intanto grazie per aver prestato attenzione al mio articolo.

      In merito alla sua domanda, le dico che, il primo ingrediente per aiutare una persona a sbloccarsi, è creare un ambiente adatto al dialogo emotivo, attraverso una comunicazione empatica ed assertiva.

      Mi spiego.

      Solitamente, quando vogliamo aiutare una persona, il primo errore che facciamo, sicuramente nella buona fede di sostenere l’altro/a, è quello di tendere a dare dei consigli in merito a cosa, secondo noi, la persona stessa dovrebbe o non dovrebbe fare, relativamente al problema che vive.

      In questo modo, intanto, non diamo l’opportunità all’altro/a di trovare liberamente soluzioni alternative al suo problema e prima ancora, non ci poniamo nella condizione ottimale di ascolto attivo, privo di pregiudizi e giudizi, magari anche non diretti alla persona che intendiamo aiutare, ma, in qualche modo devianti per la persona stessa che, stante lo stato in cui si trova, è facilmente condizionabile e potrebbe tendere ad affidarsi troppo al nostro giudizio che, al 99,99 % dei casi, non è detto che sia inconsciamente, quello che realmente la persona vorrebbe esprimere.

      Queste azioni, di suggerimenti e consigli, sono azioni direttive e, non predispongono la persona in uno stato di libertà di scelta.

      Un modo invece empatico, che preclude la condizione di ascolto attivo, assente del pregiudizio, ma, capace di penetrare nel mondo emotivo dell’altro/a, permettendoci di comprendere cosa si agita nel nostro interlocutore, pone le basi per attivare un processo maiuetico, dal quale scaturiscono domande e risposte che aprono scenari diversi da quelli che solitamente, siamo abituati a seguire, ossia, quelli di un dialogo eccessivamente razionale.

      Come ho più volte enunciato nei miei interventi, se tendiamo a razionalizzare troppo un problema emotivo, finisce che ci incartiamo sempre di più in un circolo, come lei giustamente definisce, “vizioso”, dal quale ne traiamo, spesso, risultati negativi che ci spingono a:

      A) rinunciare a comprendere il nostro problema (emotivamente);
      B) farci una ragione di quello che ci accade, con la conseguenza che, non possiamo farci nulla e che è qualcosa con la quale dobbiamo convivere;
      C) creare comportamenti alternativi, quali ad esempio, solo per citarne alcuni: fumo, alcool, cibo, sesso, sport, gioco (inteso come dipendenza dal gioco finalizzata alle scommesse o simili: macchinette tipo slot machine, poker, roulette e altro);
      D) ricorrere a psicofarmaci, magari senza la supervisione medica;

      In qualche modo, questi modi di pensare e di agire, spinti da una pressione psicoemotiva, pensiamo ci possano allontanare dal problema che viviamo, ma, in realtà, pur essendone, in alcuni casi coscienti, questi comportamenti non fanno altro che ingigantire il nostro problema, rendendolo sempre di più ingestibile sia razionalmente che emotivamente.

      A tutto quanto sopra detto, aggiungo che, anche se ci poniamo nel modo più empatico possibile, nei confronti della persona che vogliamo aiutare, dobbiamo sempre fare i conti con il suo libero arbitrio, per cui, non possiamo pretendere, laddove non scatti nella persona stessa qualcosa che la spinga a cambiare rotta in merito ai tentativi che può aver fatto fino a quel momento, che questa, si diriga in una direzione specifica diversa.
      Intendo dire che, essendo fedele ad un approccio rogersiano (vedi Carl Ramson Rogers) della relazione professionale di aiuto, nel rispetto, appunto, della libertà di scelta della persona, posso solo creare i presupposti per un dialogo emotivo con l’altro/a, che non indichi la direzione da seguire (azione non direttiva) e che contestualmente, però, stimoli la persona stessa verso la totale responsabilizzazione del suo problema.
      In tutto ciò, assumo una posizione al fianco della persona che assisto, di supervisore delle scelte alternative che la stessa sarà in grado di produrre e che possono trasformare il suo problema in qualcosa di propositivo e non limitativo, secondo un suo univoco senso di ciò che è per sé giusto e/o sbagliato, relativamente a sè stessa e all’ambiente e al contesto sociale in cui essa vive.

