Il mobbing nella realtà di tutti i giorni

Introduzione

Una decina di anni fa nessuno parlava di mobbing. Questo fenomeno esisteva già (è sempre esistito) ma non era ancora stato riconosciuto né definito propriamente.

Possiamo dire che la parola mobbing è entrata di recente nel linguaggio comune, addirittura parlare di mobbing oggi è di moda, è un fenomeno noto a tutti, non più sconosciuto o nascosto ma, al contrario, portato sotto i riflettori della legge e dei media.

In realtà questo fenomeno è molto difficile da descrivere, identificare e razionalizzare. Non è facile dire cosa sia il mobbing e riconoscere le situazioni in cui si manifesta, è talmente complesso e vario che difficilmente si riesce a formulare una definizione universale.

DEFINIZIONE

Riportiamo qui di seguito la definizione e l’origine del termine mobbing, come rilevato attraverso una rapida ricerca su Internet:

Secondo il dizionario Merriam-Webster mobbing è un gerundio sostantivato inglese derivato da “mob” (coniato nel 1688 dall’espressione latina “mobile vulgus” dove “mobile” significa “gentaglia” cioè “una folla grande e disordinata” soprattutto “dedita al vandalismo e alle sommosse”).

In italiano il termine “mob” si può avvicinare alla parola “plebaglia”. Per estensione il termine mobbing diventerebbe “plebagliare” nel senso di “aggregarsi e comportarsi come la plebe”.

Cos’è il mobbing?

Il mobbing, così come lo percepiamo oggi, esiste in realtà da sempre, in tutte le culture umane, in ogni ambiente sociale (non solo lavorativo) e persino nel mondo animale.

Questo fenomeno non è altro che una forma di “violenza psicologica” contro una persona (oppure un animale) ad opera non di sconosciuti ma di soggetti con i quali “la vittima” condivide una situazione abituale, lavorativa o di convivenza.

Questa violenza psicologica prende il nome di mobbing quando è consumata nel mondo lavorativo in particolare, cioè all’interno di un gruppo di colleghi legati giornalmente dallo stesso ambiente di lavoro.

Il mobbing oggi è riferito a un insieme di comportamenti violenti sul piano psicologico che si prolungano nel tempo a danno di un lavoratore (un collega, un superiore, un sottoposto), siano essi di emarginazione, umiliazione o vessazione.

Questa forma di violenza danneggia la dignità personale e professionale di chi la subisce e, ovviamente, anche la sua salute psicofisica. Questo fenomeno che si consuma silenziosamente negli ambienti di lavoro è dannoso anche per le aziende, come vedremo in seguito.   

Il mobbing non è un atto fisico (come ad esempio dare un pugno, uno spintone) ma si manifesta in modo immateriale e non esplicitamente verbale. Per questo è ancora più subdolo e “vigliacco”, nel senso che non è subito riconoscibile nei vari comportamenti sociali di un gruppo.

Di conseguenza il mobbing non è facile da identificare come reato, come atto illegittimo vero e proprio e come tale punibile dalla legge. Quando avviene, il mobbing è sommerso, è simile ai comportamenti leciti, è fatto di occhiate, risatine, commenti, dove il tono della voce e il significato sottinteso delle parole colpiscono come armi.

In questo caso il linguaggio non verbale (l’insieme degli atteggiamenti, la mimica facciale, il linguaggio del corpo, ecc.) genera un graduale deterioramento della dignità vitale della vittima, senza nemmeno toccarla.

Una violenza terribile per chi la subisce, che potrebbe essere più grave di una violenza fisica, dalla quale si può guarire, mentre un danno psicologico è molto personale, resta radicato nell’anima, minando la dignità della persona anche a vita.

Pensiamo subito a un esempio terribile, consideriamo la psicologia di una persona che è stata aggredita, derubata, violentata. Dal punto di vista fisico è probabile che si rimetta completamente, ma dal punto di vista psicologico, è come averla “uccisa” per sempre!

Questa persona non sarà più come prima dell’aggressione. Il danno subito, anche se non visibile, rimarrà indelebile. Stessa cosa fa il mobbing.

I danni della psiche

Nel luogo comune ancora oggi la psicologia è considerata come una “scienza per matti”. Questa disciplina è sminuita e presa poco seriamente perché studia pensieri, emozioni, atteggiamenti, sogni, in una parola tutto quanto è umano e immateriale.

