In un piccolo villaggio maronita del libano settentrionale, viveva un giovane del quale nessuno conosceva più il nome. Era sempre stato un personaggio piuttosto schivo, non incline al divertimento con i coetanei e neppure a sostenere conversazioni, anche occasionali, durante i momenti comunitari. Viveva, o meglio, sopravviveva, senza alcuna gratificazione e senza alcuna responsabilità.

Ogni giorno si svolgeva per lui allo stesso identico modo. Si svegliava quando riusciva, riordinava appena la piccola stanza nella quale viveva e si recava al mercato, per attingere alla frutta ed alla verdura scartate, per il suo sostentamento. Pigramente si recava a casa e consumava il suo misero pasto. Dopodichè attendeva la sera per potersi addormentare di nuovo.

Un giorno, tuttavia, qualcosa nella sua routine era destinato a cambiare.

Arrivò un vecchio eremita che, dopo anni di completo isolamento su di un monte, decise che fosse il momento di condividere tutte le sue riflessioni con gli abitanti della regione.

Quando il vecchio stava per entrare nel villaggio si imbattè proprio nel ragazzo.

– Vieni qui, tu, ragazzo.

Il ragazzo era sbigottito… nessuno si rivolgeva a lui da anni, ormai.

– Come ti chiami? – chiese il vecchio.

– Kahlil. – rispose sommessamente il giovane.

– Tu, Kahlil, sei un segno che mi ha mandato il Signore. Da oggi io e te faremo a metà di tutto.

– Come? io un segno? Non è possibile… io sono una nullità. E poi di cosa faremo a metà? io non ho niente e tu, vecchio, non sembri essere messo meglio di me.

– Tu non sei una nullità. Sei una visione ai miei occhi. La prima persona che incontro dopo tanti anni di completa solitudine è una benedizione del cielo. Voglia il Signore che io possa essere una benedizione equivalente per te.

– No-non capisco – disse balbettando Kahlil.

– Dentro di te Kahlil c’è un fuoco sopito… lo vedo sai? Lo si intravede ancora, in modo quasi impercettibile, nei tuoi occhi. Sembrano spenti, ma appena ti ho incontrato e ti ho chiesto come ti chiamassi, ho intravisto un lieve barlume per un attimo. é quello il fuoco… insieme gli daremo nuova forza.

fiamma

Un calore mai provato si mosse dal torace di Kahlil e lo raggiunse al viso. Lui abbassò il volto per guardare cosa stesse succedendo al suo corpo… era il cuore che aveva preso a battere ad un ritmo che non aveva mai sentito. Ogni pulsazione spingeva da dentro al petto e lo stupore divenne meraviglia… sentì forze inaspettate nelle sue mani.

– Vieni Khalil, andiamo nel tempio per ringraziare il Signore.

I due si avviarono. Kahlil, per la prima volta, si sentì sicuro di sè ed il suo passo non era più trascinato, ed il suo volto non era più chino e vergognoso verso terra. Camminando eretto sembrava alto come un gigante.

Camminando in direzione del tempio, l’eremita e Kahlil, incrociarono gli abitanti del villaggio, che li guardarono meravigliati ed incuriositi. Una donna disse sottovoce al venditore di verdure: – Chi sono questi due? sembrano così sicuri! Saranno sacerdoti? O profeti?

Un uomo si avvicinò al vecchio e chiese:- Chi sei? e da dove vieni? perchè il tuo passo è così rapido?

Il vecchio rispose:- Sono un sacerdote eremita, e costui è il mio discepolo. Sono molti anni che manchiamo dal villaggio e non ci stupisce che nessuno ci riconosca. Portiamo con noi gli insegnamenti che la preghiera e l’eremitaggio ci hanno permesso di apprendere. Chi di voi ha domande sulla vita e sul Signore ci segua al tempio dove alloggeremo sino al momento di partire verso un altro villaggio. Lì avrete le risposte.

