Il leggendario presidente americano Teddy Roosevelt rappresentò un esempio di rettitudine, di cordialità, di coerenza ma soprattutto di straordinarie capacità comunicative. Definito giustamente un autentico asso di comunicazione politica, la società americana lo commemora con orgoglio e passione ancora oggi, a oltre un secolo dal suo ritiro dalla Casa Bianca.
Era infatti il 1908 quando decise di lasciare la presidenza. Il Partito repubblicano, cioè il suo partito, era diviso al suo interno tra un’ala più progressista (la sua) e un’altra tendenzialmente conservatrice.
Roosevelt era consapevole di essere un po’ troppo di parte (tanto che creerà il Partito progressista nel ’12) per ricucire lo strappo e pertanto preferì farsi da parte. Lasciò così il posto a un uomo che potesse riunire le due opposte anime repubblicane, cioè William Howard Taft. Da gran gentleman qual era, decise di appoggiare senza alcuna esitazione la campagna elettorale del suo successore.
Il suo stile era notevole, certo. Fair play, diremmo oggi. Ma a distinguerlo dagli altri leader era la grande considerazione che nutriva per tutte le persone.

A iniziare dagli ospiti. Fosse il più “umile” dei cow-boy, piuttosto che un diplomatico di primissimo ordine, piuttosto che un rampante politico newyorkese il carismatico presidente sapeva cosa dire.
Ed era così abile in quello che faceva che ogni visitatore restava impressionato per l’enciclopedia culturale del suo presidente.
Ci stupiremmo anche noi, se ora non conoscessimo il suo “trucco”, a dire il vero semplicissimo. In attesa di un ospite, era solito raccogliere notizie sul suo conto, così da conoscere le sue passioni e gli argomenti che più lo coivolgevano emotivamente.
E così, la sera prima del ricevimento, Roosevelt stava sveglio sino a tarda ora ad approfondire questo o quell’argomento che tanto infiammava l’animo dei suoi invitati. Così, ogni visita diventava un successone. L’ospite se ne andava entusiasta e con la voglia di raccontare agli amici e ai conoscenti le doti del presidente.

I prodigi del mitico presidente statunitense non finivano certo qui. Ecco un’altra formidabile tecnica: appuntava le generalità delle persone che lo circondavano, così da chiamarli per nome. Com’è facile immaginare, questo accorgimento aveva un ritorno immediato e oltremodo positivo.
Anche i camerieri lo adoravano, tanto che il suo domestico personale scrisse un libro sul suo datore di lavoro intitolato Theodore Roosevelt, Hero to His Valet.

Ecco un simpatico estratto di quest’opera:

“Una volta mia moglie chiese al presidente com’era una pernice, dal momento che non ne aveva mai vista una. Il presidente gliela descrisse nei dettagli.
Qualche giorno dopo, squillò il telefono nella nostra casetta. [Amos e la moglie vivevano in una casetta nella proprietà di Roosevelt a Oyster Bay.] Mia moglie rispose: era il presidente in persona.
La chiamava, come disse, per avvisarla che c’era una pernice fuori dalla finestra e che se si fosse affacciata l’avrebbe vista. Piccole cose come questa erano tipiche di Roosevelt. Ogni volta che passava vicino a casa nostra, anche se eravamo dentro, ci chiamava per salutarci: ‘Oh-oh, Annie!’ ‘Oh-oh, James!’ Era una manifestazione d’affetto”.

Ma ecco un altro aneddoto ancora più entusiasmante. Un bel giorno l’ormai ex presidente Roosevelt decise di fare visita alla Casa Bianca mentre il presidente Taft e la moglie erano fuori. Bene, il leggendario Teddy imparò i nomi di tutti gli inservienti della Casa Bianca. Proprio tutti. Tant’è che Ike Hoover, capo degli uscieri della Presidenza, ricordò con le lacrime agli occhi la cordialissima visita dell’ex presidente.
E’ facile intuire che nessuno poteva resistere a questi atti di sincero interesse nei propri confronti.
Teddy Roosevelt aveva capito due cose fondamentali. La prima: il modo più efficace per giungere dritti al cuore delle persone è quello di parlare delle cose che più interessano loro.
La seconda: se teniamo alla benevolenza degli altri nei nostri confronti, se vogliamo conquistare le persone e farne degli amici ecco la formula: senza piaggeria, ma anzi con tanta sincerità, interessiamoci degli altri.

Ancora una volta, la comunicazione politica, che pretende correttezza e sincera attenzione al proprio “pubblico”, è essenziale nella vita di tutti i giorni.

4 Commenti

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  • ivan buttignon

    Ciao Paola. Sei molto gentile, ti ringrazio per le tue bellissime parole. E’ curioso notare come questo compianto politico e uomo di Stato, a noi famoso soprattutto per la politica del “big stick”, sia stato prima di tutto un grandissimo comunicatore “one-to-one”.

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  • Paola

    E’ davvero straordinario. Sapevo per sommi capi la storia di Roosevelt ora è tutto più chiaro!!!
    Grazie di aver condiviso con noi questo articolo, sono sicura che anche tu sei una persona straordinaria….:-)

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  • ivan buttignon

    Ciao Umberto. Hai proprio ragione. Grandi persone (al di là del ruolo istituzionale) e piccoli gesti. Piccoli ma significativi. Banali, addirittura. Ma banalità che spesso ignoriamo e che risultano vincenti nel rapporto con gli altri. “Io vinco, tu vinci” è il principio seguito da queste “tecniche” (in realtà semplici accorgimenti).
    Grazie per la tua riflessione, che mi ha fatto ragionare e che condivido in pieno.

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  • Umberto

    Mi è piaciuto molto questo articolo Ivan e mi ha fatto venire in mente una cosa: siamo tutti esseri umani pur essendo ognuno diverso dall’altro.
    Guardiamo sempre a presidenti, personaggi famosi dello sport, attori, ecc. come se fossero alieni, quando in realtà sono persone comuni che hanno trovato il modo (magari per loro abilità naturali) di farsi conoscere dal grande pubblico.
    Siamo noi a renderli quasi inavvicinabili o intoccabili con la nostra continua ammirazione.
    La storia di Roosevelt non la conoscevo e l’ho trovata deliziosa nella sua normalità e semplicità: forse proprio per questo motivo è stato amato, ha mostrato alla gente il suo lato umano e “normale”, non quello pubblico da star.
    Il gesto della telefonata alla moglie del cameriere è emblematico e racchiude una genuinità che colpisce.

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