cervello_6Cervello: Neo-cortex – Limbico – R-complex

Quando parliamo di cambiamento di un qualsiasi nostro comportamento che ci crea disagio nella nostra esistenza, di solito pensiamo che sia sufficiente la sola volontà di fare o non fare una determinata cosa.

In un nostro qualsiasi comportamento che vorremmo cambiare, come ad esempio smettere di fumare, oppure, avere un igiene alimentare conforme alla nostra struttura fisica, oppure ancora smettere di fare eccessivo uso di alcool o droghe, sappiamo che possono coesistere in noi sia la consapevolezza di quello che stiamo facendo, che la nostra inconsapevolezza in merito al perché lo facciamo e questo accade anche se siamo molto convinti di voler evitare uno dei comportamenti su detti.

Lavorare quindi solo sull’aspetto emotivo (inconscio) della persona rispetto a quello razionale (conscio) o viceversa, non fornisce, secondo il mio punto di vista, la soluzione migliore.

Partendo dal concetto olistico e quindi ad una visione più ampia delle conoscenze  a cui faccio riferimento in ambito dello sviluppo e potenziamento delle risorse umane, credo che si debba sempre tenere conto l’intero di qualsiasi cosa, arrivare magari al dettaglio per poi ricomporre il tutto in un intero.

In qualità di esseri umani, sappiamo di essere dotati di un struttura superiore del cervello (neo-mammifero) rispetto agli altri esseri viventi sulla terra, che ci ha reso intelligenti e capaci di strutturare pensieri adeguati alle diverse situazioni e contesti in cui viviamo, con una proiezione futura di miglioramento intellettuale illimitata.

Questa struttura del nostro cervello superiore si è costituita nel corso di milioni di anni, sopra altri due cervelli più primitivi che non costituiscono la nostra attuale intelligenza, ma essendo presenti nel nostro sistema nervoso centrale creano comunque delle connessioni con la parte superiore e più giovane.

Al di sotto del nostro cervello superiore definito neo-mammifero (o neo-cortex) troviamo infatti il cervello paleo-mammario (o sistema limbico) ed infine quello più primitivo, il cervello rettiliano (o r-complex).

Secondo la teoria di Paul Mac Lean (si vedano indicazioni sul Triune Brain  “cervello trino”), ognuno di questi tre cervelli ha specifiche funzioni di vitali importanza per l’essere umano. Partendo dal cervello rettiliano, possiamo notare come le sue funzioni siano istintive e reattive all’ambiente in cui l’uomo vive, permettendogli di adattarsi ad esso, istintivamente appunto e come anche nell’istinto sessuale di riproduzione della nostra specie!

In quello limbico invece, hanno sede le emozioni e i rituali. Questo cervello ha necessità di una ripetizione costante e continua per poter apprendere, ma poi mantiene saldamente ciò che ha appreso, qui hanno sede quei rituali che difficilmente cambiamo.

Infine troviamo quello che abbiamo chiamato cervello superiore (o neo-cortex) che aggiungo ha un’ulteriore caratteristica, quella di divedersi in due emisferi cerebrali, destro e sinistro, con specifiche funzioni. Intanto possiamo affermare che l’emisfero destro controlla e gestisce la parte sinistra del corpo umano e l’emisfero sinistro controlla e gestisce la parte destra del corpo umano.

Laddove quindi l’emisfero destro è emotivo, sognatore, olistico, spaziale, intuitivo; quello sinistro è logico, temporale, analitico, sequenziale, verbale.

Occorre quindi considerare quanto appena accennato nella formulazione ed applicazione di un qualsiasi cambiamento di un nostro comportamento, integrando le conoscenze e le specifiche caratteristiche di cui il nostro sistema nervoso centrale è dotato, siano esse istintive, emotive che intellettive.

Da qui se ne deduce che l’essere umano attraverso le proprie esperienze, assorbe informazioni dalla sua realtà circostante, creando dei vincoli con la stessa, siano essi neurologici che sociali ed individuali.

Facciamo ora un esempio di cambiamento di un comportamento indesiderato. Poniamo che una persona sia in sovrappeso, non relativamente ad una patologia in atto ma per effetto di un comportamento disordinato alimentare, ed intenda ritrovare la “silhouette” conforme alla sua struttura fisica di base. La sola dieta ben studiata da uno specialista nella nutrizione umana, non sarà sufficiente a far ritrovare ciò che la persona vuole riconquistare, se non limitatamente nel tempo e se non in aggiunta di altre specifiche azioni. Né tanto meno la sola volontà di applicare la dieta con regolarità.

Come abbiamo visto, in particolare nella sede del cervello limbico (cervello emotivo), esistono meccanismi di registrazione lenti, ma che poi rimangono impressi indelebilmente in questa sede. Se non consideriamo ed integriamo nel processo di cambiamento di abitudine (alimentare), anche quanto registrato emotivamente, sarà una partita persa sin dall’inizio.

Ma anche il nostro sistema neurologico primitivo (cervello rettiliano) va considerato, permettendo ad esso di trovare quei ritmi equilbrati a lui indispensabili, come la qualità e la quantità di sonno necessari; qualità e quantità di alimentazione; qualità e quantità di attività sessuale; conformi all’ordinarietà dell’essere umano.

In ultimo, bisogna poi considerare quello che viene chiamato anche cervello parlante (neo-cortex) che presenta ulteriori ostacoli da superare. Infatti con le sue caratteristiche bilaterali, che hanno funzioni diverse e che sono sede una dell’inconscio (emisfero cerebrale destro) e del conscio (emisfero cerebrale sinistro) della persona, la stessa dovrà attivare un processo di “dialogo” tra le due parti, al fine di poter mandare ad effetto le eventuali azioni che intende intraprendere per attivare un comportamento alternativo e risolutivo al suo problema di peso.