      Nella speranza di aver compreso la sua domanda e di essere stato capace di soddisfare,anche parzialmente, la sua richiesta, rimango a sua disposizione per eventuali ulteriori commenti.

      Cordialmente

      Dott. Massimo Catalucci Cr.
      http://www.massimocatalucci.it

      • Ilaria

        Egregio Dr. Catalucci,
        La ringrazio molto per la Sua esauriente risposta.
        Nel leggerla attentamente, mi sono resa conto di aver commesso in passato l’errore di aver indicato all’altra persona la strada da seguire. Sebbene io l’abbia fatto con le migliori intenzioni (nulla è più bello che poter indicare agli altri la strada della felicità…), ho probabilmente ottenuto l’effetto contrario.
        Mi corregga se sbaglio…
        Ora cercherò di limitarmi ad ascoltare e a far sentire all’altra persona che comprendo le sue emozioni.
        Dopodichè, se mi verrà chiesto un consiglio, anzichè dare indicazioni, lascerò che l’altra persona ascolti il suo cuore e guardi dentro di sè in tutta libertà, trovando magari anche la forza di mettermi da un lato, senza scomparire e standole accanto (perchè so che la mia presenza influenzerebbe le emozioni altrui).
        Spero di aver capito bene…
        Grazie di nuovo,
        Ilaria

      • massimo catalucci

        Gent.ma Avv.ssa Ilaria Ventura,

        come abbiamo descritto, sicuramente, ascoltare l’altro e metterlo nella condizione di fare le sue scelte liberamente, è un buon modo per dare vita ad una relazione empatica ed assertiva.

        Naturalmente, bisogna anche considerare, però, che nelle dinamiche relazionali, entrano in gioco molti altri fattori legati alla nostra emotività.

        Mi spiego.

        Ad esempio, potremmo comprendere razionalmente, che dovremmo farci da parte per lasciare libertà all’altro, ma, emotivamente, il nostro inconscio ci spinge a manifestare un messaggio non verbale che differisce, dal messaggio verbale (razionale) che abbiamo intrapreso, magari, solo perché nel nostro inconscio (quindi anche senza la possibilità che ciò affiori alla nostra coscienza), esistono riferimenti del nostro vissuto che hanno a che fare con esperienze legate alla “fiducia”, “libertà”, “stima”, “sicurezza”.

        Quindi, la nostra buona volontà di applicare con raziocinio, un comportamento specifico, che in questo caso abbiamo detto essere quello di lasciare libertà di azione all’altro, potrebbe avere un effetto insoddisfacente, sia verso di noi che nell’altra persona, proprio perché, abbiamo applicato un comportamento in modo coatto, senza valutare, emotivamente, se esistono dentro di noi bisogni non appagati ordinariamente quali: “fiducia”, “libertà”, “stima”, “sicurezza”

        RingraziandoLa per l’attenzione,

        La Saluto Cordialmente

        Dott. Massimo Catalucci Cr.

