Ho scritto questo articolo in risposta all’interessantissimo commento  del  Dott. Pasquale Foglia al mio post “Emisfero Sn, Emisfero Dx: Due Cervelli? (II parte) data la vastità e la complessità dell’argomento.

Nell’ultimo articolo ho messo in risalto le nuove scoperte riguardo le funzioni cerebrali. La specializzazione emisferica è un vantaggio evolutivo poichè ha consentito di aumentare le funzioni.

Da un punto di vista filogenetico a che scopo avremmo dovuto avere due emisferi uguali? Altra domanda: sempre da un punto di vista evolutivo quale sarebbe l’utilità di avere un emisfero che controlla il 95% delle nostre funzioni e l’altro solo il 5%.

Il vantaggio è dato dalla distribuzione simmetrica di attività (controllo motorio, area visiva, area acustica, ecc.) e da funzioni che sono invece lateralizzate.

Nel caso di funzioni bilaterali è intuibile la necessità del funzionamento sincrono dei due emisferi. Ad esempio nell’esecuzione di movimenti è necessaria la perfetta coordinazione di entrambi dal momento che l’emisfero Dx controlla la metà sinistra del corpo e viceversa.

Le aree del linguaggio sono state le prime ad essere identificate (Broca, 1864) e sono localizzate a sinistra.

Per molto tempo non sono state conosciute le funzioni dell’emisfero Dx. Alcune osservazioni sono state effettuate su pazienti a cui era stato sezionato il corpo calloso. Erano in grado di nominare un oggetto proiettato nel campo visivo di destra (collegato all’emisfero sinistro), ma no un oggetto proiettato nel campo visivo sinistro. Questo perchè mancando la comunicazione tra i due emisferi l’informazione non può passare da destra a sinistra. La persona era in grado però di afferrare l’oggetto con la mano sinistra ma non di riconoscerlo. Questo ha portato a pensare a funzioni inconsce dell’emisfero dx.

Le nuove acquisizioni si sono ottenute dall’osservazione di pazienti con lesioni cerebrali e soprattutto grazie al grande sviluppo delle tecniche di neuroimaging (risonanza magnetica, risonanza magnetica funzionale, PET, EEG ad alta densità, ecc.). Grazie a queste tecniche si è potuto osservare  il cervello in funzione.

Ho riportato lo studio effettuato al S. Lucia di Roma su soggetti con lesioni all’emisfero destro. Non hanno la percezione dell’insieme ma solo dei particolari. Quindi l’emisfero destro consente di avere una visione d’insieme.

L’associazione di percezione per particolari dell’emisfero Sn e percezione dell‘insieme dell’emisfero Dx consente una percezione più completa.

Nell’ascoltare un discorso l’emisfero Sn riconosce le parole mentre l’emisfero dx il significato globale. Questo vale anche per la lettura. Un danno all’emisfero Dx può comportare una comprensione solo a blocchi.

E’ da considerare che nel lobo parietale destro è localizzato lo schema corporeo cioè la coscienza del nostro corpo.

Una lesione di quest’area può abolire la percezione dell’emisoma sinistro. Alcuni pazienti con ampie lesioni parietali Dx, negano addirittura l’esistenza del lato Sn colpito dalla paralisi (emisomatoagnosia).

Questo non succede se viene colpito il lobo parietale Sn. Questo lobo è preposto, oltre che alle funzioni sensitive, alle funzioni matematiche ed è connesso al riconoscimento del linguaggio e alla memoria per le parole.

Quindi abbiamo che la stessa area svolge funzioni diverse a Dx e a Sn. E questo si collega al vantaggio di non avere tutte le stesse funzioni da entrambi i lati.

Inoltre nei pazienti in cui è stato sezionato il corpo calloso non compare emisomatoagnosia. Quindi non è necessario che le informazioni del lobo parietale Dx debbano passare a Sn per essere coscienti.

Nel discorso del linguaggio occorre anche considerare ciò che è definita la componente affettiva del linguaggio stesso. Tale componente è localizzata nell’emisfero Dx in regioni speculari a quelle del linguaggio situate nell’emisfero Sn. Anche in questo caso abbiamo due aree anatomicamente uguali che svolgono funzioni diverse. Quindi un potenziamento.

Infatti è stato dimostrato che le lesioni dell’emisfero Sn alterano l’elaborazione dei materiali verbali, mentre le lesioni dell’emisfero Dx rendono difficoltosa l’analisi delle informazioni di tipo non verbale.

Ross e Heilmann hanno osservato che una lesione dell’area temporale Dx, omologa a quella di Wernicke nell’emisfero Sn, determina disturbi delle componenti emotive del linguaggio impedendo per esempio di valutare, dalla intonazione del discorso, se una persona sta parlando di qualcosa di triste o di allegro.