Un “dialogo” adeguato tra i due emisferi, permette alla persona di considerare le eventuali azioni inconsce che l’emisfero destro attiva perché non soddisfatto emotivamente in alcuni suoi bisogni. In questo caso la parte inconscia incalza appunto l’emisfero sinistro con una pressione emotiva che quest’ultimo interpreta come messaggio semplice di ricerca, in questo caso, di cibo (vincolo neurologico ed emotivo).

Laddove viene permesso all’inconscio di dialogare con la parte cosciente della persona, diverrà più facile creare i presupposti per trovare diverse soluzioni al suo problema, che potrà attivare con maggiore facilità.

Se consideriamo tutto quanto suddetto e lo attiviamo nelle successive tre quattro settimane con costanza, l’assunzione e la memorizzazione di nuove informazioni avranno un effetto di radicamento nel sistema della persona, per cui la stessa originerà un automatismo del nuovo comportamento.

Massimo Catalucci

13 Commenti

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  • marina

    Ah, Ah, Massimo! Permettimi un tono maggiormente confidenziale…la tua risposta è stupenda, nel senso che trapela da ogni parte la tua vocazione di medico. A te non interessa tanto sapere qual’è la verità, ma, molto saggiamente, diminuire la sofferenza. In questo sei perfettamente in linea con Jung (che ricordava sempre che lui era un medico e non un filosofo) e in questo sei anche un perfetto buddhista!!
    Naturalmente i miei post sono sull’altra linea, quella speculativa, della disquisizione e del mettere i puntini sulle i, ma voglio chiarire che tutto questo per me è come un gioco (è una deformazione professionale….anni di filosofia lasciano un segno indelebile!), come scendere su un terreno di gioco con le sue regole, accettarle e giocare la partita. Ma nella vita di ogni giorno condivido pienamente la priorità dell’etica sulle chiacchiere speculative che inevitabilmente riflettono tutte le nostre manchevolezze, limiti e aspettative. Finchè la nostra mente è condizionata e la nostra prospettiva corta e stretta, come potremmo dire qualcosa di “vero” su qualsiasi cosa? E’ proprio questa comprensione che mi ha indotto a disimpegnarmi sul fronte della ricerca filosofica e a impegnarmi in un percorso di crescita personale. Per lo stesso motivo sto gradualmente abbandonando l’università e sto cercando di imparare un metodo che possa essere di qualche utilità per il prossimo.
    Detto questo, però, non è detto che ogni discussione sia inutile o che la ricerca scientifica sia inutile. Una volta che ne conosciamo i limiti, che sono i nostri limiti, si può comunque giocare la partita, specialmente se questo produce qualcosa di buono per qualcuno. Quindi ben vengano la PNL, le psicoterapie, la grafologia e tutto quello che ci pare. L’importante è non crederci troppo, non diventare dogmatici, rigidi e settari. Mi sembra che su questo tu sia perfettamente daccordo.
    A proposito della realtà interiore e di quella “oggettiva”… lo dice la parola stessa, sono entrambe realtà. Quando ho un incubo mi comporto esattamente come di fronte a una situazione traumatica nello stato di veglia: stessa sudorazione, battito accelerato, l’amigdala che impazzisce e ulula “allarme rosso”!. Per noi tutto ciò è reale perchè produce effetti, cioè sofferenza, paura, disagio. E questo è molto “oggettivo”! Dunque cosa è reale e cosa non lo è? Le “voci” che lo schizofrenico sente sono reali o non lo sono? E’ chiaro che per lui sono reali, realissime! Come l’incubo per chi sogna! Il problema è che lui vive in un’altra realtà, cioè è dis-adattato e scollegato dalla realtà vissuta dalla maggioranza delle persone. E allora il problema non è chiedersi se la vera realtà sia la sua o la nostra, ma capire se la sua realtà gli crea o meno sofferenza. E magari, in un secondo momento, anche se nella nostra “realtà”, quella “normale”, c’è qualcosa che ci fa soffrire, perchè la nostra realtà non è così diversa dal sogno, nè dal mondo dello schizofrenico. E’ come un sogno collettivo, e questo ci rassicura per cui gli possiamo dare il nome di “realtà”, ma i suoi orrori sono reali e dolorosi tanto quanto gli incubi della peggior specie. Questa riflessione, in verità, si spinge un po’ più in là della psicoterapia. Quando la realtà normale, anche quella con un relativo equilibrio e magari potenziata dal “pensiero positivo”, appare come un sogno un po’ inquietante, mai realmente soddisfacente, con la morte come spiacevole esito, allora si finisce in cerca di una via di guarigione radicale. Ma questa è un’altra storia…
    Un caro saluto, Marina

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    • massimo catalucci

      Ciao Marina, accetto di buon grado il tuo tono confidenziale…..ed il quadro che hai fatto su di me!

      Veniamo ora alla tua riflessione.