La psicologia, a differenza di una scienza pragmatica basata su riscontri materiali diretti, si occupa dei meccanismi della psiche umana, ben più difficili da rilevare. Certamente è più facile additare questa disciplina come una “scienza da svitati” da non prendere troppo sul serio.

Addirittura, nel pensiero collettivo “chi va dallo psicologo” è facilmente etichettato come “uno che ha qualcosa che non va”, quando invece è l’esatto contrario: chi si rivolge alle cure dello psicologo è consapevole della propria componente psicologica e desidera proteggerla, valorizzarla e curarla se necessario, allo stesso modo della propria componente corporea.

In realtà, la sfera psicologica ci riguarda TUTTI ed è estremamente complessa. Chi nega questo aspetto di sé, non è capace di confrontarsi con la propria reale persona, intesa nella sua completezza.

Tanti non si rendono conto di quanto sia importante la psicologia, di quanto essa ci riguardi in modo così profondo. La sofferenza patita per un malessere dell’anima più essere peggiore di una malattia fisica.

Non sempre curare il corpo è facile, ma quando ci sono problemi psicologici le cure e le possibilità di guarigione sono veramente difficili e complesse. Il mobbing esprime la sua violenza proprio contro la psiche della persona che lo subisce, né l’aspetto psicologico né la portata di questa manifestazione collettiva sono da sottovalutare.

La violenza psicologica

Se riflettiamo un istante, la violenza psicologica la vediamo attorno a noi tutti i giorni, in moltissime forme. Pensiamo alla forma di violenza psicologica più semplice, quella cioè che avviene tra due sole persone.

La forma successiva prevede più attori, in questo caso la violenza è messa in atto da due o più persone contro una persona sola, e diventa appunto mobbing.

Soffermiamoci per ora sulla forma di violenza psicologica più semplice. Pensiamo ad esempio alla ragazza che “mette il muso” al fidanzato. Anche questa è violenza psicologica.

Infatti, non si manifesta fisicamente (con uno schiaffo, uno spintone, il lancio di un vaso di fiori). Non è neppure una lite verbale né un documento scritto che spieghi tutti i punti del dissenso. La ragazza che “mette il muso” non compie gesti visibili o eclatanti, eppure il messaggio arriva benissimo e fa danno.

In questo caso il fidanzato subisce una violenza psicologica, pur semplice, tanto più importante quanto più è coinvolto nel rapporto con l’altra persona. “Mettere il muso” significa che la voce si è spenta, che le informazioni solitamente trasmesse attraverso i suoni cessano.

In questo caso la comunicazione assume subito una forma molto difficile da interpretare. Dalla comunicazione verbale abituale si passa alla comunicazione non verbale, che, se giocata con malizia, può prende la forma della violenza psicologica vera e propria.

Quanti di noi si sono trovati in questa spiacevole situazione?

Nel nostro esempio, se il fidanzato ci tiene davvero al rapporto e all’altra persona, deve cercare di interpretare nel modo coretto i segnali e le informazioni non verbali che riceve.

La ragazza, a sua volta, seguendo meccanismi propri del mondo femminile (che non vogliamo percorrere ora), opera una serie di violenze psicologiche sotto forma di messaggi e atteggiamenti non concreti, non espliciti ma con una valenza molto forte. Spesso questi messaggi sono difficilmente comprensibili al di fuori della coppia.

In una parola, l’attore che compie la violenza psicologica (la fidanzata) sta allontanando l’altra persona da sé, il “muso” è un messaggio ben chiaro che dice “Mi hai deluso, non sono contenta di te, non ti avvicinare, ho deciso di punirti privandoti della mia presenza, la mia natura non è più disponibile per te, ti tolgo la mia persona”.

La vittima della violenza (il fidanzato) a sua volta cercherà di rimediare con parole e con fatti per uscire da questo stato di “abbandono” ed emarginazione per lui molto sgradevole (leggera forma di mobbing).

La ragazza mirerà poi volutamente agli aspetti deboli del fidanzato, magari criticando la sua capacità di essere uomo e tenterà di attaccarne la psiche. Ad esempio farà riferimento a quelle aree tipicamente ritenute “maschili” (non sai difenderti, non posso mai contare su di te, non trovi mai parcheggio) oppure criticherà le capacità manuali del fidanzato (un rubinetto appena riparato che gocciola ancora, ecc.).