Ecco perchè parlo di funzioni sincrone e simultanee dei due emisferi. Se ascolto un discorso contemporaneamente comprendo le parole, il senso del discorso, l‘intonazione della voce e il contenuto emotivo. Queste funzioni sono distribuite tra i due emisferi.

Con la PET si è osservato che la comprensione dell’emozione mediante il solo tono della voce è correlato all’attivazione della corteccia prefrontale dell’emisfero Dx.

Anche per quanto riguarda l’attenzione spaziale abbiamo che mentre l’emisfero Sn è è in grado di dirigere tale attenzione solo verso il campo controlaterale, l’emisfero Dx è in grado di controllare l’attenzione spaziale sull’intero campo visivo.

Si è riscontrata inoltre una superiorità dell’emisfero Dx nella percezione del cambiamento di scene visive complesse.

L’emisfero Dx è inoltre più abile nell’identificazione del sesso nei volti.

Abbiamo quindi che la caratteristica dell’emisfero Dx è l’olismo, il riconoscimento di una totalità a partire da un dettaglio. Quindi è soprattutto grazie all’emisfero Dx che siamo in grado di riconoscere una persona solo da un piccolo particolare significativo, oppure di riconoscere una sinfonia o di evocare emozioni e immagini da una canzone.

Noi ascoltiamo la musica con l’emisfero destro. I musicisti esperti sono invece in grado di ascoltarla anche con l’emisfero Sn in quanto riescono ad identificarne le caratteristiche (altezza, tono, note, strumenti, ecc.)

In un articolo dell’AIPSI (l’Associazione Italiana Psichiatri) si legge che se è vero che i due emisferi sono diversi dal punto di vista funzionale è anche vero che tale diversità non da luogo ad una dominanza dell’uno sull’altro. Quindi non esiste un emisfero dominante in assoluto poichè è l’informazione ricevuta che attiverà in maggiore o minore misura l’emisfero di competenza. Si ribadisce inoltre che nell’emisfero sinistro si può individuare una specializzazione per le elaborazioni verbali e per le funzioni razionali, analitiche e logiche con acquisizione di informazioni dal mondo esterno in modo sequenziale e temporalmente ordinato. L’emisfero Dx presenta una specializzazione per l’elaborazione percettivo-spaziale e una acquisizione secondo modalità globali e olistiche. Le due modalità si inglobano grazie alle comunicazioni interemisferiche.

Nei bambini è presente una minore specializzazione emisferica. Questa viene acquisita progressivamente per le informazioni ambientali e lo sviluppo cerebrale si completa intorno ai 20 anni con la piena maturazione dei lobi frontali.

Vi sono studi riguardo l’attivazione cerebrale nelle emozioni. Ad esempio importanti sono le ricerche di Davidson il quale ha studiato alla risonanza magnetica funzionale monaci buddisti in meditazione. In un caso si è vista una notevole attivazione del lobo frontale Sn tanto che questo monaco è stato definito l’uomo più felice del mondo. Anche da studi su pazienti con danni cerebrali si è potuto riscontrare una maggiore correlazione tra lobo frontale Sn ed emozioni positive e lobo frontale Dx ed emozioni negative. Sempre alla PET è stato possibile registrare l’attività del lobo frontale Dx in una esplosione di collera.

Io non parlo del controllo delle emozioni. Le emozioni sono reazioni innate connesse, secondo studi recenti, a diversi circuiti cerebrali.

Un ruolo importante è svolto dall’amigdala, una piccola struttura presente a livello del lobo temporale di entrambi gli emisferi.

L’amigdala è il centro del circuito della paura studiato dal neurobiologo Jospeh LeDoux. L’amigdala si attiva in presenza di situazioni che ritiene di pericolo. Si determina anche un’attivazione del corpo (battito cardiaco, sensazione viscerale, ecc.)

L’amigdala ha connessioni con il lobo frontale. Se c’è realmente pericolo il lobo frontale prepara la strategia. In caso contrario il lobo frontale disattiva l’amigdala. Se camminando per un bosco abbiamo l’impressione di vedere un serpente ci allarmiamo e siamo pronti a scappare. Se non è un serpente l’attivazione scompare poichè il lobo frontale ha escluso il pericolo.

L’amigdala ha inoltre una memoria emotiva. Può quindi memorizzare il contenuto emozionale di un’esperienza e quindi riattivarsi nella stessa situazione.