      Il fatto che tu definisca un gioco la tua attività di ricerca e curiosità di sapere e conoscere attraverso la raccolta diretta di informazioni (formazione didattica, esperienziale, informale, ecc.), mi sembra il modo migliore per poter accedere al potenziale delle risorse umane di cui disponi per potenziarle ulteriormente.
      Questo tuo accenno al gioco, mi fai pensare alla domanda che pongo spesso ai miei clienti nel corso della loro prima seduta di Counseling e che è questa: “se avessi la possibilità di immaginare che la tua vita ora fosse un gioco, inteso proprio come divertimento, quel divertimento che conosce bene un bambino spensierato il quale trova affascinante e interessante considerare qualsiasi cosa lui possa scoprire e sperimentare…….come ti sentiresti ora?”
      Riporto alcune delle risposte che ricevo e che possono essere, o negative:
      1. Ma io non sono più un bambino!
      2. Magari la vita fosse un gioco!
      3. A me da bambino non veniva permesso di giocare!
      4. Io sono venuto/a da lei per parlare di cose serie non per giocare!
      oppure positive:
      1. Allora sarebbe tutto più facile!
      2. Magari la vita fosse un gioco!
      3. Mi sentirei come all’epoca, spensierato, felice!
      Da notare che la frase nr. 2 (Magari la vita fosse un gioco!), la possiamo trovare sia nella risposta negativa che affermativa (positiva). L’unica cosa che cambia è il “sottotesto non verbale”, nel senso che, in quella negativa, si potrà leggere uno stato di rassegnazione, mentre nell’altra (positiva), si potrà leggere uno stato di eccitazione e predisposizione a fare.
      Fatta questa premessa dell’importanza del gioco anche da parte degli adulti ed in particolare, nelle situazioni in cui sentiamo che stiamo prendendo troppo sul serio la vita, veniamo alla seconda parte del tuo commento.
      In questa parte consideriamo l’importanza di una classificazione dei vocaboli usati ed il peso (poco o niente, oppure moltissimo) che gli stessi hanno per noi individualmente, in relazione al contesto in cui ce ne serviamo.
      Ad esempio, oggettività, soggettività, realtà virtuale e reale, illusione, visione, immaginazione, percezione, bla, bla, bla………………. , abbiamo detto che sono solo delle etichettature che hanno valori e significati diversi a seconda di chi li usa ed in che contesto.
      Come evidenzi tu qualche riga più avanti, per l’essere umano tutto è realtà. Questo mi fa venire in mente un’altra mia espressione che solitamente pronuncio ai miei clienti, sia individualmente in studio, che in aula durante i corsi, ed è questa: siete pronti ad inventare nuove “menzogne” per il vostro sistema integrale umano?
      Lascio a te immaginare l’espressione dei volti della maggior parte delle persone quando presento una domanda di questo tipo, in particolare quelle che hanno poca flessibilità ed una visione del mondo sufficientemente rigida.
      Sono d’accordo su quanto affermi relativamente al comportamento di colui che viene definito, scientificamente, schizofrenico.
      Come sono altresì d’accordo con il fatto che la nostra realtà non può discostarsi dal sogno, visto che l’attività onirica è quel ponte che collega la veglia alla trance più profonda, o se preferisci, al sonno più profondo e quindi frutto di una realtà manipolata ed elaborata di esperienze dirette, indirette, individuali, collettive, micro e macrocosmiche a cui dal momento del nostro concepimento (questa è una mia personale visione) siamo in grado di percepire.

      Concludo questo post soffermandomi sull’importante contenuto delle ultime righe del tuo testo, dove evidenzi il sogno inquietante di una realtà che può spingerci a ricercare una via di guarigione radicale, non solo fisica ma anche immateriale, spirituale, energetica ed emotiva.

      È veramente importante quello che hai detto in quest’ultima parte. L’essere umano ha necessità di vedere le cose in modo integrale affinché anche la malattia (così definito un processo anch’esso perfetto ma disarmonico relativamente al sistema umano di base) possa essere contemplata all’interno di un sistema più ampio e non esclusivamente rilegata al contesto patologico manifestatosi nella persona.
      Sappiamo che la Psico-neuro-endocrino-immunologia sta studiando, da anni oramai, i processi che si innescano nell’essere umano in questi 4 sistemi, nel momento in cui sopraggiunge una patologia. Le ricerche sono concentrate altresì a creare i presupposti di un’azione preventiva, piuttosto che curativa.
      Attendo come sempre la tua interessante critica, ricambiando il piacere di conversare con te.
      Cordialmente
      Massimo