  • Sofia

    Salve Dottore,
    apprezzo molto il suo post e le discussioni nei commenti, trovo tuttavia difficile comprendere pienamente alcune cose.
    In particolare mi sembra di capire che anche l’inconscio sia inattendibile, che non ci rappresenti del tutto e che “non voglia il nostro bene” in quanto ci è stato programmato da altri fin dalla nascita, dalle figure di riferimento, dai condizionamenti sociali, da impulsi biologici ancestrali o persino da vite precedenti per chi crede nella reincarnazione.
    L’inconscio chi rappresenta in realtà?
    Siamo noi o è un insieme di segni scritti da qualcun altro?
    Perché ad esempio il primo anno di vita condizionerà le nostre relazioni future attraverso la formazione di un modello di attaccamento che ci renderà persone proprense ad essere gioiose o tristi, mentalmente stabili e fiduciose o insicure e chiuse nelle nostre paure?
    Perché ad esempio scegliamo un uomo piuttosto che un altro?
    Personalmente mi ritrovo molto nell’esempio della donna sposata, con la differenza che sono semplicemente fidanzata da tanti anni e coinvolta in una relazione che non mi ha mai convinta al 100%, che anzi mi ha fatta soffrire da morire, e che probabilmente mi sono andata a cercare per qualche motivo. Si dice che gli inconsci comunichino tra loro e che abbiamo delle “antenne” speciali per questo.
    Io e il mio ragazzo non riusciamo a lasciarci, nonostante la sofferenza di entrambi. Quando uno prende la decisione di farlo, l’altro oppone resistenza…e si va avanti così, con uno più convinto dell’altro di stare insieme.
    All’epoca cercavo un uomo forte, capace di impedirmi di commettere gli stessi sbagli commessi col mio primo ragazzo. Capace di trattarmi male se occorreva.
    Cercavo una guida coercitiva e l’ho avuta. Una sotra di punizione autoinflitta per diventare un giorno una persona migliore, capace di amare veramente, di non tradire. Ora mi sento di aver espiato i miei peccati e vorrei instaurare un rapporto diverso col mio compagno, basato sulla fiducia reciproca, sul rispetto, sull’amore e sul riconoscimento.
    Quando ho parlato al mio analista di non riuscire a lasciare il mio ragazzo, lui mi ha parlato di vantaggio secondario, ed eccomi qua. La ringrazio dunque per questa pagina che mi ha offerto ulteriori spunti di riflessione.
    Se il nostro inconscio ci dice cosa vogliamo, ma ciò che vogliamo spesso ha tinte autolesionistiche, che cosa bisogna ascoltare allora per diventare veramente liberi e felici?
    Forse è vero che siamo qua per fare esperienza sulla nostra pelle e che la libertà la si ottiene soltanto in questo modo, conoscendoci meglio, facendo esperienze in prima persona e sbattendoci il muso.
    Mi rendo conto solo ora che forse il mio incoscio non voleva in realtà il mio male e lui sa cosa è veramente importante per me…al di là di ogni condizionamento esterno.

    Grazie

    Rispondi
    • massimo catalucci

      Gent.ma Sofia,

      intanto grazie per aver dedicato un po’ del suo tempo alla lettura del mio articolo.

      Non è sicuramente facile rispondere alle sue domande. Provo comunque a formulare dei concetti, che spero possano soddisfare i suoi interrogativi o, quantomeno, porre le basi per nuove riflessioni su cui potremmo, eventualmente, dialogare.

      Nel suo commento pone diversi interrogativi che, forse, avrà già avuto modo si sperimentare e che tendono alla ricerca razionale di una risposta che possa liberarla da ciò che vive, emotivamente parlando, ma, che in realtà, solitamente non arriva mai. O meglio, arrivano sempre risposte razionali, che non la soddisfano e/o che già conosce.

      Sono del parere che, ciò che ci limita di più, è proprio la nostra ricerca continua di dare un senso logico, una ragione, a tutto quello che ci accade.
      Solitamente, alimentiamo più la nostra necessità di conoscere razionalmente il reale, piuttosto che, conoscere emotivamente ciò che percepiamo come realtà delle cose.

      Come esseri pensanti, generalmente, tendiamo a dare un valore maggiore alla nostra intelligenza logico/matematica e, poco o nessun valore, all’intelligenza emotiva (vedi Daniel Goleman).
      Accade così, che ci riempiamo di interrogativi basati sul “perché” ci accade ciò che vorremmo evitare e/o, non ci accade ciò che invece vorremmo accadesse.

      In sintesi, andiamo sempre alla ricerca dei “perché” e non del “come” viviamo una determinata situazione.