Occorre definire che la paura è un’emozione innata ed è importante per la sopravvivenza. A differenza dell’ansia che viene definita paura senza oggetto. Le manifestazioni sono simili alla paura. L’amigdala può influenzare l’attività del lobo frontale. In un’attivazione massima potrebbe deprimere l’attività del lobo frontale e quindi perdiamo il controllo della situazione.  Quindi come sostengo sempre occorre riappropriarsi del proprio lobo frontale.

Gli studi effettuati non fanno differenza tra amigdala Dx e Sn.

Il guidare un’auto non è un’attività dell’emisfero dx. L’esecuzione automatica di attività motorie apprese rientra in quella che viene definita memoria procedurale appannaggio del cervelletto e dei gangli della base.

E’ un tipo di memoria accessibile alla coscienza. Sono infatti in grado di spiegare come guido la macchina e mentre guido posso concentrarmi su ciò che sto facendo o pensare ad altro perchè il programma motorio viene eseguito dalle strutture sottocorticali (gangli della base) e dal cervelletto.

Scrivere e leggere sono attività che coinvolgono contemporaneamente l’emisfero Sn e Dx. Il primo per il significato delle parole, il secondo per il senso globale.

Le abitudini non si sa dove sono localizzate.

Il discorso dell’inconscio è un pò complesso. Non c’è alcuna evidenza sperimentale della localizzazione dell’inconscio.

Lo stesso Freud non parlava di emisferi ma di cervello. <<Di ciò che chiamiamo la nostra psiche (o vita psichica) ci sono note due cose: innanzitutto l’organo fisico e il suo scenario, il cervello e, in secondo luogo, i nostri atti di coscienza. Tutto ciò che sta in mezzo fra queste due cose ci è sconosciuto>> da: Compendio di psicoanalisi (1938).

Oggi chiaramente abbiamo più conoscenze riguardo le funzioni cerebrali.

Sta incominciando a cambiare la concezione dell’inconscio, non più visto come un “mostro” ma semplicemente come l’introiezione di esperienze, emozioni, regole a livello non accessibile alla coscienza ma in grado di influenzare sia l’apprendimento che il nostro comportamento.

E forse in fondo ha un ruolo difensivo. Se abbiamo attribuito un valore negativo a qualcosa, se si ripresenta, l’inconscio interviene per avvertirci che può essere pericoloso.

Quindi è anch’esso connesso ad un processo di apprendimento e memoria. Solo che non si sa dove sono conservate queste introiezioni.

Oggi si sta tentando per la prima volta un dialogo tra neuroscienze e psicoanalisi.

C’è un lavoro molto interessante di Francois Ansermet, psichiatra psicoanalista, e Pierre Magistretti, professore di neuroscienze, che cerca di spiegare in senso neurofisiologico le intuizioni di Freud.

Viene dato grande risalto al concetto di neuroplasticità come substrato fondamentale dei processi di apprendimento e memoria.

Ogni esperienza va ad agire su di un circuito neurale modificandolo.

<<Nel corso della vita le tracce si registrano, si associano, spariscono, si modificano attraverso i meccanismi della plasticità neurale. Queste tracce registrate nella rete sinaptica determinano anche le future relazioni del soggetto con il mondo esterno. La plasticità partecipa all’emergere dell’individualità del soggetto>>.

Gli Autori mettono in evidenza l’importanza del processo di memorizzazione che può avvenire su tre livelli:

1) Memorizzazione cosciente con possibilità di accesso

2) Memorizzazione cosciente ma con impossibilità di accesso per fenomeni di modificazione e distorsione

3) Memorizzazione inconscia

Per quest’ultima forma affermano che un ruolo potrebbe essere svolto proprio dall’amigdala di cui ho parlato prima. L’amigdala ha una forma di memoria emotiva e riceve informazioni direttamente dagli organi di senso. A sua volta l’amigdala può influenzare il segnale in entrata.

Gli Autori sostengono che in condizioni patologiche si potrebbe ipotizzare un’alterazione del segnale tale da causare una distorsione dell’informazione alterando quindi la percezione del mondo esterno e potendo causare un’azione inibitoria, di blocco. Quindi potrebbe essere considerato come una sorta di meccanismo inconscio.

E’ da notare che gli Autori non parlano affatto di emisfero Dx o Sn. La plasticità neurale riguarda tutto il cervello e l’apprendimento è una caratteristica di entrambi gli emisferi.

C’è un interessante articolo di Mauro Mancia, professore di neurofisiologia, che pone l’accento sull’importanza che può avere la memoria implicita.

La memoria implicita è una memoria a lungo termine non accessibile a differenza della memoria a lungo termine esplicita. La memoria implicita è deposito di esperienze non coscienti e non verbalizzabili.