  • marina

    Grazie a te, Massimo di avermi dedicato tutto questo tempo prezioso. Devo dire che io condivido molto di più l’espressione “emotività” o intelligenza emotiva, o emozionalità, piuttosto che “inconscio”. L’inconscio, così lo descriveva Jung è qualcosa che noi conosciamo davvero poco… ma non è solo questo. E’ anche un problema epistemologico e di metodo: Jung descriveva l’inconscio con un linguaggio psicologico e soggettivo (sia individuale, come nei sogni e nelle fantasie; sia collettivo, come nei miti, delle fiabe e nel linguaggio mistico), non con quello “oggettivo” delle neuroscienze. Come dicevi tu, è tutta da stabilire che relazione che questo mondo della mente (che comunque conosciamo poco a causa della nostra scarsa consapevolezza), ha con ciò che noi conosciamo del funzionamento delle diverse zone del cervello. Io sono buddhista, ad esempio, e non credo che la mente sia un prodotto del cervello, o un suo epifenomeno. Mi sembra più convincente (e prudente) pensare che mente e cervello viaggino “in parallelo” finchè si è in vita, cioè finchè la mente si lega a un corpo. Sono associati, diciamo così, perchè la mente cerca (e quindi crea) un supporto stabile che gli garantisca un’identità (un io) che nella realtà …non esiste! Come dicevi tu, infatti, quello che siamo ora, già non lo siamo più un istante dopo. Ma lasciando da parte il Dharma. Sto frequentando da un po’ di tempo un Master in consulenza grafologica, e proprio in questi mesi stiamo studiando le basi neurofisiologiche del comportamento grafico. Anche lì è evidente quando sia importante l’emozionalità nel generare un tipo di scrittura piuttosto che un’altra ( e meno male, altrimenti sarebbe impossibile per il grafologo fare un’analisi di personalità!). Ma questo chiamare l’emozionalità “inconscio” è veramente inopportuno, veramente inappropriato. Mi ricordo di averne parlato anche una volta anche con Pasquale Foglia (non qui, ma in una discussione interna al nostro sangha), e ogni volta che capita l’occasione “protesto” anche all’università. Credo che questa abitudine dipenda dal fatto che la psicologia italiana (per non parlare delle scienze) è Freud-dipendente, e non si è mai presa la briga di confrontarsi con il lavoro pioneristico e di assoluto valore di Jung e della sua scuola. Freud cercava disperatamente di dare una veste scientifica alla sua disciplina,facendo salti mortali per far rientrare un oceano dentro il bicchierino della scienza riduzionistica del suo tempo. Jung era cosciente che quello che la mente poteva raccontare di sè era troppo vasto per poter essere contenuto nel linguaggio delle scienze biologiche e cognitive del ‘900. Inoltre Jung vedeva nella scienza il riflesso dei condizionamenti psicologici sia degli scienziati, sia dello “spirito del tempo”, con i suoi pregiudizi e cecità cognitive. Una lettura biologica del suo “inconscio” è ancora lontana dal poter essere intrapresa, semplicemente perchè non ne sappiamo abbastanza. Molti neuroscienziati lo sanno, ed è per questo che si stanno occupando di fare sperimentazione sui meditanti!!! (sono stata un’allieva di Francisco Varela, che ha fondato il Mind&Life Insitute in collaborazione con il Dalai Lama) e so che anche Goleman e alcuni altri importanti neuroscienziati, psicologi etc..lavorano stabilmente con i lama tibetani…
    Aspetto con ansia una parola sulle differenze di genere. So che questo è un argomento scottante, ma ecco, su questo invece mi sembra che ci siano un po’ di elementi scientifici. Certo, anche questi elementi sulla neurofisiologia del cervello maschile e femminile sono ben lontani dal giustificare le differenze mentali di genere, e comunque questo è un argomento che va trattato con le molle, visto l’abuso a scopo discriminatorio che è sempre stato fatto in passato di queste conoscenze (o pseudoconoscenze). Però, forse oggi si può tentare di dire qualcosa.
    Ti ringrazio ancora per la pazienza

    Rispondi
    • massimo catalucci

      Ciao Marina,

      prima di commentare le tue gradite riflessioni, voglio fare un elenco delle “etichette” da te utilizzate nel messaggio:

      • Emotività;
      • Intelligenza emotiva;
      • Intelligenza emozionale;
      • Inconscio;
      • Inconscio Individuale;
      • Inconscio Collettivo;
      • Consapevolezza;
      • Mente;
      • Dharma;
      • Sangha;
      • Psicologia;
      • Studi di genere;
      • Grafologia;
      • Buddhista;
      • Neurofisiologia

      Forse ne avrò dimenticata qualcuna……perdonami sono un semplice e complicato essere umano!

      Comunque, leggendo il tuo testo, mi chiedevo se tutte queste definizioni non sono altro che il frutto di studi, classificazioni ed espressione di altri esseri umani (guarda caso esseri che hanno una struttura materiale ed immateriale come la mia e la tua) che cercano di scoprire, quello che io chiamo, il “mistero della magia umana” e alle quali, ognuno di noi da un valore a seconda della sua visione del mondo.

      A scanso di equivoci sottolineo che non posseggo la chiave per decifrare il “mistero della magia umana” e credo che ad oggi non ci sia qualcun altro che possa sostenere di averla. (o forse si?!)

      Credo altresì, invece, che l’umanità intera possegga sufficienti conoscenze per poter migliorare giornalmente la propria esistenza, verso un’autorealizzazione globale della nostra specie.

      Il problema, sempre secondo la mia modesta visione del mondo, è che invece di trovare i punti di raccordo che possono sviluppare le nostre conoscenze, ci limitiamo a difendere i nostri confini, cortili dentro i quali ci richiudiamo e dentro i quali ospitiamo solo i nostri amici (chi condivide il nostro pensiero).
      Allo stesso tempo, predichiamo in giro per il mondo, la necessità di rompere i legami con quegli schemi mentali che limitano la nostra crescita (quella umana), continuando a dire (ma non fare, nei fatti) che dobbiamo allargare i nostri confini ed accettare altre visioni.

      Questa incongruenza comunicativa, non può creare realmente una crescita verso la conoscenza armonica e fluida, dell’autorealizzazione umana.

      Tornando al mio precedente intervento, vorrei mettere in risalto quanto già da me espresso e che mi vede considerare le teorie, i paradigmi, i protocolli, come strumenti utili che devono avere le caratteristiche di flessibilità, non rigidità, come troppo spesso invece siamo abituati a manifestare e sostenere.

      Quando si ha a che fare con l’essere umano, ci troviamo davanti ad un prodotto biologico perfetto (o imperfetto…… mettila come vuoi) che ad oggi nessuna scienza è in grado di produrre, realizzare con le stesse caratteristiche (pregi e difetti).

      Ribadisco che personalmente non ho l’esigenza di sostenere una tesi piuttosto di un’altra, ma quello che veramente mi interessa è aiutare, attraverso l’esercizio della mia professione di Counselor (anche qui il termine Counselor per me è solo un’etichetta identificativa di un ruolo nella società) chi intende ritrovare il “suo equilibrio” tra mente e corpo, all’interno di un contesto/realtà/contorno che la persona vive quotidianamente (“mente e corpo”…altre etichette che puoi cambiare con qualsiasi altro nome).

