Siamo sicuri di saper “comunicare”, sia nella vita di tutti i giorni, che sul posto di lavoro? Perché comunicare in azienda è così difficile?

La comunicazione è alla base di ogni tipo di rapporto umano, sia personale che professionale. Vediamo insieme cosa significa comunicare in azienda.

Piero è il responsabile dell’ufficio. Tutte le mattine arriva sempre presto. Arriva prima di tutti gli altri. Apre l’ufficio, avvia i computer e i macchinari e controlla che sia tutto in ordine. Questa mattina Piero è stato rimproverato dalla moglie: invece di sistemare la cucina dopo colazione, ha preferito dare un’occhiata alla Gazzetta dello Sport. Piero odia questi rimproveri di prima mattina, tanto più che sua moglie ha occupato il bagno per mezz’ora, e lui non ha detto niente.

Da una parte è dispiaciuto per essere stato rimproverato, ma allo stesso tempo si sente frustrato per non aver detto niente a sua moglie per il tempo perso in bagno.

Subito dopo Piero arriva Antonio, uno degli impiegati. Antonio lavora in azienda da più di sei anni, è un ragazzo sveglio sulla trentina. Entra in ufficio portando sotto braccio la Gazzetta dello Sport, proprio la stessa che stava leggendo Piero a casa sua e che ha dovuto abbandonare per riordinare la cucina. Piero, alla vista della Gazzetta, ha subito un colpo di nervi e rimprovera Antonio con decisione. “Non lasciare in giro la Gazzetta e mettiti subito al lavoro sulla pratica del Sig. Rossi, che le fatture sono pronte!”

Il povero Antonio era arrivato in ufficio puntuale e con tutte le migliori intenzioni del modo. Oggi è particolarmente allegro perché la sera prima si è divertito con gli amici. La sua fidanzata il prossimo fine settimana non lavorerà: potranno finalmente fare un bel giro e andare da qualche parte, magari in moto. La vita gli sorride.

Il povero Antonio non si aspettava certo un rimprovero di prima mattina a causa della Gazzetta! “Possibile che il mio capo si irriti tanto?” La sera prima Antonio aveva dimenticato la pratica del Sig. Mauri sulla fotocopiatrice, invece di metterla al sicuro in archivio come di consueto. Possibile che il responsabile si sia accorto della sua piccola dimenticanza? In fondo non è successo niente, e poi di notte la ditta è ben chiusa e dotata di un sistema d’allarme. Da una parte Antonio è sollevato perché nessuno si è accorto della pratica dimenticata, dall’altra si sente condannato ingiustamente per una sciocchezza. Non si merita certo di iniziare la giornata di lavoro con un rimprovero!

Antonio cerca la pratica del Sig. Rossi, è la prima che va evasa, ma è stata messa sotto le altre pratiche. Una volta avviato il computer e recuperato il file, arriva Piero e lo rimprovera ancora: “Quella non è la pratica del Sig. Rossi, è quella di un nuovo cliente appena acquisito!”

Questa mattina non ne va bene una. Ancora una volta Antonio si sente l’innocente vittima di un’ingiustizia: non è compito suo archiviare le pratiche dei clienti, nuovi o acquisiti che siano! Antonio, con un inizio di comprensibile nervosismo, spiega a Piero che sulla copertina del fascicolo c’è proprio il nome del Sig. Rossi.

Se i fascicoli sono sbagliati, lui non ci può fare nulla, dice, e sventola la copertina incriminata in faccia a Piero e, immusonito, se ne va.

Piero, riluttante, sbircia la pratica che tiene in mano, come se fosse un serpente a sonagli pronto a morderlo. Riconosce di aver scritto personalmente l’intestazione del fascicolo, in fretta e con calligrafia illeggibile. Il nome del cliente effettivamente è sbagliato: il povero Antonio non ha colpa. Piero si ricorda di aver chiesto a Giuseppe (il collega della contabilità) i dati del nuovo cliente, ma Giuseppe aveva fatto confusione con un altro cliente arrivato nello stesso giorno.