La violenza psicologica inizia quando il contenuto delle parole, delle azioni e di tutta la comunicazione in genere mira ripetutamente a scalfire la dignità, l’integrità e la salute psicofisica della vittima, cercando di colpire un punto debole in particolare.

Questo è solo un esempio per guardare con occhi nuovi tanti piccoli gesti e atteggiamenti quotidiani.

Conclusione

La violenza psicologica è attorno a noi tutti i giorni, nelle forme più diverse e con intensità variabile. Quando questa violenza psicologica si protrae nel tempo, con intensità, ed è opera di un GRUPPO di persone e non di un singolo, siamo di fronte a quello che oggi viene definito mobbing.

Il mobbing può verificarsi anche al di fuori del luogo di lavoro, è la violenza psicologica in genere messa in atto da un gruppo, da qui il riferimento alla plebaglia.

Chi è più sensibile, più gentile o semplicemente osa far sentire la sua voce fuori dal coro, è percepito come “diverso” e isolato. L’aggregazione di un gruppo di dipendenti che si coalizza contro chi è diverso si manifesta sempre più di frequente ed è appunto il mobbing.

Non pensiamo che sia un fenomeno recente, tipico del solo mondo contemporaneo, il mobbing è sempre esistito, semplicemente ai nostri giorni se ne parla di più perché si manifesta ovunque e con maggiore intensità.

7 Commenti

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  • marco

    salve anche io ho subito il mobbing per 9 mesi ho subito un trauma ho rabbia e ossessioni vorrei guarire che cure devo fare ? qualche medico mi risponda

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  • mai più'

    Chi subisce il mobbing non sempre è un debole, può capitare anche non sia debole, ma che sia finito in un gruppo di persone unite da “interessi comuni” non sempre chiari, trasparenti Può’ darsi sia finito in mezzo a persone che attaccano chi cerca di denunciare illeciti e falsi fatti nell’ambiente di lavoro di cui si ha prova

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  • Mirko

    Veramente un bellissimo articolo,

    era ora che qualcuno ne parlasse Io lo considero il tumore dell’anima,
    anche io sono stato vittima del mobbing e grazie Dio lo superato facendomi rispettare.
    Ho creato Anti-Mobing (pagina facebook), per favore aiutiamo i più deboli.

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  • Guida Editori

    A breve nelle librerie sarà possibile reperire il libro “Mobbing – storia di una funzionaria”

    Il vero racconto di una donna che per undici anni ha subito vessazioni e mortificazioni soltanto perché voleva lavorare
    Daniela S. narra le vicissitudini patite per salvaguardare la sua dignità. Attraverso le sue parole, si snoda una vicenda inquietante vissuta con estrema sofferenza e affrontata con grande forza e costanza per riaffermare i propri diritti. Un’esperienza che l’autrice ha voluto diffondere per rendere tutti consapevoli dell’importanza del rispetto umano soprattutto in ambito lavorativo e per invogliare ognuno di noi ad aver sempre coraggio nel far cadere il muro del silenzio a cospetto di evidenti ingiustizie.
    Il libro di Daniela S. è solo una goccia dell’immensa
    sofferenza umana, che ognuno di noi deve contribuire a circoscrivere, nell’eterna ricerca della felicità.
    Un testo di grande attualità, una tematica di cui si
    parla spesso ma pochi hanno il coraggio di raccontare la propria esperienza

    Per info: elites@guida.it

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  • tina

    io ho subito per due anni un’ esperienza di mobbing a lavoro, e non mi son ancora ripresa, è successo nel 2004 – 2005, non so come superare questo trauma.

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    • alessandro muscinelli

      Gentile Tina,

      Grazie per averci scritto, è sempre costruttivo potersi confrontare e condividere racconti di esperienze vissute.

      Come descritto nell’articolo, il mobbing è davvero una violenza psicologica dalla portata molto profonda, e chi non l’ha provato sulla propria pelle non può capire a fondo quanto sia logorante per il nostro intimo, coscienza e dignità.