      Se ad esempio una persona mi dice di essere la reincarnazione di “x” e sostiene di essere già vissuta 4.000, 40.000 anni fa o oltre; oppure mi dice che il corpo e la mente esistono solo sino a quando le loro funzioni vitali sono dimostrabili da specifici macchinari tecnologicamente avanzati; come potrei contraddirla? Come potrei dire con certezza, non è vero quello che sostieni ma è vero quest’altro……?

      In particolare, quando si ha a che fare con attività che implicano gli aspetti psicoemotivi (altra etichetta adottata dagli uomini per definire alcuni processi della struttura immateriale umana) della persona, entriamo in un meccanismo di valutazione che troppo spesso si basa, quasi esclusivamente su protocolli specifici.

      Mi vengono in mente le classificazioni relative ai disturbi della personalità.
      Se una persona ad esempio denuncia di sentire costantemente delle voci che solo lei è in grado di sentire, perché frutto di una sua realtà di un suo mondo interiore, (attenzione ho detto sua realtà interiore, quindi realtà soggettiva non oggettiva) spesso si cataloga la persona come schizofrenica e si vanno a ricercare tutte le cause che possono aver generato tale caratteristica nella stessa.

      Quasi mai però, viene chiesto alla persona di che qualità sono quelle voci che sente, se sono di donna o di uomo, adulto o bambino, che tonalità hanno (bassa, alta,) e se le voci le permettono di capire da quale direzione nello spazio intorno a lei provengono. Potrei continuare all’infinito con un sistema “investigativo” (altra etichetta che può essere cambiata con qualche altro nome) della realtà che vive la persona che manifesta una caratteristica come quella evidenziata.

      Quest’ultimo approccio da me definito “investigativo” implica sicuramente, prima di ogni tipo di rapporto, quello di una relazione dell’umano (professionista) con l’umano (cliente/paziente) e pone le basi per un intervento partecipativo dove la conoscenza (compresa consapevolmente come elemento indicativo) diventa strumento utile e flessibile del professionista che riesce ad integrare nel suo intervento anche le risorse e gli strumenti già utilizzati dal suo cliente/paziente nel processo comportamentale che lo stesso mette in atto nella sua vita.

      Visto che hai citato C. G. Jung, c’è un bel film, che può confermare quello che in parte tu hai già accennato e quello che ho voluto esprimere io qui, in queste poche righe.
      Si intitola “Prendimi l’anima”. È interessante nella parte iniziale del film, l’approccio terapeutico innovativo di Jung nei confronti di una paziente.

      Concludendo, posso dire che trovo molto interessante il Master in Consulenza Grafologica che stai tenendo. Ritengo il “tratto”, o meglio il “segno”, uno dei mezzi comunicativi (emotivi) più primitivi dell’uomo. La grafia non è semplicemente un mezzo che comunica un messaggio verbale. Il gesto istintivo di imprimere su un muro, con una pietra, o su di un foglio di carta con una penna, qualsiasi cosa, trasferisce nel “segno” quanto si agita all’interno (o all’esterno) della persona. Sono sicuro che anche questa ulteriore tua esperienza nel campo della neurofisiologia e grafologia comportamentale, apporterà una ricchezza ulteriore alle tue già spiccate conoscenze e competenze.

      Cordialmente
      Massimo Catalucci

  • marina

    Ciao Massimo. Non vedo mai una lettura di genere nelle discussioni che vertono sul cervello e sulle vie neurali del comportamento. Sappiamo ad esempio, che nelle donne il corpo calloso è più grande che nei maschi, e che le vie di comunicazione fra emisferi, di conseguenza, sono molto più intense. Sarebbe interessante, ma questa è solo una mia curiosità, uno spunto, indagare su questo aspetto. Inoltre, ma questa è anch’essa una mia curiosità, non ti pare che si abusa un po’ del termine “inconscio”? Questo termine mi sembra ancora parecchio ambiguo se non altro perchè in origine è stato utilizzato in un contesto psicanalitico dove il rapporto con la neurofisiologia è piuttosto lasso, ancora oggi. E per buoni motivi (penso ad esempio all’idea di inconscio che ne aveva Jung). Beh…erano solo mie riflessioni. Ho fatto un dottorato in filosofia della scienza e mi sono occupata di scienze cognitive, ma ho anche studiato a lungo il simbolismo e la psicologia del profondo. Mi sembra che sulla mente ci sia ancora molto da approfondire…