      Nei mie articoli indico spesso che il primo passo da fare quando viviamo un disagio (sofferenza), dovrebbe essere quello di accogliere il disagio stesso, ascoltando il messaggio intrinseco, simbolico, che si cela dietro il suo modo di manifestarsi.

      Capisco che, detto così, l’interrogativo che segue, solitamente è: ok, come si fa?

      E qui viene il bello!!!

      Potrei rispondere dicendo che dovremmo sviluppare, in primo luogo la capacità di saper ascoltare noi stessi e il nostro disagio (quando si manifesta) e comunicare con quest’ultimo, utilizzando i suoi codici di linguaggio che trovano riscontro nel linguaggio emotivo e, in secondo luogo, attivarci affinché questo linguaggio ci aiuti a ricercare, anche simbolicamente e in modo creativo, gli elementi necessari da utilizzare nell’elaborazione e trasformazione del nostro disagio, offrendoci valide soluzioni alternative ai comportamenti inadeguati che vorremmo cambiare.

      Ma cos’è il linguaggio emotivo?

      Il linguaggio emotivo, cui è preposto l’emisfero destro del nostro cervello, è quel linguaggio che ha a che fare con la nostra capacità di immaginare, di creare, di fantasticare, di generare neuro-associazioni (associare emozioni negative/positive) a contesti e fatti che sono immagazzinati dentro di noi, di cui possiamo essere o non essere coscienti e che sono racchiusi in un modello individuale del mondo interiore che abbiamo costruito nel tempo.

      Partendo dall’ascolto del disagio stesso che viviamo, si aprono scenari immaginari, appunto, che sono i ponti ed i riferimenti di collegamento tra il disagio che viviamo nel presente e ciò che può averlo generato nella realtà e, per cui, oggi facciamo delle scelte specifiche, in relazione al nostro modo di pensare ed agire e che ci spingono in una direzione o nell’altra. Spesso, verso la sofferenza.

      Credo che tutte le cose che noi esseri umani siano in grado di immaginare, corrispondano in qualche modo alla realtà che viviamo, nel senso che, hanno un’attinenza con la nostra esistenza.

      Ecco perché, nel caso dell’elaborazione di un disagio e nel tentativo di trasformarlo in qualcosa di più vantaggioso per la persona, che non ne limiti il suo libero agire, ritengo che sia più vantaggioso affidarsi alla pratica di quello che io amo chiamare: D.E.E.P. – “Dialogo Emotivo con l’Esperienza Personale”.

      Detto ciò, quindi, sulla base di quello che scrive, ad esempio una prima domanda che le farei è questa: cosa prova quando vorrebbe lasciare il suo ragazzo, ma, non riesce a farlo?

      In questa domanda, non le viene chiesto il “perché” è arrivata alla conclusione di voler lasciare il suo compagno, che la costringerebbe a formulare una risposta razionale che chiamerebbe in causa il suo emisfero cerebrale sinistro, elencandomi, come in parte ha già fatto nel suo commento, una serie di motivazioni logiche, ma, se fa attenzione all’interrogativo che le ho posto, dovrebbe essere in grado di rievocare la sensazione emotiva (neuro-associazione) che vive nel momento in cui, come lei dice, vorrebbe chiudere il suo rapporto di coppia con la persona alla quale ora è unita, ma, c’è qualcosa o qualcuno che le impedisce di farlo.

      Ci tengo naturalmente a precisare che il mio intervento non vuole assolutamente spingerla a procedere in una direzione o nell’altra, relativamente al suo rapporto di coppia, né vuole attivare una seduta di counselling in questo network. Vuole, piuttosto, tentare di rispondere in via generale e nel modo più esaustivo possibile (questo è quello che sto tentando di fare) ai suoi quesiti, anche se non è facile farlo attraverso strumenti virtuali di un network internet, dove la componente di un’interattività reale viene meno e, di conseguenza, non si posso apprezzare, sempre in tempo reale, le sue eventuali risposte verbali (emisfero sinistro – logica) e soprattutto, non verbali (emisfero destro – emotività), al fine di orientare il dialogo verso la produzione di elementi significativi e determinanti per il caso specifico.

