La prima sensazione è stata quella di voler mollare tutto. Ma sono
sincero, non è arrivata neanche subito.
Frastornato dai frenetici giorni di festa, da un paio di notti passate fra
chiacchiere e giochi..risvegliarsi, quel mattino...“un violento
maremoto ha colpito...si calcolano 4000 vittime”.
Poverini, ho pensato, ma poi ho continuato a prepararmi, c'era il pranzo
di S.Stefano ad aspettarmi, insieme a parenti e amici.
Sono passate così quelle ore e le notizie hanno cominciato ad intensificarsi,
così come le immagini.
10, 15, 30, 50.000 morti...è stato quello il momento in cui mi sono
sentito cadere, nel tardo pomeriggio, quando gli sguardi innocenti di quei
bimbi e le scene di disperazione hanno cominciato a fare il giro del mondo.
Sopraffatto, completamente sopraffatto da quel pesante e incombente senso di inutilità che ha da quel momento attanagliato la mia anima e che non faceva che aumentare col passare del tempo.
Storie, storie dentro le storie, vite distrutte, rovinate improvvisamente
con una violenza inaudita, storie di madri senza più figli, di mariti
senza più mogli, storie di nonne e anziani, storie di parenti e amici.
Storie di popoli già ridotti dell'essenziale e privati ora anche
di quello.
E poi ci sono le altre storie, le storie dei turisti, della gente che in
un modo o nell'altro era lì per divertirsi, per rilassarsi.
La storia di quella coppia, 35 anni di matrimonio, si erano regalati una
vacanza:“..me lo sò sognato pure stanotte”,
dice ora lei al giornalista, “..me faceva ciao ciao; ce volevamo
tanto bene, poi proprio stò periodo eravamo contenti come due bambini”,
parole dette con grande disperazione ma unita ad una indescrivibile dolcezza.
E poi quei due sposi in viaggio di nozze, a 10 giorni dalla tragedia lui
è lì sul letto dell'ospedale che continua a ripetere “prima
o poi la troveremo, magari è ancora svenuta e non può chiedere
aiuto...”; e poi la storia di quel giovane fotografo in cerca
dello scatto della vita.
E poi storie e ancora storie, storie dentro le storie, volti , sguardi,
lacrime e disperazione alla quale si è aggiunta la mia di disperazione,
alle quali si sono aggiunte le mie di lacrime.
“Al diavolo!” mi sono detto, “lascio tutto”,
“che senso ha ormai, che senso ha ormai continuare”.
Come perdere in un solo colpo tutte le mie sicurezze, tutto quel mio bel
pensare positivo di cui tanto parlo.
“Maledetto, al diavolo accidenti, al diavolo tutto quanto!”.
Poi è stata come una voce, un sussurro: “ehi, ricorda,
più che puoi significa anche questo; è come una metafora,
una metafora della vita che dice che malgrado tutto bisogna saper ricostruire,
anche sopra le macerie”.
È stato in quel momento che hanno cominciato a rimbalzare nella mia
mente le storie di speranza, quelle che un sorriso, almeno, sono riuscite
a strapparlo.
La storia di quel neonato rapito dalla furia dell'onda e ritrovato dopo
molto tempo..salvo, si, salvo, solo perchè in quel momento stava
dormendo e su quel materasso ha galleggiato: infreddolito, impaurito, ma
salvo.
E poi la storia di quel giovane padre, lui in questa tragedia ha perso il
figlio di due anni; poi una notte l'ha sognato: “ehi papà,
non ti preoccupare io torno, torno nella pancia della mamma”,
ritrovarsi così il giorno dopo all'ospedale, ecografia, la moglie
era incinta da 6 settimane.
E allora si, c'è un motivo per continuare e il motivo principale
è aiutare questa gente, aiutarla in un modo o nell'altro a ricominciare,
aiutarla a ricostruire.
E in questo senso, forse in una delle rare occasioni, mi sono sentito orgoglioso
del mondo in cui vivo.
La macchina della solidarietà che si è messa in moto è
una macchina senza precedenti e sono sicuro, o almeno lo voglio credere,
che non è solo l'onda emotiva ad aver dato vita a questo immenso
dispiego di forze, sia fisiche che economiche.
In questo momento, mentre scrivo, l'ultimo bollettino stima 150.000 vittime.
Ed io mi ritrovo qui, sulla mia sedia, che volgo lo sguardo al cielo.
Vorrei abbracciare una ad una quelle persone, e uno ad uno vorrei abbracciare
i loro cari, quelli che sono rimasti.
Vorrei abbracciarli tutti e permetterci di asciugarci vicendevolmente le
lacrime, e scambiarci un pò di quel tanto raro calore umano.
Poi magari guardarci negli occhi e scoprire sul volto quel lieve sorriso
che possa permetterci in un modo o nell'altro di ricominciare.
Si, perchè la vita continua, malgrado tutto.
Si, perchè malgrado tutto...la vita continua.
In ricordo delle vittime dello Tsunami
Brescia, 6 Gennaio 2005
Italo Pentimalli