    Rispondi
    • massimo catalucci

      Grazie mille Marina per la segnalazione. Correggo subito la mia ingenua disattenzione.
      Grazie anche delle tue importanti riflessioni. Ti dico subito che sono d’accordo con te in merito a quanto affermi nella tua mail e cioè “Mi sembra che sulla mente ci sia ancora molto da approfondire…”.
      Dovremmo però anche chiederci cos’è la mente e dove ha sede. Siamo sicurti che è un prodotto del cervello?
      Credo che sappiamo ancora poco rispetto alle potenzialità del nostro bio-computer del suo “hardware” e dei suoi “software”.
      Le teorie in questo campo sono molte, così come le persone che hanno dedicato la loro vita alla ricerca per comprendere sempre di più le funzioni del nostro cervello.
      Così come sono molte le teorie, i paradigmi ed protocolli su cui ci si basa per classificare i vari comportamenti dell’essere umano.
      Ma le teorie, i paradigmi ed i protocolli, non sono in qualche modo stati superati da altrettante teorie, paradigmi e protocolli nel corso degli anni?
      Ad esempio, Newton, teorizzò sullo spazio e il tempo come assoluto e universale. Più tardi nel 1905, un “pazzo” di nome Einstein, stravolse la teoria del suo predecessore, dimostrando che lo spazio e il tempo sono da considerare relativi al sistema di riferimento dell’osservatore.
      Questa sua scoperta, non viene confermata per caso, ancora oggi, anche dalle tecniche utilizzate nel campo della psicoterapia, quando si parla di tecniche regressive nel tempo, dove lo psicoterapeuta permette al suo paziente di percorrere una sua linea immaginaria del tempo nel passato, presente e futuro (time line), nella quale sono impresse indelebilmente ed emotivamente tutte le sue esperienze?
      Una cosa molto importante è che la soggettività di ogni essere umano vivente ed il modo in cui esso si relaziona al mondo oggetivo in cui vive, ha una rilevanza maggiore. E’ significativo quindi quello che prova la persona in merito ad un fatto, non il fatto in se per se.
      Qui potremmo discutere ora se esiste, quali funzioni ha, dove si trova, ecc., l’inconscio. Penso che questo ci servirebbe a poco, se non al fatto di produrre nuove teorie. Sappiamo però che l’emotività (così evitiamo di parlare di incosncio) gioca un ruolo importante nella vita degli esseri umani. In particolare le tensioni “emotive” possono caricare negativamente o positivamente un qualsiasi individuo. La tensione emotiva a cui siamo sottoposti nel corso della nostra esistenza, dal nostro concepimento inpoi, ci permette di accumulare energia che, proprio come un qualsiasi condensatore elettrico, se sottoposti ad una eccessiva tensione generiamo la necessità di espellere quello che è in eccedenza rispetto a quanto potremmo sopportare.
      Laddove ci carichiamo di tensioni emotive in eccesso, abbiamo la necessita, per natura, di farle defluire (scaricare) e in qualche modo, questo avviene, o verso l’esterno (es. comportamento aggressivo verso qualcosa o qualcuno – “esplosione”); oppure verso l’interno (es. comportamento aggressivo verso noi stessi, somatizzazione della tensione con aggressione degli organi – “implosione”).
      Aggiungo inoltre che la mia visione olistica, mi pone nella condizione di non escludere mai nulla, proprio per quello che tu hai detto e che ho citato all’inizio “………..c’è ancora molto da approfondire”.
      Una cosa però sulla quale mi baso e che mi da modo di ricevere soddisfazioni dall’attività che svolgo, è quella di considerare come unica verità, al di la dei vari paradigmi, protocolli e teorie, il mondo interiore dell’essere umano, al quale mi affido per trovare soluzioni ai piccoli e grandi eventi che ci si presentano davanti nel corso della nostra esistenza.
      Concludendo, quando parlo di inconscio e conscio, intendo solo utilizzare delle etichette che mi permettono di spiegare delle dinamiche di comportamento. Forse un giorno scopriremo che la mente è un campo eletrtrico sottile, che si trova intorno al nostro corpo, oppure da qualche altra parte. Rimarrà sempre, credo, il fatto indiscutibile, che ci pone quali esseri umani all’interno di un sistema molto vasto, universale, macrocosmico (…chi più ne ha ne metta), nel quale viviamo e ci muoviamo e soprattutto, nel quale ciò che siamo ora…………ora già non lo siamo più, ma siamo già qualcos’altro!
      La vita stessa è movimento, niente è come sembra………….ma tutto è come lo percepisco!
      Grazie dell’opportunità che mi hai dato di dialogare con te, per me è stato un vero piacere.
      Accolgo anche la tua idea di sviluppare una discussione in merito alla diferenza di comunciazione tra i due emisferi cerebrali nelle donne e negli uomini.
      Cordialmente
      Massimo Catalucci

  • alba

    Grazie Massimo per il tempo che i hai dedicato e le parole che mi hai trasmesso. Sei un bel “appoggio” :-)
    Tante buone cose!
    Alba

    Rispondi
  • alba

    Caro Massimo (permetimi il “caro”:-))
    Grazie tante-per me queste domande ovviamente sono delle indicazioni. Non è così facile rispondere….Sopra tutto xché mi sono sentita sempre amata dai miei genitori, non mi è mai mancato l’affetto ma nello stesso tempo…ho sempre avuto la sensazione di essere adottata e parlo dei tempi d’asilo. Solo il fatto che assomigliavo tantissimo il mio padre mi convinceva che loro sono i mie genitori. E’ uno. Due – il mio papà ha sempre desiderato avere il maschio. E tutta la vita lo diceva e vedeva in me maschio. Credo che questo ha influenzato tantissimo, xchè da grande ho sentito un dispiacere e una convinzione che la vità da maschio è molto meglio ed è più semplice. I miei genitori mi incoraggiavano sempre, anzi- io ero un fulmine, una scintilla e loro lo sottolineavano, il padre pretendeva da me una sveltezza (tu dovresti aver già compiuto quello che ho io non ho ancora iniziato a pensare…), la mia mamma invece era fiera di me e mi aiutava a combattere i mie complessi da adolescente.andavo sempre contro corrente e anche se capitava che i miei non condividevano qualcosa con me, lo continuavo a fare, con un peso ma sapevo quale era il mio obiettivo e andavo avanti. Se mi ero mai sentita e accettata x quella che sono? hmmm….non so rispondere. Mi piacevo, piacevo ai miei più cari amici e questo per me era molto importante.Ma se mi accettavo 100% ? non lo so. Ecco, forse è quello. Ora mentre scrivo mi viene in mente che avendo tantissime virtù, nella mia città, nel mio paese non sono mai stata apprezzata. Ed io mi chiedevo sempre-cosa è che non va? e volevo migliorare ancora mentre dopo dopo dopo ho capito che era il livello della società che non guardava così in alto. Si, mi distinguevo. Ma non capivo allora xchè, era come essere narcisisti- “sono così brava che nessuno mi raggiunge”. E ho avuto sempre vergogna ad ammetterlo anche davanti a me stessa che sono una ragazza in gambissima. La stima, il mio valore ho ritrovato qui in Italia. Ma ci volevano tanti anni.Comunque credo che c’è stato il periodo quando mi accettavo per quella che sono-unica cosa, ma questo credo hanno tutte le donne giovani, avrei sempre voluto migliorare qualcosain nel aspetto fisico… :-))))
    Poi la cosa strana è che quando si parla degli errori commessi nella vita io non noto nessun errore fatto da me…cioè-non ho fatto niente che aavrei rimpianto oppure che mi ha condizionato la vita. Certo, ci sono stati piccoli inciampi che capitano a tutti noi, ma forse ho provato più ingiustizia nella vita (sopra tutto a scuola) che errori commessi.
    Si, avevo sempre qualche amica del cuore o la mia mamma che mi incoraggiavano. Le amicizie per me erano fondamentali.
    Il mio obiettivo … hmmm….sta nascendo in questi giorni.Non è ancora chiaro, non ha ancora la forma ma l’importante che sono apparse le strade che mi indicano la direzione :-) E sento che l’obiettivo che vicino e anche i tempi non sono così lungi :-))))
    Ecco il quadro. E ora, cosa mi dirà Massimo? :-)
    Tante cose buone
    Alba