      In sintesi, rispondendo alla sua domanda – “cosa bisogna ascoltare allora per diventare veramente liberi e felici?”, dico che dovremmo andare a ricercare in primo luogo, cosa significa essere libera e felice per lei (ognuno ha uno suo modo univoco di sentirsi libero e felice), andando a ripescare, poi, nel suo modello del mondo interiore, situazioni che le possano far provare emozioni specifiche di vita libera e felice.

      Sono cosciente, come già detto, che tale processo cognitivo comportamentale, non può essere espletato, naturalmente, attraverso un blog o un network, anche se il dialogo condiviso è sempre da considerare un accrescimento delle conoscenze, personali e collettive. Qui, possiamo solo tentare di dare delle risposte, molto generiche, alle domande che gli utenti del web sottopongono, attraverso la lettura di articoli.

      Sappiamo poi, che, attuare programmi di counselling, psicoterapia, o quant’altro relativo agli aspetti psicoeomotivi e/opedagogici della persona, necessitano di un setting appropriato che non può essere circoscritto a quello di un network.

      In conclusione, rispondo al suo primo quesito, con il quale ha aperto il suo commento al mio articolo: l’inconscio chi rappresenta in realtà?

      A questa domanda rispondo: ciò che lei vuole che rappresenti per lei, un amico o un nemico!!!

      Ringraziandola ancora per la sua gentile attenzione, la saluto cordialmente.

      Dott. Massimo Catalucci Cr.

  • cinzia

    Grazie per la risposta e per l’interessamento…Comunque la risposta più significativa sta proprio negli ultimi periodi del commento a Paolo.Nel mio caso è difficile spiegare quello che vorrei veramente o quello che non ho fatto e perchè:ci vorrebbe un e-book da 3000 pagine!Ma a parte la battuta, ho sempre anteposto gli altri alle mie esigenze mettendo in secondo piano le mie aspirazioni e i miei sogni. Questo è avvenuto sia a livello conscio, sia inconscio, rifiutando così a priori alcune occasioni che mi sono capitate. O forse ho vissuto solo nel presente, non valutando che certe scelte si sarebbero ripercosse nel futuro.So che ho bisogno di lavorare su me stessa, ci sto provando, anche perchè per riprendere appunto la risposta a Paolo, forse stanno maturando i tempi per un reale cambiamento. Ma i condizionamenti sono forti e la resistenza a volte è tanta..si tratta a volte di ‘ecologie’ familiari che sono difficili da sovvertire. Ho fiducia però che possa accadere presto e lo voglio con tutte le mie forze.Grazie per l’attenzione Cinzia

    Rispondi
  • paolo

    salve!
    molto interessante il suo articolo!
    mi ha fatto venire in mente alcune domande quando parla di collaborazione tra conscio e subconscio..potrei chiederle di essere un po’ più preciso su questo punto?
    cioè,ok..il linguaggio del subconscio sono le immagini,l’abitudine,etc..
    ma ..un tipo di strategia più precisa?

    grazie

    Rispondi
    • massimo catalucci

      Grazie Paolo per il suo intervento.

      Come da Lei richiesto, per quanto mi è possibile, provo ad essere più preciso!

      Immaginiamo che esista in me il desiderio di voler cambiare un’abitudine che ritengo scomoda, ad esempio smettere di fumare.

      La mia volontà di smettere, da sola, non è sufficiente a farmi cambiare comportamento, perché è solo una parte di me e non il mio intero.