Il nostro Piero, responsabile dell’ufficio, pensa subito che è una giornata iniziata male, non vede l’ora di cambiare ambiente di lavoro. “Ma come si fa a lavorare così??” Si chiede Piero. Oggi i suoi dipendenti gli sembrano tutti matti. Il nostro  Piero si concentra sull’idea di cercare un nuovo lavoro.

Anche il povero Antonio è sprofondato nei più cupi pensieri. Vive l’atteggiamento di Piero nei suoi confronti come dittatoriale, gli sta addosso fin dal primo mattino. “Ma cosa ho fatto poi di così terribile?” Si chiede Antonio. “Meno male che la mia fidanzata avrà il fine settimana libero e potremo fare un bel giro”. Anche Antonio evade subito col pensiero dall’azienda.

Ora Antonio affronta la pratica del Sig. Rossi e prepara un nuovo fascicolo, cerca i dati che gli servono per iniziare il lavoro, ma non li trova. Prova a ribaltare la cassettiera, prova a cercare sulla scrivania, cerca vicino alla fotocopiatrice, guarda di qua e di là, trova alcuni foglietti sparsi. “Ma com’è possibile che i dati che mi servono siano disseminati ovunque?” Pensa Antonio. “Bé, non è affar mio, ho già perso fin troppo tempo! … Oggi non ho nemmeno cominciato a lavorare … “.Torna alla sua scrivania e inizia a concentrarsi sul fascicolo dell’ignaro Sig. Rossi, scoraggiato e nervoso.

Anche Marco (secondo aiuto contabile) ha iniziato male la giornata: è da più di mezz’ora che sta cercando un documento. Ora sta chiedendo a tutti, a voce alta, se per caso hanno visto il suo promemoria. L’aveva lasciato sulla sua scrivania proprio il giorno prima ed ora è sparito, senza non riesce ad andare avanti … Il promemoria è proprio quello che Antonio ha appena inserito nella pratica del Sig. Rossi …

Antonio non vuole fare questioni con nessuno, anzi, cerca solo di far bene il suo lavoro ( … e intanto sta pensando al fine settimana che lo aspetta … ). Semplicemente credeva che il foglio sulla scrivania fosse stato preparato per la sua pratica. Siccome in ufficio non c’è una regola, non è scritto da nessuna parte come fare, nessuno lo può contraddire.

Piero sta osservando i suoi dipendenti. Invece di lavorare bisticciano come due bambini, discutono per stabilire di chi era il promemoria, e intanto perdono tempo. Ma Piero non aveva detto che i documenti erano pronti? Dove li ha messi allora? Interpellato dai colleghi, Piero dice che li ha preparati a fianco della pratica del Sig. Rossi, che invece era la pratica del Sig. Mauri … Eccola là, la cartellina con il fascicolo è tra altre due pratiche sulla scrivania di Antonio, dove prima c’era quella del Sig. Mauri, scambiata con quella del Sig. Rossi …

Marco (l’impiegato giovane) in forza da appena due anni dopo il congedo dal servizio militare, è sicuro che Antonio voglia dimostrare che è lui che comanda in azienda, e che può fare quello che vuole. Per di più è tutto il giorno che Antonio ha quel sorrisetto soddisfatto stampato in faccia, chissà a cosa sta pensando di bello … è proprio un bastardo! “Mi fa una rabbia … “.

Marco è bravo e volenteroso ma si sente poco considerato (“ … prendono le mie pratiche solo perché io sono qui da poco, così loro fanno bella figura ed io rimango indietro con il lavoro …”), ha un problema con un cliente ma non osa chiedere ai colleghi più esperti (“… chissà cosa penseranno di me se faccio questa domanda …”). Si arrangia come può, ma gli rimane il dubbio di aver fatto male, e non impara.