    Rispondi
    • massimo catalucci

      Ciao Alba,

      Grazie innanzitutto per il vezzeggiativo usato nei miei confronti.

      Cosa avrei da dirti ora cara Alba, se non tutto quello che tu hai confermato nella tua mail?

      Hai fatto una panoramica sufficientemente descrittiva del tuo modello del mondo che ha avuto origine dalle tue esperienze di vita. Attraverso la lettura di quanto da te descritto, posso aggiungere che vedo diversi spunti su cui potersi basare per lavorare ed elaborare nuove strategie più vantaggiose per te ed anche possibili da percorrere, che possono indicarti la direzione esatta che più si addice alle tue aspettative emotive, ma ancor di più, fare prendere una forma ben definita e concreta, al tuo obiettivo.
      Certamente, sei consapevole che non è possibile effettuare un lavoro di training di questo genere a distanza, attraverso il web, per mezzo della semplice lettura di un articolo e relativi commenti, ma comunque come tu hai evidenziato, avere la possibilità di dialogare può permetterci di aprire nuove strade e lasciarci intravedere nuovi orizzonti.

      Detto ciò, mi viene istintiva ancora una domanda, che reputo significativa ed importante e che intendo rivolgerti: “quali sono esattamente le indicazioni che hai ricevuto e di cui parli alla fine del tuo testo”?

      Anticipo un commento……Se sarai in grado di gestire l’emotività mentre la tua parte logica ricerca nella realtà quotidiana quello di cui hai bisogno emotivamente, allora le strade che intendi percorrere diventeranno sempre più lisce e veloci ed il tuo obiettivo, assumerà una forma sempre più definita, nitida, concreta.

      Se invece la tua logica, la tua razionalità, vorrà guidarti sulle strade che cominci ad intravedere come indicazioni di un percorso da seguire, probabilmente la forma dell’obiettivo potrebbe non rivelarsi facilmente e potresti continuare a cercare senza mai trovare quello che desideri ottenere.

      Cordialmente
      Massimo Catalucci

  • alba

    Grazie tante Massimo per la pazienza e per una lunga spiegazione:-)
    Il problema ho individuato già da piccola ragazzina (circa a 10 anni )quando dovevo confessare ai genitori che ho violato qualche regola oppure ho portato un voto basso-non me lo ricordo di preciso. E sono andata in cucina ho messo qualche cibo in bocca e mi sono chiesta:ma xchè lo faccio? mica ho fame, anzi-proprio non mi va. Ma questo boccone , masticazione, mi dava coraggio a dire la verità ai genitori e di questo fui consapevole. Adesso ci sono due facce del problema. Una: mangio per occupare il tempo, per consolarmi (x la situazione in cui mi trovo), per darmi più sicurezza. Mi sento “tanta” e questo mi da la sensazione di avere la forza per affrontare ogni giornata.perdere la ciccia è come sparire, diminuire è un’po panico. E la cosa è strana xché nello stesso tempo sto molto meglio quando ho quei 6-10 kg di meno. mi sento più sicura di me nel senso “esterno” cioè- essere magra mi da un altro tipo di sicurezza. Mi sento più bella e più potente nel ottenere le cose. Più accettata. E non ho bisogno del cibo, sono piena di energia. E’ vero che la mia vita emotiva non è soddisfatta. per quello faccio il mio cammino interiore da anni per trovare la pace ed equilibrio in me stessa e come dice Grande Osho – quando abbiamo l’armonia dentro allora nessuno può influenzarci. E la soddisfazione troviamo in noi. Solo che ci vuole ancora tanta strada da percorrere!!!!
    Tanti saluti Massimo e tante buone cose!!!!

    Rispondi
    • massimo catalucci

      Ciao Alba.

      Ti scrivo per porre alla tua attenzione alcune riflessioni che ho fatto in merito alla tua esperienza che hai voluto condividere con me.

