Dimissioni, licenziamento, cassa integrazione, perché queste parole sono così sgradevoli? Perché perdere il lavoro è un’idea così preoccupante? Proviamo a riflettere insieme su questo tema, proviamo a considerare gli stati d’animo meno evidenti legati alla perdita del lavoro.

Introduzione

Per un dipendente, l’idea di perdere il lavoro, è una delle minacce peggiori per la sua serenità psicologica e personale, quasi peggiore dell’idea di perdere la casa o il cibo.

Lo psicologo statunitense Abraham Maslow (1908-1970) ideò la scala dei bisogni umani. L’obiettivo dell’uomo è la realizzazione di sé, raggiungibile passando per i vari livelli di soddisfazione del bisogno: ogni volta che l’uomo soddisfa un bisogno, progredisce a un livello superiore di soddisfazione, e così via.

Per semplificare, dopo aver soddisfatto i bisogni primari (mangiare, bere, vestire, avere un riparo sulla testa, ecc …) l’uomo sente i bisogni di sicurezza, rappresentati in primo luogo dalla casa, dall’appartenenza sociale e da un lavoro stabile. Secondo Maslow, se l’uomo non ha raggiunto questo livello di sicurezza, non può desiderare altro, non riesce cioè ad ambire alla soddisfazione di bisogni di livello superiore, come ad esempio l’appartenenza alla società, un buon rapporto con i familiari, un miglioramento degli obbiettivi, non sentirsi soli, e così via.

In poche parole, l’idea di perdere il lavoro da dipendenti rappresenta la possibilità spaventosa di retrocedere al livello inferiore della piramide motivazionale, superiore solo alla pura sopravvivenza. Ci sentiamo subito privati della comprensione della società, dell’appartenenza al nostro gruppo, siamo privi d’orientamento, di obiettivi, di punti di riferimento comuni.

La sola idea di perdere il lavoro ci fa sentire “spogliati” di dignità, come se ci avessero tolto i vestiti. Quanti di noi provano disagio alla sola idea di perdere il proprio lavoro?

  • “Come farò a pagare il mutuo?”
  • “Come potrò sfamare me stesso e la mia famiglia?”
  • “Povero me! Non so fare nulla!”
  • “Che cosa posso fare per vivere?”
  • “Chi e per che cosa sarebbe disposto a pagarmi?”
  • “Dove posso trovare i soldi?”
  • “Se perdo il lavoro, perdo tutto quello che ho!”

Ecco le preoccupazioni più comuni che passano, giustamente, nella mente di ognuno di noi, alla sola idea di perdere il lavoro. Proviamo a riflettere insieme alla ricerca di aspetti positivi, proviamo a considerare gli stati d’animo personali meno evidenti per chi affronta questa situazione.

Il dipendente: morte dell’individualità

Innanzitutto, dobbiamo prendere coscienza che il dipendente comune è una persona che come individuo quasi non esiste, è poco più di un automa, un piccolo elemento nell’enorme complessità sociale del mondo d’oggi. Diciamolo: il dipendente non conta nulla. Da un punto di vista individuale, il dipendente ha rinunciato al sé come persona capace di intendere e volere, di decidere e agire.

L’enorme macchina aziendale che ha accolto il dipendente, non si accorge nemmeno se lui ci sia o meno. Per la ditta non cambia assolutamente niente, il dipendente è diventato una persona nulla, morta, inesistente, è un ingranaggio come tanti se consideriamo il mero utilizzo della sua intelligenza e capacità reale di fare. Affermazioni drastiche, scioccanti? Vero, ma come non essere d’accordo? Pensiamoci solo per un attimo.

Filippo si è laureato in economia e commercio ed è dipendente di una filiale di una grande azienda internazionale nel campo dell’automobile. E’ stato assunto al back-office, termine usato comunemente per dire “il gruppo degli schiavi” che remano, nascosti dietro le quinte, per far andare avanti la barca.

Filippo deve controllare i prezzi dei ricambi della sua azienda e confrontarli con i vari fornitori e con la concorrenza. Il suo ruolo in pratica è leggere e incrociare migliaia di codici e di prezzi, non ha nemmeno un software adatto, deve inserirli in un database su Excel.

Il suo corso di studi si è sviluppato sul management societario, con ampi approfondimenti in campo sociologico e dei comportamenti in azienda. Ha studiato con passione le strategie dei movimenti di grandi capitali, fusioni tra società e azioni di joint-venture con aziende più piccole.

La sua tesi di laurea riguardava l’acquisto di un marchio automobilistico in difficoltà da parte di un gruppo più forte e articolato. La discussione della tesi è piaciuta molto, gli esaminanti gli hanno riconosciuto il massimo dei voti all’esame di laurea, oltre naturalmente ai migliori auguri e incoraggiamenti per quella che sembrava una promettente carriera.

Filippo ha una naturale capacità di riconoscere i meccanismi aziendali e le strategie di gruppo nel mercato che evolve. Questo interesse lo segue sin da bambino, quando giocava a Monopoli con i suoi amici. Ha imparato bene l’Inglese, ha vissuto all’estero per tre anni, parla anche un po’ di Francese e non manca di curare le relazioni sociali e il proprio benessere, gioca regolarmente a tennis e scia.