Antonio è sempre più convinto che il suo capo Piero, anziché organizzare e preparare il lavoro, faccia quasi apposta a creare confusione in ufficio per sminuirlo alla prima occasione (“… Piero è un dittatore frustrato che scarica sul lavoro le sue paturnie e insicurezze personali” – pensa Antonio – “Io sì che saprei mandare avanti bene l’ufficio! Ho un sacco di buone idee in testa ma me le tengo per me … “).

Piero a sua volta incolpa la moglie che lo mette sempre di cattivo umore la mattina presto, così lui non è tranquillo e non riesce a concentrarsi sul lavoro. Non capisce come facciano i suoi impiegati ad essere così ottusi, a non guardare oltre il proprio naso, a non trovare mai le cose dove è naturale che siano!!

E così avanti si va per tutta la giornata.

Un nuvolone nero di pensieri personali sovrasta l’ufficio, cresce fino a diventare un temporale, una tempesta, una tromba d’aria che in un attimo si porta via buon senso e realtà.

Sarebbe bastato comunicare!

Molti di noi si saranno riconosciuti in questa giornata di lavoro.

Morale della storia: cosa manca in quest’azienda secondo voi?
Manca solo una cosa: la comunicazione.

Cos’è la comunicazione

La comunicazione è alla base di tutti i rapporti tra le persone, sia personali che professionali. E’ impossibile non comunicare. Comunichiamo anche non intenzionalmente. TUTTO è comunicazione.

L’etimologia della parola “comunicare” significa mettere in comune, mettere nello stesso posto, condividere spazi, cose, suoni, parole, colori, esperienze, pensieri, ecc … La comunicazione tra due persone c’è sempre e comunque, anche quando non vogliamo, anche se non ne siamo consapevoli, anche se non si parla. Comunichiamo solo per il fatto di esserci.

Perché in azienda succedono queste cose? Avete riconosciuto cosa c’è alla base di tutto? Certo, il racconto è un po’ estremizzato, ma è certamente molto vicino alla realtà, sia per il linguaggio usato, che per il susseguirsi di azioni e di pensieri personali. Ognuno mette in campo del suo, mescola il privato con il lavoro, confonde i sentimenti personali con la professione. Tutti interpretano quanto succede secondo la PROPRIA natura, il proprio stato d’animo del momento, la propria psicologia!

Quale è il problema?

Quale è il problema principale nella normale mattinata in ufficio che abbiamo appena descritto?

La comunicazione!

La comunicazione in questa azienda è inesistente. Vuol dire che non c’è un linguaggio comune, che non esiste un luogo comune, è come se ciascuno parlasse una lingua che gli altri non conoscono, è come se tutti venissero da un pianeta diverso. Tutti agiscono, in buona fede, secondo la propria logica e secondo quanto ritengono sia giusto fare, ma vanno avanti ognuno per conto proprio e senza mai confrontarsi con gli altri. Prendono strade diverse per arrivare nello stesso posto. Usano strumenti diversi per fare la stessa cosa.

In questa azienda non esiste una procedura che tutti conoscano, non esiste un chiaro ruolo di chi debba fare cosa. In pratica, il messaggio che parte da uno degli attori (che sia un’azione, un verbo parlato, una postura del corpo) difficilmente arriva autentico al destinatario, ma si trasforma e si disperde in mille interpretazioni diverse che variano a  seconda di chi le riceve.

Tutti sono liberi di vedere, sentire e percepire secondo la propria sensibilità e capacità, ma per comunicare bisogna prima mettersi d’accordo. Cosa significa mettersi d’accordo? Significa decidere insieme quali siano i codici con cui comunicare.

Il gruppo di lavoro sopra descritto non è una folla casuale d’individui senza nulla in comune, al contrario, è un insieme di persone che ogni giorno si ritrova nello stesso luogo con uno scopo ben preciso, stabilito e ripetitivo. Sono cioè un gruppo di colleghi che lavorano nella stessa azienda, non su pianeti diversi. Sono persone che presumibilmente ogni giorno faranno più o meno le stesse cose, nello stesso modo.