      Mentre ti leggevo, mi sono balzate davanti alcune fasi significative del tuo racconto ed istintivamente mi chiedevo: chissà cosa mi risponderebbe Alba, se dovessi chiederle se si è mai sentita pienamente accettata per quello che è, per il solo fatto di essere se stessa?
      E mentre mi capitava di pensare questo aggiungevo, tra me e me: Le sarà mai capitato di pensare che commettere errori è il primo passo verso l’eccellenza, verso l’apprendimento di qualcosa che ci infonde più sicurezza?
      E queste domande che mi ponevo, me ne suggerivano delle altre. Infatti continuando nella mia riflessione i quesiti aumentavano e continuavo a domandarmi: Sarebbe stato interessante chiedere ad Alba se in passato abbia mai avuto la sensazione di avere qualcuno vicino che la sostenesse come lei desiderava, anche quando le cose non erano esattamente come qualcuno avrebbe voluto. Se ci fosse stato qualcuno che la incoraggiasse, insomma!
      Ed in ultimo, mi sono anche chiesto: ma è in grado di vedere Alba il traguardo, l’obiettivo che si prefigge di raggiungere? Si sarà domandata quanta strada ancora la divide dal suo obiettivo? In quale tempo e in quale luogo otterrà quello che desidera?

      Volevo farti partecipe Alba, come hai fatto tu, di alcune mie riflessioni in merito al racconto di un frammento della tua storia di vita.
      Cordialmente
      Massimo Catalucci

  • alba

    Salve Massimo,
    prima di tutto grazie per l’articolo interessante. Vorrei riassumerlo in un modo semplice e ti chiedo la conferma se ho capito bene.
    Allora, immaginando me magra, bella sportiva(usando l’emisfero destro, giusto?)mando questa immagine all’altro emisfero (e questo è il dialogare due emisferi, giusto?)così quell’altro riceve l’informazione e la mette in atto. E’ così? E x questo immaginare vuol dire poter realizzare xchè mandiamo le nostre idee, desideri all’altro emisfero che si occupa di realizzazione delle informazioni che gli arrivano?
    Grazie e tante buone cose :-)
    Alba

    Rispondi
    • massimo catalucci

      Grazie Alba dell’opportunità che mi dai di spiegare meglio un concetto che in poche righe di un blog non è facile da fare.

      Pur rimanendo nella sintesi, provo ora ad aggiungere delle informazioni a quelle già prodotte che spero possano esserti utili.

      Il desiderio di voler ottenere qualcosa, in questo caso il cambiamento di un’abitudine alimentare, è solitamente il bisogno di soddisfare una nostra necessità emotiva. Il bisogno è qualcosa che nasce nella nostra emotività (emisfero destro). Nella realtà, dietro la pressione emotiva, con la razionalità (emisfero sinistro) ricerchiamo quello che ci sembra più soddisfacente per appagare il bisogno stesso.

      Il problema, nasce, quando la realizzazione dell’azione che volge all’ appagamento del bisogno generato, è difforme nella realtà a quello che l’emotività racchiude.

      Questo significa che non è sufficiente per te immaginarti magra, anzi tutt’altro, potresti incorrere nell’effetto contrario, distorcere un messaggio emotivo ed avere un risultato negativo e controproducente.

      C’è da sottolineare che la razionalità (emisfero sinistro) in un dialogo come quello da me descritto, ha un’importanza minore rispetto a quella dell’emotività (emisfero destro). La razionalità è certamente quella che ti dirà se fare o non fare una determinata cosa, il primo passo insomma, che in questo caso ti fa accettare o meno la possibilità di dialogare con la parte emotiva secondo però il suo linguaggio simbolico, creativo, immaginario, intuitivo. Laddove la razionalità, darà spazio all’emotività di esprimersi, quest’ultima sarà in grado di produrre diverse soluzioni alternative che andranno a soddisfare nella realtà e nello stesso modo se non meglio, il bisogno generato.

      Quindi non sarà sufficiente immaginarti magra, ma sarà indispensabile capire EMOTIVAMENTE (e qui serve l’aiuto di un professionista capace di gestire questo dialogo), cosa significa per te avere l’immagine che la tua mente è stata capace di produrre……..te magra!

      Se non viene prodotto un dialogo interiore che soddisfi ogni tua esigenza emotiva, racchiusa nel comportamento indesiderato (es.: comportamento alimentare disordinato), si rischia di aumentare il vincolo che ti sei creata con il cibo, aumentando di conseguenza l’insoddisfazione psicofisica ed emotiva.

      Ecco perche dico che razionalmente un cambiamento in un nostro comportamento ritenuto indesiderato, non sia sufficiente solo con l’applicazione della buona volontà. Occorre prendere consapevolezza che il nostro inconscio ne sa molto di più della coscienza e laddove non lo ascoltiamo e non gli diamo spazio per esprimersi e ci impegniamo a comprendere il suo linguaggio, lo stesso, per la sua natura e struttura espressiva, potrebbe spingerci proprio a fare quello che vorremmo evitare e ad evitare quello che invece vorremmo fare.

      Sembra un concetto “perverso”, ma questo è il suo modo di funzionare, o lo accettiamo o lui decide da sé.

      In ultimo, vorrei segnalarti anche qualcosa in merito alla comunicazione emotiva “non verbale” (quella che viene definita comunicazione dei gesti ).

      Nel gesto di portare qualcosa alla bocca o comuqnue dove la stessa sia oggetto simbolico significativo in un nostro comportamento, nel caso del cibo (mangiare eccessivamente e/o disordinatamente oppure evitare il cibo), come per il fumo, per l’alcool, per l’onicofagia (mangiarsi le unghie) e per tutte quelle situazioni simili, c’è una simbologia radicata che ha un riferimento con uno dei primi bisogni umani, l’allattamento, che racchiude in sé emotivamente il senso di: protezione, cura, nutrimento, attenzione, grado di soddisfazione, ecc. .

      Nella vita, proprio attraverso questo canale (la bocca) esprimeremo, sotto forma di piaceri e sofferenze, i nostri stati emotivi interiori.

      Con l’augurio di aver soddisfatto, almeno in parte le tue aspettative, ti saluto cordialmente.

      Massimo Catalucci

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