La metamedicina e il sé profondoMetamedicina significa “oltre la medicina” ed è una fondamentalmente filosofia della salute e della guarigione. Anziché fornire una qualsiasi forma di diagnosi e trattamento, la metamedicina si concentra sull’esperienza individuale di malattia e sul significato che essa ha per il paziente – qualcosa che i medici raramente tendono a praticare.

La metamedicina non è dunque un’altra forma di “medicina alternativa”, né il “meta-medico” è una figura in grado di offrire una qualche forma di terapia “complementare” per curare disturbi specifici; ma esiste un nesso tra metamedicina e farmaci?

La metamedicina: scoprire il disagio profondo

Lo scopo della metamedicina è quello di realizzare un vero e proprio complemento sia per la medicina ortodossa che per quella alternativa, volta ad aiutare l’ individuo a scoprire il significato del suo ” disagio” fisico e psicologico, piuttosto che cercare le cause e le cure delle cosiddette “malattie”.

Sia le forme ortodosse che alternative di medicina si fondano essenzialmente sullo stesso modello medico di malattia, ovvero il modello causale. In passato, la malattia è stata interpretata come una punizione per il peccato commesso (dunque come una sorta di espiazione) mentre è oggi considerata come una “conseguenza” di geni difettosi o di uno stile di vita errato, della mancanza di esercizio fisico e di una carenza vitaminica, di cattive abitudini alimentari o piuttosto di un pensiero negativo.

Ma se interpretiamo la malattia come una condizione che ha cause puramente mediche o puramente psicologiche, o una via di mezzo che chiamiamo “stile di vita” – il modello è essenzialmente lo stesso. E così, muovendo da tale approccio, si giunge alla risposta: trovare un trattamento che elimini la malattia, piuttosto che trovarne (anche) un significato.

La metamedicina: un approccio olistico alla malattia

 

La metamedicina e il significato del disagio

La metamedicina è un approccio realmente “olistico”, basato sul principio che la malattia possa essere intesa non solo come uno stato patologico di qualche tipo, bensì come un processo di guarigione e di cambiamento – non solo del nostro stile di vita o della dieta, ma nel profondo di ciascuno di noi.

In una cultura che definisce la condizione di “salute” dell’organismo, come la capacità di funzionare correttamente, alterazioni inaspettate nella condizione mentale e fisica sono di solito interpretate negativamente – come impedimenti o stimmi che tradiscono gravi disfunzioni.

Per questo motivo, noi non permettiamo che cambiamenti nella nostra esperienza mentale, emozionale e corporea possano modificare l’esperienza d sé, in definitiva il nostro senso di chi siamo. Non ci permettiamo di “arrivare a noi stessi”.

Questo, a sua volta, ci impedisce di usare le nostre menti e i nostri corpi per trovare nuovi modi di esprimere e incarnare noi stessi e cerchiamo a tutti i costi un fantomatico “ritorno alla normalità” , per preservare la nostra idea attuale di chi siamo, di come dovremmo sentire e di come dovremmo funzionare.

La metamedicina contesta la definizione di salute come funzionalità, una definizione che porta a trattare tutte le espressioni della malattia e tutti i segni di disfunzione fisica o mentale come una minaccia al sé, e un qualcosa che ha bisogno di un “trattamento”.

Piuttosto, essa vede opportunità significative di sperimentare noi stessi in modi nuovi, per esprimere e incarnare più di quello che siamo, per guarire noi stessi, diventando più complessi. Così come c’è sempre un divario tra la nostra esperienza vissuta e il modo in cui tendiamo a rappresentarla a parole, vi è anche un divario tra il nostro sé profondo e il nostro sé verbale o “ego”.

Il concetto di malattia “psicosomatica” può sembrare di corretta applicazione in tale contesto – l’idea che la malattia sia l’espressione somatica di conflitti psicologici che l’individuo è incapace di affrontare mentalmente o esprimere verbalmente. La somatizzazione deriverebbe quindi da una incapacità di gestire lo stress o verbalizzare il disagio interiore.

La metamedicina contesta questa visione della “psicosomatica”, sostenendo che le difficoltà nel rispondere esteriormente ad eventi e altre persone, nasce quando non ci riconosciamo pienamente nelle nostre reazioni interiori e sentimenti, quando non permettiamo a noi stessi di sentire queste risposte interiori o di rispondere ad i nostri sentimenti più profondi.

Da questa prospettiva, la malattia psicosomatica è l’incapacità di percepire pienamente (e incarnare) quei sentimenti “senza nome” che derivano dal nostro sé profondo- il sé che risponde silenziosamente alla nostra esperienza vissuta. Per la metamedicina la malattia non è una condizione medica particolare, ma un modo di vivere e di rispondere ad una tensione di fondo della condizione umana in sé.

1 Commento

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  • Giacomo

    Buono articolo.grazie

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