Tale memoria sta suscitando l’interesse della psicoanalisi poichè la possibilità di identificare nella memoria implicita il materiale inconscio oggetto di studio della psicoanalisi stessa apre nuove prospettive per una integrazione con le neuroscienze, con la possibilità di identificare una possibile sede anatomo-funzionale dei processi inconsci che è sfuggita finora ad ogni possibile localizzazione anatomica.

La memoria esplicita è localizzata nei lobi temporali di entrambi gli emisferi ed è accessibile. L’implicita sembra essere localizzata nella regione temporo-parieto-occipitale dei due emisferi.

Possiamo notare che ancora una volta non si parla di emisfero Dx o Sn e addirittura la stessa psicoanalisi, a cui si deve la nascita del concetto di inconscio, non ha mai identificato una specifica regione cerebrale sede dell’inconscio.

Se fosse dimostrata tale ipotesi avremo quindi che il materiale inconscio è presente in entrambi gli emisferi.

Ritengo poi che non possiamo ridurre tutta la psichiatria ad un problema di equilibrio tra gli emisferi. La psichiatria cura malattie, disturbi del comportamento, dell’adattamento, ecc. che non sono riconducibili ad un’unica causa. La classificazione delle malattie psichiatriche è grande ed ognuna con un meccanismo fisiopatogenetico ben specifico.

Ad esempio nella depressione c’è uno squilibrio del sistema serotoninergico. Diversi psichiatri sono anche psicoterapueti ed associano tranquillamente i farmaci, per il riequilibrio dei neurotrasmettitori, con la psicoterapia che ha la funzione di agire sui circuiti neurali alla base dei comportamenti e che sono distribuiti in entrambi gli emisferi.

Quindi il ruolo centrale è la neuroplasticità non l’equilibrio emisferico.

E’ lì che bisogna agire per il cambiamento. Modificare un circuito neurale è cambiare un comportamento o modo di pensare.

Quanto ho illustrato giustifica quindi il discorso riguardo alla funzione sincrona e contemporanea svolta da entrambi gli emsferi nelle diverse attività e nelle percezioni.

Il problema infatti non sta nella comunicazione interemisferica ma nei circuiti neurali che si sono costituiti dalla nascita in poi. Circuiti alla base dei comportamenti, del modo di pensare, delle inibizioni, delle capacità, ecc.

Abbiamo però la possibilità di modificare tali circuiti.

Personalmente ritengo che il lavoro svolto da Italo Pentimalli e da voi esperti è fondamentale. Anzi vitale.

Voi fornite uno strumento importantissimo: la conoscenza.

Leggendo i vostri articoli si è portati a riflettere. Questo determina un’attivazione di nuovi circuiti. La ripetizione  continua determina un rinforzo del circuito stesso. In quest’ottica quindi si può verificare il disuso di un circuito che poteva essere limitante.

Pongo l’accento su questo aspetto anche in virtù della nuova teoria del neuroscienziato Elkhonon Goldberg, allievo di Alexander Lurija, il grande neuropsicologo russo, che illustrerò nel prossimo articolo ma che anticipo ora.

Goldberg mette in evidenza il ruolo importante svolto dall’emisfero dx nei processi di apprendimento.

Quindi questa netta dicotomia tra emisfero cosciente ed emisfero non cosciente la sento limitante per cui continuo a ritenere che siamo il risultato dell’attività globale del nostro cervello con funzioni che si sono sviluppate nel corso dell’evoluzione risultando favorevoli ed accrescendo le attività e le potenzialità del sistema nervoso degli esseri umani.

C’è ancora tanto da scoprire per arrivare ad una comprensione veramente totale del nostro cervello che resta ancora…un meraviglioso mistero!

2 Commenti

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  • David

    Ch.mo Prof.Sardo cosa ne pensa dei nootropici quali piracetam pramiracetam DMAE ecc ? E’ fuor di dubbio che siano efficaci, ma l’interogativo riguarda per lo più gli eventuali danni a lungo termine che tali sostanze possono causare. Ed inoltre mi è sembrato di capire che alcune sostanze nootropiche abbiano effetti più immediati, quali il piracetam, mentre altre richiedono tempi più lunghi, quali ad esempio l’aniracetam (sebbene nel lungo periodo l’aniracetam venga ritenuto più efficace del piracetam). La questione mi affascina molto, ma ciò che non mi è chiaro è come tali nootropici possano potenziare in modo così notevole le facoltà mentali senza causare nessun danno e nnessuna dipendenza.
    La ringrazio sentitamente in anticipo per la risposta.
    Distinti saluti.
    David

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  • ykvqtij

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