Dovrebbe essere un gruppo coerente ed organizzato, non un assembramento improvvisato di gente che non sa cosa fare! Nel caso della nostra azienda manca una direttiva chiara, manca il coordinamento tra persone e compiti, insomma, è un casino!

Questo ufficio è come un corpo senza un cervello pensante, come un’automobile senza guidatore. E’ come se le braccia e le gambe non sapessero cosa fare, di certo così non si va da nessuna parte.

Facciamo un esempio

Le pratiche da evadere vengono archiviate tutte insieme, sono accatastate dove c’è posto. Non vengono identificate chiaramente con dei cartellini colorati o con una codifica interna da applicare sul fascicolo. Per lavorare su una pratica già avviata, spesso bisogna spostare tutte le altre. Manca un ordine nell’archivio delle pratiche da lavorare, non c’è alcuna distinzione tra i fascicoli completi e quelli da evadere. Tutte queste cose vanno organizzate, dalla più semplice alla più complessa.

Ecco i pensieri non detti in una normale giornata lavorativa:

Piero (il responsabile dell’ufficio) ha portato in azienda i suoi problemi di casa e ha dato per scontato che tutti capissero dove fosse la pratica da completare: nel posto per lui più ovvio, cioè sulla scrivania. Peccato però che gli altri non lo sappiano.

Antonio (l’impiegato esperto) è contento della propria vita sociale, ma la sua energia positiva e voglia di fare sono congelate dall’atteggiamento di Piero. Ha preso il fascicolo errato senza verificare, per iniziare subito il lavoro, finirlo presto per poi sentirsi libero.

Marco (l’impiegato giovane) è insicuro, deve fare esperienza. Interpreta le azioni di Antonio come messaggi di supremazia nei suoi confronti. E’ appena tornato dal servizio di leva e gli sembra di essere ancora in caserma.

Giuseppe (l’addetto alla contabilità) è un gran confusionario, non capisce l’importanza della precisione in fatto di documenti e fascicoli, però è un mago con il computer. Fa un po’ di testa sua perché nessuno gli ha mai detto come si deve organizzare.

Intanto in ufficio è arrivato anche il commerciale: pensa solo all’obiettivo da raggiungere a fine anno, oppure al premio che riceverà per aver agganciato un nuovo cliente. Ripete a tutti sempre le stesse frasi preconfezionate e, mentre parla con i clienti, la sua mente calcola provvigioni e conta soldi.

Quale è la soluzione

La soluzione è semplice, si deve curare in modo pragmatico la comunicazione in azienda.

Come fare? Procediamo per punti.

Chi fa che cosa

Deve essere assolutamente chiaro chi fa che cosa, cioè quali siano i compiti di ciascuno dei collaboratori dell’azienda, nessuno escluso, dal top manager all’ultimo arrivato.

Si parte dalle mansioni macroscopiche e man mano che si procede nell’organizzazione, si aggiungono e si definiscono anche le mansioni microscopiche (ad esempio: chi svuota il cestino della spazzatura, chi prende nota delle cose che mancano, chi accende la macchinetta del caffè appena arriva, chi controlla porte e finestre prima di andare a casa). Il mansionario deve partire da un primo compito specifico e individuale per essere poi aggiornato, di volta in volta, con le nuove attività quando emergono le varie esigenze.

Il mansionario DEVE ESSERE STAMPATO E FIRMATO dall’interessato, successivamente esposto in bacheca aziendale per essere chiaramente visibile a tutti. Non ci devono essere cose che tutti fanno se capita e altre che nessuno fa. Nessuno in azienda deve avere il dubbio su cosa debba fare.

