Gli orientali, solitamente più interessati allo scopo ultimo dell’esistenza che al materialismo del mondo fine a se stesso, considerano con il massimo rispetto l’uomo che che vive alla costante scoperta del proprio Sé, aprendo le porte della coscienza e della consapevolezza.

Nel corso della mia vita, molti sono gli insegnanti che mi hanno aiutato in tale percorso di crescita interiore e il libro “101 storie Zen” è uno di questi.

Esso racchiude semplici e profondi insegnamenti, che nei secoli hanno condotto all’illuminazione diversi discepoli. Lo Zen è stato descritto come “un insegnamento al di là delle parole, che rivela l’essenza della mente dell’uomo, il quale vede direttamente nella propria natura e consegue il Satori, l’Illuminazione“.

Illuminanti e profonde nella loro semplicità e trasparenza, limpide come l’acqua che sgorga da una sorgente, serene come il cielo di prima mattina o brillanti di un’arguzia che insegna spesso mediante l’umorismo, una delle numerose storie sulle quali ho riflettuto nel momento stesso in cui l’ho letta, è quella che segue:”il sapore della spada di Banzo”.

Al termine dello scorso esame (18 dicembre 2010) di cintura nera nella nobile disciplina dello Iaido (arte della spada giapponese, il celebre “katana”) il mio Maestro mi regala questa storia, già letta tempo fa ma mai realmente compresa.

Dedicata ai miei allievi della Bushidokai ShinGiTai per i meravigliosi esami sostenuti, ora la voglio condividere con te. Sono certo che la capirai perché non serve conoscere lo Iaido…

… ma attenzione! Ci sono molti significati, nessuno dei quali completamente definibile.

Lascio a te, caro lettore/cara lettrice, il piacere di trarne un significato e postarlo nei commenti.

Buona riflessione!

Matajuro Yagyu era il figlio di un famoso spadaccino. Suo padre, convinto che l’attitudine del figlio fosse troppo scarsa per fargli raggiungere la maestria, lo disconobbe.

Così Matajuro andò sul Monte Futara e là trovo il famoso spadaccino Banzo.

Ma Banzo confermò il giudizio del padre. “Tu vuoi imparare a maneggiare la spada sotto la mia guida?” domandò Banzo. “Ti mancano i requisiti indispensabili“.

Ma se lavoro sodo, quanti anni mi ci vorranno per diventare un maestro?” insistette il giovane. “Il resto della tua vita” rispose Banzo. “Non posso aspettare tanto” disse Matajuro. “Se accetti di darmi lezione, sono pronto a sottopormi a qualunque fatica. Se divento il tuo devotissimo servo, quanto tempo mi ci vorrà?

Oh, forse dieci anni” disse Banzo addolcendosi.

Mio padre si sta facendo vecchio e presto dovrò prendermi cura di lui” continuò Matajuro. “Se lavoro ancora più assiduamente, quanto tempo mi ci vorrà?” “Oh, forse trent’anni” rispose Banzo.

Ma come!” disse Matajuro. “Prima hai detto dieci anni e ora trenta! Accetterò qualunque privazione pur di imparare quest’arte nel tempo più breve!” “” disse Banzo “allora dovrai restare con me settant’anni. Un uomo che ha tanta fretta di ottenere risultati raramente impara alla svelta“.

E va bene” dichiarò il giovane, comprendendo infine che gli stava rimproverando la sua impazienza. “Accetto“.

Matajuro ebbe l’ordine di non parlare mai di scherma e di non toccare mai una spada. Cucinava per il suo maestro, lavava i piatti, gli rifaceva il letto, puliva il cortile, curava il giardino, tutto senza che si parlasse mai di scherma.

Passarono tre anni. Matajuro continuava a lavorare.Pensando al proprio avvenire era triste.  Non aveva ancora incominciato a imparare l’arte alla quale aveva votato la propria vita.

Ma un giorno Banzo scivolò alle sue spalle e gli diede un colpo terribile con una spada di legno. L’indomani, mentre Matajuro stava cucinando del riso, Banzo tutt’a un tratto gli saltò di nuovo addosso.

Da allora, giorno e notte, Matajuro dovette difendersi dagli assalti inaspettati. Non c’era giorno, non c’era momento che non dovesse pensare al sapore della spada di Banzo.

Imparò così in fretta che la faccia del suo Maestro era raggiante di sorrisi. Matajuro divenne il più grande spadaccino del paese.

[tratto dal libro “101 Storie Zen” di Nyogen Senzaki – edizionilpuntodincontro]

8 Commenti

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  • lunello

    se leggiamo bene la storia banzo inizio a usare il bastone dopo tre anni, avrebbe potuto farlo dopo un paio di giorni. probabilmente la 1° cosa che gli a fatto capire facendogli fare i lavori domestici e altro per circa tre anni è stata l’umiltà.

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  • Giobbe

    Buongiorno,
    sono felice.
    Cordiali saluti.

    giobbe

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  • marisa

    smetterla di sopportare “pazientemente2 il sopruso, la prepotenza, per esempio. Ripeto sono una donna ed ho anche una certa età.In una poesia, tanti anni fa, ho scritto:ho visto la mia vita avviarsi… triste giovenca al macello.
    Certe volte mi viene da piangere, pensando alla pazienza infinita che può sviluppare un essere umano. A volte soffriamo per colpe non nostre, soffriamo per un karma collettivo, appartenere ad una razza, ad un popolo, ad una tradizione, ad un genere sessuale.
    Altro esempio: cosa permette ad un manipolo di uomini, tanti sono, di produrre devastazione, morte, diseguaglianza, sfruttamento ed uscirne sempre vincenti, di fronte ad un’umanità intera, condizionata, rassegnata. Non amo il cristianesimo perché del messaggio di Cristo ha voluto imporre solo il simbolo della croce, quando la croce stessa(una linea diritta, tagliata nel mezzo da un’altra linea) significa tutt’altro, cioè negazione dell’io, con tutto ciò che questo può significare.Certo, questo mio ragionare non vuole essere un elogio dell’impazienza o dell’impulsività, ma solo prendere coscienza che la vita di tutti è sacra. Si deve essere pazienti, non sottomessi. Scusa la frettolosità della risposta, ma credo di essermi spiegata. Grazie, comunque.