      Nel momento in cui dovessi raccontarmi tutte le buone cause per cui è meglio respirare aria anziché nicotina, catrame, allo stesso tempo alimenterei, o meglio stimolerei ancora di più, ciò che in realtà vorrei evitare. Questo perché il comportamento del fumo, al di la dell’aspetto che mi render dipendente dal prodotto (cioè il fisico melo lo richiede perché circolano nei miei tessuti corporei tracce di nicotina e catrame), è qualcosa che va a compensare una mancanza, o se lo desidera, colma un bisogno non appagato nella realtà, conformemente all’origine del mio bisogno inconscio e che è ordinario nel mio sistema.
      Aggiungo inoltre che, laddove il soggetto fumatore si trovi in un momento particolare di nervosismo, probabilmente (diciamo sicuramente), aumenterebbe in lui, in quell’esatto momento, il desiderio di fumare di più. E questo processo avviene in automatico.

      Molte volte mi trovo a dialogare con dei fumatori e mi rendo conto che nel momento in cui si comincia a parlare di qualcosa che il loro inconscio riconosce come dati significativi che lo stimolano (rispolverando ricordi profondi) che hanno un chiaro riferimento nel vissuto della persona (credenze, valori, traumi, ecc), il processo automatico risponde proprio con l’atteggiamento (diventato abitudine) di sfogo, che permette al soggetto di compensare la sofferenza emotiva che sta provando in quel momento, aumentando la dose di fumo.
      È una valvola di scarico.

      Infatti non è difficile sentire un fumatore dire: adesso mi voglio fumare una bella sigaretta per rilassarmi.

      Se volessimo utilizzare dell’ironia, ci verrebbe di dire che la sigaretta rilassa, ma a lungo andare rilassa definitivamente.

      Non c’è forse scritto sui pacchetti di sigarette che “IL FUMO NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE”.

      Nonostante tutto il fumatore continua però a fumare per rilassarsi.

      Ciò significa che inconsciamente trova quindi, nella sigaretta, quello che chiamo “pseudo piacere”, o “piacere effimero”.
      Con il comportamento del fumo, non sta soddisfacendo la sua parte profonda di piacere ordinario, ma sta razionalizzando uno stimolo inconscio che lo porta a creare un comportamento simile al piacere che le permette momentaneamente di allontanare una sofferenza (sicché anche minima) di un suo stato interno e profondo.

      Qualcuno potrebbe osservare che anche con la sola volontà, la forza d’animo, ha smesso di fumare.

      Due sono i casi:

      1) o il soggetto ha trovato inconsciamente comportamenti alternativi al fumo (anche solo immagini mentali e dialoghi interiori diversi da quelli che produceva prima) che lo appagano nel profondo quanto o di più faceva il fumo di una sigaretta (e questo è sicuramente ordinario);

      2) oppure si troverà a generare altri comportamenti compensatori che lo porteranno ad aumentare la sofferenza inconscia. Di solito questi comportamenti compensano con l’alimentazione, il sesso, l’alcool, lo sport esasperato (“se non vado un giorno in palestra sto male”), l’eccessivo nervosismo scaricato verbalmente o fisicamente sul partner, figlio, genitore, datore di lavoro, dipendente, ecc.. Poteri fare un elenco lunghissimo di comportamenti compensatori che sono stati generati proprio da un comportamento che volevamo eliminare e contrastare solo con la razionalità, la volontà.

      A) Ecco quindi che ritorna prepotentemente il tema iniziale, la razionalità mi serve per comprendere cosa è buono e cosa non lo è da un punto di vista oggettivo (esempio: la nicotina e il catrame, sono nocivi per la salute);

      B) Soggettivo: costruisco con la mia parte creativa (emotiva) 5 o più comportamenti che già solo immaginandoli nella mia mente in tutte le loro rappresentazioni sensoriali (vista udito, gusto, olfatto, tatto) mi danno una grande emozione positiva che mi fa sentire propositivo dal provarli in alternativa al fumo.

      C) Il passo successivo sarà quello di costruire sulla base della mia percezione spazio-temporale, sempre con l’aiuto della mia immaginazione, i momenti in cui vorrei che tali comportamenti alternativi andassero ad effetto in sostituzione del comportamento indesiderato (fumare).

      Tutto questo per dire che la volontà e la razionalità ci servono solo per fare i primi passi, scegliere la direzione, poi bisogna chiedere la collaborazione al nostro inconscio.