Ogni attività ha un addetto di riferimento, quando l’addetto non c’è per ferie, malattia o altro, deve essere indicato il suo sostituito. Analogamente, ogni attività ha un responsabile di riferimento, quando il responsabile non c’è per ferie, malattia o altro, deve essere indicato il suo sostituito.

Cosa sono le procedure

Ci devono essere delle procedure fisse per TUTTE LE ATTIVITA’ DELL’AZIENDA. Partendo dalle azioni più semplici. Ad esempio:

– dove vanno archiviate le pratiche lavorate e da evadere 
– dove si scrivono messaggi e promemoria per i colleghi
– dove vanno messe le pratiche da lavorare il giorno dopo
– dove vanno messi i fascicoli con i documenti per ciascun operatore
– cosa fare quando manca qualcosa
– cosa si fa quando la pratica è pronta
– cosa deve fare il commerciale quando presenta un nuovo cliente
– ecc, ecc, ecc  ….

Tutte le procedure DEVONO ESSERE SCRITTE e comprensibili da tutti, se non sono chiare vanno semplificate e spiegate tranquillamente. Le procedure devono essere facilmente reperibili e consultabili da tutti, in ogni momento. Trovare le procedure deve essere semplice, non una caccia al tesoro, devono stare in bella evidenza in un luogo noto e accessibile a tutti.

Le procedure devono essere semplici ed efficaci, devono cioè dare delle risposte chiare, non essere dei rebus difficili da capire. Devono dare soluzioni, non creare problemi. Se ci sono delle variazioni da apportare alle procedure, queste devono essere condivise da tutti e stabilite in riunione.

Cos’è il controllo

Il controllo non è una brutta parola, ma una normale attività organizzativa. Ad ogni procedura segue riscontro. Non s’intende il controllo dell’operato dei collaboratori, ma il controllo delle procedure adottate, significa essere sempre pronti ad intervenire seguendo o aggiornando le procedure. Controllo delle procedure significa soprattutto MANTENERE le procedure adottate, seguirle ogni giorno, non agire secondo la fantasia del momento.

Solo una comunicazione scritta e chiara per tutti, in modo che TUTTI SAPPIANO la stessa cosa nello stesso momento, può far funzionare l’orchestra dell’azienda con tutte le sue molteplici attività. Non importa se devo seguire un’attività banale o complessa, in entrambi i casi devo seguire le procedure. Seguire le procedure è la differenza tra caos e organizzazione.

Rimarranno sempre le differenze individuali e caratteriali, così come rimarranno i pensieri personali di ognuno, ma almeno sarà chiarito che le azioni di tutti e le procedure aziendali puntano in un’unica direzione condivisa, puntano cioè unicamente al successo dell’azienda e alla soddisfazione della clientela, di conseguenza puntano al tornaconto economico che seguirà alla fine dell’anno.

Conclusione

Le procedure sono comunicazione. La comunicazione significa mettere tutti al corrente delle stesse cose … cioè mettere le conoscenze in comune.

Il rispetto delle procedure è argomento estremamente serio e delicato, particolarmente ostico per noi Italiani, sempre pronti ad interpretare in modo personale tutto quello che ci viene detto e a utilizzare le regole secondo i nostri comodi o secondo l’estro del momento.

Sul posto di lavoro ciascuno di noi deve recitare il ruolo imposto dalle necessità aziendali, dalle procedure stabilite, dalle consuetudini decise insieme. In una parola: quando si lavora bisogna rispettare le regole. Quando finisce l’orario di lavoro, ognuno di noi sarà libero di seguire le regole che vuole, anche di suonare fuori tempo e senza direttore d’orchestra.

La comunicazione scritta non mente. Non lascia spazio alla libera interpretazione e, in caso di errore, le regole stampate non perdonano mai il trasgressore!