Kahlil non potè credere che nessuno lo riconoscesse, dopo tanti anni passati a strisciare tra le vite degli altri. Ma subito comprese anche di quanta di quella magnifica sensazione si fosse privato sino all’arrivo dell’eremita. Tra sè e sè ringraziò il Signore per quello che sembrava davvero essere un’opportunità per un nuovo inizio.

Arrivarono al tempio e si sedettero.

Gli abitanti diedero da bere e da mangiare ai due pellegrini. Dopo aver recuperato le forze uno di loro chiese:- Maestro, come possiamo guadagnare il premio eterno?

– Osservate le vostre azioni e scrutate i vostri sentimenti quando le compiete. Se provate vergogna per quello che fate, allora l’opposto è la strada per il paradiso.

– Maestro – intervenne una donna – come possiamo capire quale sia il nostro posto in questo mondo?

Il vecchio si girò verso Kahlil e gli disse:- Questa domanda è rivolta a te, figliolo. Rispondi.

Ci fu un istante di silenzio. Kahlil non si aspettava una simile prova, tuttavia, come per incanto, le sensazioni ed i sentimenti che stava provando nelle ultime ore si misero in ordine da soli e parlò:

– Non siamo fatti per strisciare e neppure per volare. Il nostro posto è sulla polverosa terra, nel lavoro e nella condivisione. Non siamo fatti per consumarci, ma neppure per risparmiarci. Il nostro posto è attorno a quel fuoco che il Signore ha posto nei nostri cuori e che ci scalda il viso e ci fa tremare le gambe. Quello è il nostro posto. Ed il nostro compito è alimentarlo con la vicinanza degli altri, nel sostegno degli amici, nella confidenza di una famiglia. Nella fatica di essere oggi migliori di ieri e nell’impegno ad essere ancora migliori domani. Il luogo in cui dovete stare non ha confine geografico, ma ha un confine interiore che dovete esplorare, che potete spostare. Nel sorriso di un bambino, come nel consiglio di un vecchio sta il segreto per allargare i nostri luoghi.

La donna era commossa, come lo erano quasi tutti.

Kahlil non riusciva a credere di aver detto tutte quelle cose… si sentiva così in debito con la vita per non averla goduta che sarebbe uscito dal tempio per gridare e correre smanioso di recuperare tutta la gioia e la felicità della quale si era privato.

Quella sera, Kahlil, si avvicinò al vecchio per ringraziarlo. Il vecchio disse: – Sai, figliolo, in realtà l’unico artefice della tua rinascita sei tu stesso.

– Ma Maestro, se non mi aveste chiamato, tutto ciò non sarebbe mai accaduto.

– Forse è vero… come è vero anche che tu mi hai seguito di tua spontanea volontà e ciò che hai insegnato è scaturito dal tuo cuore, non dal mio. Tutto ciò che senti di essere adesso era lì, nascosto nel tuo animo, anche ieri. Oggi, però, hai deciso di farlo uscire allo scoperto e di metterlo alla guida della tua vita. Mi hai dato un insegnamento degno di tutti gli anni di eremitaggio che ho fatto. Sono io che ringrazio te.

Buon miglioramento

8 Commenti

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  • cantor

    Salve,
    vorrei sapere su che cosa può basarsi l’autostima di un eremita visto che i pilastri dell’autostima sono il raggiungimento dell’autonomia lavorativa per cui si è capaci di provvedere a se stessi senza dipendere dagli altri,buone relazioni sociali in cui si viene valorizzati e stimati, l’avere raggiunto degli obiettivi nella vita per cui si può affermare “ce l’ho fatta” ecc. E quindi se l’autostima ha a che fare con l’amore di sè, può un eremita amare gli altri se prima non ama se stesso avendo rispetto per le proprie esigenze esistenziali ed essendo ignorato dagli altri?grazie

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  • ywxhnrwthii

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  • Teresa

    Ciao Daniele!
    Vorrei rifarmi alle parole di Virginia (tua omonima) quando dice:”permettevo agli altri di calpestarmi”,per chiedere un consiglio. Per chi è cattolico la via della santificazione è tramite gli altri che ti calpestano, ma qual’è l’atteggiamento giusto da tenere nei confronti di queste persone?
    mi piacerebbe avere suggerimenti in merito a questo argomento nelle relazioni interpersonali.
    Grazie