      Spero di essere stato esaustivo, anche se questo processo rimane difficile da spiegare a parole. Sarebbe molto più facile interagire con la persona per dimostrare come è possibile far comunicare le due parti, conscio ed inconscio.

      Naturalmente, per correttezza, devo anche indicare che non sempre, il nostro inconscio ci invia subito segnali partecipativi. Ci sono casi dove preferisce mantenere il comportamento indesiderato piuttosto che partecipare alla creazione di comportamenti alternativi, perché ritiene che sarebbe una sofferenza maggiore. Occorre quindi rispettare i tempi di ognuno, fino a quando alcune parti all’interno del nostro sistema emotivo, sono concordi nell’operare un cambiamento.

      Se questo dato non viene rispettato, si rischia di creare scomode situazioni di chiusura e rifiuto al cambiamento.

      Cordialmente

      Massimo Catalucci

  • cinzia

    Leggendo questo articolo e pensando alla mia vita, credo di aver capito finalmente perchè quando ho sfiorato o toccato per un momento ciò che volevo veramente, mi è sfuggito…E aspetto ancora quell’occasione che mi porterà a essere quello che vorrei davvero, ma forse non ci riuscirò mai..E’ il mio inconscio che non vuole! Adesso so con chi prendermela!Cari saluti

    Rispondi
    • massimo catalucci

      Ciao Cinzia. Grazie innanzitutto per aver prestato attenzione al mio post. Vorrei fermarmi un attimo con te, se me lo permetti, per approfondire il tema che ho trattato, facendo in modo che tu possa afferrare maggiormente quello che intendevo dire nel post. Il mio messaggio vuole porre al centro di tutto quello che facciamo il nostro essere come forma integrale, evitando di affidarci esclusivamente alla razionalità o all’emotività. Mi spiego meglio. Noi abbiamo bisogno sia della razionalità che dell’emotività. Laddove forziamo però la mano con la razionalità, tentando di trovare risposte logiche, sensate, nella parte (emotività) che ha una struttura completamente diversa da quella razionale, ci troviamo spesso nella condizione di creare una maggiore resistenza della stessa parte emotiva. Leggendo ad esempio il tuo commento, ci sono alcune cose che hanno catturato la mia attenzione, per le quali potrei rivolgerti le sguenti domande:

      Cosa esattamente avresti voluto? Come vorresti essere specificamente? Come ti senti quando qualcuno se la prende con te per qualcosa che pensa che tu gli abbia fatto?

      Solitamente noi attraverso l’espressione verbale, commettiamo delle “cancellature”, che nascondono la struttura di un messaggio più profondo.
      Quando dico comunicare con la parte inconscia e/o far comunicare più parti tra loro che sono dentro di noi, intendo dire sviscerare il significato di una struttura superficiale che spesso trova risposte solo razionali, ma che non producono soluzioni al problema che accusiamo.

      Per concludere ti chiedo:

      Cosa accadrebbe se invece di prendertela (anche se in modo scherzoso) con la parte responsabile che ti ha fatto perdere l’occasione di ….(sai tu cosa…), cominciassi a chiedere a quella parte se intende collaborare con te per farti avere ora, quello che desideri?

      Grazie ancora per il tuo interesse.
      Cordialmente
      Massimo Catalucci

  • roberta fianchini

    “Quando gli dei ci odiano realizzano i nostri desideri”: non sempre i nostri desideri sono in sintonia su ciò che noi realmente siamo e/o dovremmo essere e su ciò per cui siamo programmati a svolgere in questa vita affinché non vada perduta questa immensa opportunità di crescita.

    Rispondi
    • massimo catalucci

      Ciao Roberta. Ho visto che hai commentato più dettagliatamente il mio post, rispondendomi direttamente nella mia casella di posta elettronica. Ok. ti ripondo attraverso la tua e-mail.
      Cordialmente
      Massimo Catalucci

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