11 Commenti

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  • DAVIDE

    BUONA sera da Davide di Carpi
    proprio oggi avevo una riunione alla quale non ho partecipato ,ma suppongo che il tema fosse anche quello di migliorare la comunicazione in azienda (srl da 30 dipendenti), siamo certificati in tante cose e l’azienda continua a percepire fondi per corsi che alla fine non svolgiamo. io sono solo un piccolo “ANTONIO” ed il mio PIERO e’ molto peggio di quello descritto da voi .La direzione non ha polso nei confronti di questo personaggio che sta diffondendo maleumori in qualsiasi reparto e sta pensando di diminuire le regole aumentando la FLESSIBILITA’ operativa ,ma senza regole che secondo me creera’ anarchia gestionale ,am avendo loro le spalle al sicuro e poca voglia di continuare non vedo un futuro roseo , e credo che di situazioni simili alla mia ce ne siano tante in ITALIA soprattutto per gli “IMPRENDITORI ” DI SECONDA GENERAZIONE COME NELLA AZIENDA dove lavoro .
    grazie intanto perche’ stasera andro’ a letto piu’ sereno e vorrei che anche la direzione leggesse questo articolo

    Rispondi
  • alessandro muscinelli

    Buongiorno Angelo,
    mi auguro che l’uomo in azienda sia sempre presente e ben valorizzato!

    Rispondi
  • Angelo

    …inoltre aggiungo a questo commento un articolo molto interessante, se hai cinque minuti per dargli un’occhiata, mi sarebbe tanto gradita una tua riflessione!!

    http://www.nonsprecare.it/leggi_articolo.aspx?articleID=1115

    Grazie Alessandro per la tua cortesia che rimane sempre al primo posto.
    Con rispetto ed ammirazione ti porgo cordiali saluti!
    Angelo D.

    Rispondi
  • Angelo

    Sono sempre risposte chiare, le Tue, grazie!
    Aggiungo domanda:
    esiste secondo Te, gentile Alessandro, la possibilità recondita che l’uomo, in qualità di figura “UMANA” sia diventato l’ultima ruota del carro in tanti contesti Aziendali?
    Mi pare che nella stragrande maggioranza dei casi, l’uomo debba considerarsi una macchina e poco una figura che merita rispetto! In questa corsa sfrenata verso la “produttività”, in un contesto di mercato segnato da innumerevoli e stravolgenti cambiamenti economici, politici e sociali, abbiamo perso di vista l’importanza che è “l’uomo” è la chiave di tutto!

    Gentilmente, mi daresti una tua impressione?
    Grazie ing. Alessandro,
    rivolgo ampia considerazione alle tue risposte porgendoti le mie migliori cordialità.

    Angelo D.

    Rispondi
  • alessandro muscinelli

    Buonasera Angelo,
    Fino a dieci anni fa tutte le aziende facevano la certificazione della qualità, forse per avere una marcia in più rispetto alla concorrenza. Oggi ritengo che il 90% delle aziende in Italia abbia ottenuto la certificazione della qualità, significa che hanno scritto le procedure.
    Nella pratica avviene che sono poche le aziende che seguono e aggiornano davvero le procedure. Certo la mancanza di comunicazione in azienda non aiuta, ma prima di questo ci deve essere la professionalità e la consapevolezza del proprio ruolo aziendale.

    Rispondi
  • Angelo

    Gentilissimo Alessandro,
    è stata un gradita e simpatica risposta per la quale ti ringrazio. Rinnovo ancora una volta la mia approvazione per ciò che hai scritto, mettendo in risalto la qualità del contenuto che evidenzia molto chiaramente l’importanza delle regole in Azienda. Senza regole non esisterebbe nulla neppure al mondo, senza andar oltre. Data la significativa importanza di ciò che tu Alessandro hai esposto, mi puoi gentilmente spiegare il motivo per cui oggi in tante Aziende buona parte delle regole, raramente vengono redatte e consegnate a chi di dovere? Intendo, mansionari e procedure che, con frequenza necessitano di continue variazioni e nella fattispecie, molto spesso vengono espresse verbalmente; questo causa talvolta imprecisioni e scarsa qualità del servizio. Non di tutta l’erba occorre farne un fascio, questo è certo, comunque ho constatato di persona negli anni in diverse realtà importanti, anomali situazioni del genere; mi pare che in ambito di una grande Azienda la percentuale di figure professionali che si accollano responsabilità è rara, inclusa la classe operaia. Anche questo ritieni che sia legato alla scarsa comunicazione in Azienda? Scusami se ho calcato un po è solo per capire più a fondo. Mi pregio di sottoporti questa riflessione non da giudice ma da osservatore diretto e opinionista.
    Con stima ed ammirazione.
    Angelo D.