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    • stefano bresciani

      Ti sei spiegata benissimo Marisa, altroché.
      Il confine tra pazienza e sopportazione è così sottile che spesso è difficile da percepire e nei rapporti con le altre persone trovare il giusto equilibrio è uno degli obiettivi che mi sono prefissato dal giorno in cui sono entrato nell’età adulta.

      Ciò che hai citato all’inizio del tuo ultimo commento trova il mio pieno appoggio in una società dove se ne vedono di tutti colori: violenze fisiche e verbali, razzismo, soprusi, privazione di libertà (in particolare nei paesi del terzo mondo). Personalmente alcuni anni fa ho collaborato a progetti per combattere la violenza di donne e bambini nepalesi mentre negli ultimi 3 anni mi sto dando da fare per ridurre il problema della violenza sulle donne (non solo fisica) attraverso corsi di sensibilizzazione e seminari su tecniche di antiaggressione femminile (www.difesadonna.it)… penso che qualcosa si stia già muovendo nel nostro piccolo, non credi?

      Purtroppo non trova risposta il tuo interrogativo “cosa permette agli uomini…” se non grazie al tentativo di cambiare lo status quo attraverso opere di ogni tipo (i miei sono solo esempi, ma si può re-agire in tanti modi). La pazienza di tutte quelle persone che hanno vissuto esperienze negative dettate dall’eccessiva sopportazione, poi sfociata in sottomissione, ritengo sia da elogiare come virtù!!!

      Un piccolo-grande uomo indiano il secolo scorso diceva “sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” (M. Gandhi).

      un sentito abbraccio,
      Stefano

  • marisa

    Io sono un tipo molto molto impaziente. Mangio in piedi, faccio trenta cose contemporaneamente, sono una donna e so quel che faccio. Non è paziente chi si sforza di esserlo.E’ solo compresso e prima o poi in esplosione.Non è questo che impara Matajuro,cioè ad essere paziente. Ha imparato la determinazione e la prontezza necessarie per combattere al momento opportuno, quando e ogni volta che è stato assalito.Come un frutto che cade dall’albero quando è il suo giusto tempo. Nel frattempo ha coltivato solo lo sforzo di fare tutt’altro per ingannare l’attesa. Ci sono situazioni che la pazienza non è virtù. Tutt’altro.

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    • stefano bresciani

      Gentile Marisa, mi permetto di replicare al suo commento esponendole il mio punto di vista (che rimane pur sempre tale e ovviamente opinabile).
      Io sono stato impaziente e ansioso diciamo fino alla maggior età, alternando momenti di apatia a momenti di iperattività. Gradualmente questa mia caratteristica si è affievolita con la pratica delle arti marziali e lo studio di filosofie orientali tra cui lo zen. In seguito però ci sono stati episodi di esplosione emotiva sfociati in pazienza incontrollata che mi hanno invitato a riflettere su ciò che è meglio o non meglio fare (tengo a precisare che mi riferisco esclusivamente al mio caso).

      Azione o inazione, autocontrollo o impazienza, ansia o repressione di stati d’animo che considero “negativi”? Mi sono posto molte domande nel corso degli ultimi 17 anni e la risposta l’ho trovata grazie a semplici insegnamenti che già conoscevo (in teoria) ma che stentavo a mettere in pratica (o meglio non sempre ci riuscivo). Trovo che a volte sia bello sfogarsi e lasciarsi andare all’impazienza, all’iperattività, ma troppo spesso ciò mi ha causato più danni che benefici!

      Ma ho creduto fortemente nel mio cambiamento, alla ricerca di un equilibrio legato in primis all’autocontrollo dell’impulsività (come illustro in un recente articolo sulla sofferenza) e in seguito allo sviluppo della pazienza. Il proverbio dice che è una virtù, ma probabilmente in certi momenti può non esserlo, gradirei però scoprire quali poiché il mio punto di vista potrebbe essere annebbiato da ciò che di positivo ha portato questa virtù nella mia vita.

      Mi è piaciuto molto il significato che è riuscita a cogliere da questa storia zen, dato che prontezza e determinazione sono proprio le doti necessarie per diventare un buon praticante nell’arte della spada :-)

      Grazie per il suo spunto di riflessione,
      Stefano

  • Mariagiovanna

    significa che coltivando la pazienza senza bramare l’oggetto dei desideri, quando arriverà lo si saprà prendere per il verso giusto più facilmente……..
    significa anche che ciò che ci sta a cuore, e ciò che ognuno è convinto di volere e sapere fare meglio, nel tempo di concretizzerà, e resterà valido, e che gli ostacoli che ci hanno tenuti lontani da esso non bastano per cancellare e far dimenticare le nostre attitudini… Il padre sicuramente rimproverava al figlio di non avere pazienza, e non di essere un incapace, ma in modo implicito… e il resto della storia serve per fare comprendere meglio il senso, l’essenza del concetto.

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    • stefano bresciani

      Grazie Mariagiovanna, graditissimo il tuo commento!
      “La pazienza è la virtù dei forti” dice il proverbio e questa storia Zen è uno dei (reali) tanti esempi di ciò che si può ottenere coltivando questa virtù…

      un caro saluto,
      Stefano

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