    Grazie

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    • daniele la greca

      ciao Teresa,
      a dire la verità non sono un teologo, pertanto la mia opinione potrebbe risultare incompleta e non correttamente strutturata in un discorso sul cattolicesimo coerente, ma io non penso assolutamente che la via per la santità passi attraverso il sopruso o la calpestazione. In realtà passa attraverso l’amare il prossimo, anche se tenta di farci del male o riesce a farcene. L’atteggiamento del buon cattolico non è molto simile all’immagine dello zerbino, creato per subire, ma è simile, piuttosto, alla figura divina, dotata di misericordia (Lui ce l’ha infinita, noi no). Rimango comunque dell’idea che sia assai sano nutrire la nostra mente, il nostro corpo ed il nostro spirito con il nutrimento giusto… così, per non correre il rischio di avvelenarti, ti consiglio di cercare una guida spirituale che sia te congeniale per affrontare questi ed altri argomenti di fede. In un altro articolo ho sottolineato che spesso pensiamo alla santità come ad una serie di eventi eclatanti, di miracoli luccicanti o torture inimmaginabili sopportate in nome del Signore… non è questa la moderna santità che il Papa ci propone; oggi la Chiesa ci chiede di essere testimoni attendibili di una quotidianità che allontana gli eccessi e che si rifiuta di digerire tutto il marketing che ci vuole separati, spendaccioni e sempre al di sopra delle nostre possibilità. San Francesco di Sales diceva ad un suo allievo che lo interrogava sulla via della santità: – Se vuoi diventare santo, quando uscirai, ti prego di non sbattere la porta! – Nel piccolo sta il grande. Nel Vangelo di Marco Gesù parla del servo inutile come di un modello di accettazione della fatica quotidiana ed in altri punti del Vangelo indica nel farsi piccoli come i bambini la via che porta alla vita eterna. Quindi forza e coraggio … affrontiamo motivati dalla “semplicità della santità” tutte le sfide quotidiane ed allontaniamo il più possibile da noi l’ombra del procrastinare e dello spreco del tempo.

  • daniele la greca

    Grazie Virginia, per altro omonima, magari persino parente. Hai centrato in pieno la morale della Fiaba, che non è soltanto una presa di coscienza di tutte quelle risorse nascoste nel nostro cuore che non ci rendiamo neppure conto di avere, ma anche e soprattutto la necessità di cercare una guida che possa aiutarci ad esplorare delle parti del nostro IO Interiore che non abbiamo mai sondato. Grazie mille per la tua testimonianza ed in bocca la lupo per la tesi del magistero che ti rende testimone attendibile della cristianità in un mare di mediocrità e superstizione.

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  • virginia la greca

    cattolica praticante (dv dare la tesi del magistero), ero prima come Kahlil, mi trascinavo senza entusiasmo. Non avevo stima di me e permettevo agli altri di calpestarmi.
    Ho ricominciato a studiare ed ho cambiato completamente la mia vita. Con grande orgoglio devo dire che ho avuto “Qualcuno” che mi ha indicato la strada…adesso “sento” di non essere più sola e sono più forte, più sicura.
    Questa mia testimonianza spero serva a qualcuno perchè è fondamentale riuscire a capirsi, ad amarsi e ad aprirsi con gli altri perchè “nessuno è un’isola”. La risposta ad ogni cosa è dentro di noi, dobbiamo solo riuscire a capirlo. io ho risolto da sola i miei problemi, ma grazie a voi, tanti potranno farcela…la fiammella di speranza di cui parli, la puoi accenderla a tante persone
    :-) Ciaooooo

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  • daniele la greca

    In una confusione generalizzata dei valori che identificano una persona di successo da una che non ne ha, il tuo commento è una fiammella di speranza. Grazie.

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  • Federica

    Grazie per ciò che troppo spesso dimentichiamo.

    Federica

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