    Rispondi
  • alessandro muscinelli

    Buongiorno Angelo,
    mi fa piacere che l’articolo ti sia piaciuto. Purtroppo può capitare che i “responsabili” lo siano solo di nome e non di fatto. Spetta ai “capi” motivare i collaboratori, coinvolgerli nell’attività, formarli e farli crescere in azienda, premiarli e incentivarli.
    Prossimamente pubblicherò un articolo sulla produttività dei collaboratori, mi farebbe piacere avere la tua opinione.
    Quanto agli errori di ortografia, non ti preoccupare, puoi correggerli facilmente con il bottone “modifica” che trovi vicino alla data del commento.
    Una buona giornata.

    Rispondi
  • alessandro muscinelli

    Buongiorno Mariella e grazie per il tuo commento, che condivido in pieno.
    Hai proprio ragione, è dai “capi”, cioè dai responsabili di settore, che dipende il successo di ogni attività lavorativa. Non a caso vengono chiamati “responsabili” e proprio per questo ricevono un adeguato compenso. Spetta ai “capi” organizzare il lavoro, spiegare con chiarezza le procedure, motivare i collaboratori, chiedere riscontro, ecc …
    L’articolo è un po’ lungo ma spiega come, alla base di tutto, ci sia sempre una buona comunicazione interpersonale.
    Questa settimana sono all’estero ma sto preparando un altro articolo sulla comunicazione. Mi farebbe piacere avere la tua opinione.
    Ti auguro una buona giornata.

    Rispondi
  • Angelo

    scusa per gli errori dovuti al fatto che con la digitazione vado troppo forte ed inoltre, purtroppo anche durante il trasferimento del commento del post…qualche carattere alfabetico si perde per strada.

    Pardon!!

    Rispondi
  • Angelo

    Buongiorno Alessandro!

    Mi metto dietro a Mariella in fila, per il suo commento che approvo aggiungendo che SAREBB OPPORTUNO anche formare bene coloro che detengono poteri organizzativi e decisionali in Azienda:
    non tutti sono capaci a fare i capi anche se coprono la carica!!

    In quanto al tuo ARTICOLONE, merita solo di essere appreso, nella sua completezza non occorre aggiungere altro.
    Complimenti per quanto hai esposto e suppongo certamente che questa è anche una tua religione.

    Meritocrazia è un termine che dobbiamo piano piano aggiungere al nostro linguaggio, pratica e vita se vogliamo portare benefici a noi ed alla comunità intera!

    Ti scrivo dal mio pulpito, appertenente ad una normale prsona con i propri pregi ed i propri difetti ma capace di capire quando un ragionamento è giusto.

    Grazie mille Alessandro!
    Il tuo ragionamento merita risultati e stima per colui che lo ha redatto!

    Profondo rispetto e cordiali saluti.
    Angelo D.

    Rispondi
  • mariella.fanelli

    questo articolo bisognerebbe farlo leggere a tutti quelli che decidono di fare i “CAPI” ,e’ compito loro impartire delle direttive,organizzare il lavoro,predisporre il buon funzionamento delle cose,in tal caso anche i collaboratori apprezzerebbero e gliene sarebbero grati a distanza di tempo,fatte le opportune verifiche e collaudate le procedure si puo’ constatare che la buona organizzazione e’ a vantaggio di tutti!

    Rispondi

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