      Dice che la sua esperienza di mobbing riguarda solo il periodo 2004-2005, presumibilmente nel 2005 ha cambiato lavoro o reparto. Sono passati cinque anni quindi, ma sente ancora il dolore, la frustrazione, l’anima sofferente da quanto avvenuto. Per chi ha subito mobbing è del tutto normale. Come descritto nell’articolo, le conseguenze del mobbing potrebbero durare ancora per anni, ripresentandosi, come dolore, tutte le volte che la situazione che ci circonda ripropone dei meccanismi analoghi a quelli subiti.

      Non abbiamo la qualifica di Psicoterapeuta per poterla aiutare a superare il suo trauma, ma abbiamo abbastanza esperienza per sapere che solo una grande forza e sofferenza potranno aiutarla a ritrovare la serenità.

      Ci spieghiamo meglio. Evidentemente i fattori di mobbing che ha subito hanno colpito una sua particolare insicurezza o un aspetto personale che non ha ancora pienamente risolto (ad esempio un cattivo rapporto con un genitore, con un fratello, un parente, oppure un’esperienza traumatica del passato, paura di sbagliare, ecc.). Il mobbing ha risollevato dubbi e insicurezze legati a questo aspetto passato della sua vita.

      Importantissimo è rendersi conto che le persone che hanno fatto mobbing nei suoi confronti NON LA CONOSCONO. La gran parte delle persone che ci circondano non ci conoscono nell’intimo, e quindi le persone che l’hanno offesa sul luogo di lavoro, oggettivamente, non potevano conoscere la sua sensibilità e i punti più delicati della sua persona, potevano solo intuirlo.

      In realtà, quando ci troviamo in una situazione dove subiamo mobbing, inconsciamente diamo dei segnali inconsapevoli ai nostri “persecutori”, indicando gli aspetti dove siamo più sensibili, e questi colpiscono proprio su quei punti perché vedono la nostra sofferenza.

      In sintesi, Sig.ra Tina, non permetta a queste persone prepotenti di rovinarle la vita anche oggi! L’amaro che sente ancora dentro non lo deve concentrare sui “persecutori”, ma deve darle la forza di analizzare il dolore dal SUO punto di vista, non pensando al LORO.

      Sarebbe come se, avendo subito un furto in casa, continuasse a pensare al ladro e a guardarsi indietro, invece di concentrasi su come evitare che la stessa cosa capiti ancora in futuro (migliorare le difese di casa – oppure lavorare sulla propria autostima). Sarebbe come non godersi più la vita o la propria casa solo perché siamo stati derubati! Pensiamo invece a tutto il bello che “i ladri” ci hanno lasciato, cioè noi stessi, e valorizziamolo!

      Stessa cosa per il mobbing, invece di inseguire le persone che le hanno fatto violenza psicologica, cerchi di guardare dentro di sé cosa l’ha colpita così profondamente, dove si nasconde il suo “nodo” intimo.

      Il nostro stato d’animo è sempre in una condizione dinamica di equilibrio tra il negativo e il positivo che c’è in noi. Sarebbe sbagliato cercare di eliminare il cattivo, dimenticare il dolore, non soffrire mai: sarebbe disumano, bisogna piuttosto rafforzare la parte positiva che abbiamo tutti.

      Dicevamo prima che ci vuole sofferenza. E’ solo attraverso una grande sofferenza che potremo tornare a un capitolo della nostra vita che ci fa ancora molto male. L’obiettivo deve essere rafforzare la parte positiva della nostra persona per bilanciare meglio quella debole e sofferente.

      Un cordiale saluto, Alessandro

  • Laura

    Ciao Alessandro
    questo tuo articolo sul mobbing mi ha molto colpito. Hai perfettamente ragione quando dici che alla parola “mobbing” in un certo senso ci siamo abituati, fa pare del nostro linguaggio comune, ma non mi ero resa conto di come il mobbing sia diffuso nella vita di tutti i giorni. Mi basta pensare alle mie colleghe che vanno sempre insieme a prendere il caffè, senza mai invitare nessun altro, e se ti avvicini subito si azzittiscono per non far sentire i loro discorsi (ma cosa avranno poi di così segreto da raccontarsi, mah). Mi vengono in mente mille episodi della vita tutti i giorni che nascondono una volontà di prepotenza sull’altro, che tu giustamente chiami mobbing. A quando il prossimo articolo?

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