E’ stato assunto in questa azienda trovando il più sincero consenso tra i vari selezionatori, ha sostenuto diversi colloqui con le più alte figure manageriali, ricevendo complimenti e promesse di carriera e di crescita professionale. Filippo ha fin da subito un buon stipendio, gli promettono anche il cellulare e in futuro l’auto aziendale, per averlo l’azienda paga un bel po’ di soldi, considerando le tasse e i contributi.

Il lavoro che sta facendo ora Filippo è poco più di un lavoro da scribacchino, nulla che un programma specifico non potrebbe fare, meglio e più velocemente. Basterebbe un buon programmatore per creare un software adatto a svolgere il lavoro di Filippo.

Filippo è frustrato, le sue capacità non sono utilizzate, il suo entusiasmo è sprecato. Il suo capo diretto, Giuseppe, ricopre la figura di quadro, raggiunta dopo anni di presenza in azienda. Giuseppe conosce bene il dirigente del reparto, che ha piena fiducia in lui. Giuseppe ha fatto solo le scuole dell’obbligo, non parla lingue straniere, e non ha mai lavorato in altre aziende: nulla di male, ma ha poca esperienza e non condivide le idee di Filippo.

Vediamo chiaramente come la figura di Filippo sia totalmente sprecata, sarebbe come mandare in prima linea gli uomini migliori di un esercito, armati di pistole finte: sarebbero subito abbattuti alla prima difficoltà, senza alcun valore aggiunto per l’azienda.

Il potenziale di Filippo è utilizzato solo al 5%, non solo, ma eventuali proposte o miglioramenti devono essere approvate da Giuseppe, il quale non ha le conoscenze per capire. Giuseppe, sentendosi minacciato, boccia tutti i progetti di Filippo solo per una questione di gerarchia … Il dirigete ha piena fiducia in Giuseppe e gli lascia carta bianca, non vuole grane né fastidi nel suo gruppo di lavoro.

Filippo comincia a chiedersi dove siano finite tutte le belle parole e le prospettive di crescita, sbandierate dai dirigenti nei vari colloqui che ha sostenuto per l’assunzione. “Ma i colloqui li ho fatti qui o da un’altra parte?” si chiede prerplesso. Lo pagano anche troppo per inserire dei dati al computer tutto il santo giorno!

Ma allora, perché tutti cercano un lavoro come dipendente, è così desiderabile avere un lavoro come quello di Filippo? E’ così costruttivo annullarsi completamente, non fare nulla di cui si è capaci, anzi, al contrario passare intere giornate a veder crescere la propria frustrazione e impossibilità di agire?

“… Posto fisso … posto fisso …” chi di noi non ha nelle orecchie queste parole?

Moltissimi dipendenti hanno “deposto le armi”, hanno accettato cioè il proprio lavoro come un amaro destino inevitabile, si sono annullati come persone rispetto alle loro capacità, si rassegnano a credere che la cosa vada bene così e che non ci siano vie d’uscita. Dipendenti rassegnati, persone che non ascoltano la propria indole, che scelgono di far parte di un meccanismo sociale già scritto, che rinunciano a dare alla propria natura una possibilità di esprimersi.

Tutto questo in nome di che cosa? Che cosa è così forte per cui la maggior parte dei dipendenti è pronta a sacrificarsi personalmente per tutta la vita? L’unica certezza (ormai vacillante) è lo stipendio a fine mese. TUTTO per questa misera ED UNICA certezza. La totale rinuncia alle proprie aspirazioni e la negazione di se stessi, per avere in cambio la garanzia del tozzo di pane a fine mese. Non rappresenta questa una negazione delle proprie capacità? Non è forse l’ammissione di essere inadeguati e quindi incapaci di camminare da soli?

Il baratro

Il dipendente, frustrato e consapevole di trovarsi in queste condizioni di “rinuncia di sé”, pensa vagamente alla possibilità di dimettersi, guarda alle mille possibilità di un mondo che si apre davanti ai suoi occhi e prova una vertigine spaventosa, un brivido di paura, se non di panico.

Ma come, rimuginiamo tutto il giorno perché non ci sentiamo apprezzati né utilizzati secondo le nostre reali capacità, e di fronte alla sola idea di avere una porta spalancata verso il mondo, preferiamo di gran lunga restare impantanati nel solito impiego da dipendente! E tutto in nome della “sicurezza”! Tutto per quella vocina che ci sussurra dentro:

  • “… pensa alla sicurezza … la sicurezza …”.
  • “… studia seriamente, poi trovati un posto fisso, così avrai la sicurezza …”.
  • “… non andare in giro a divertirti, trovati un bravo ragazzo, così ti sistemi …”.  
  • “… c’è la crisi, tieniti stretto il posto di lavoro …”.
  • “… la sicurezza … la sicurezza”.

E’ questa è la situazione, vero? Quanti di noi dipendenti si sono identificati in questo stato d’animo? Perdere il lavoro per noi rappresenta il baratro, il punto oltre il quale non c’è ritorno e dove iniziano cose terribili, da evitare assolutamente.

Perdere il lavoro rappresenta la nostra reale insicurezza, la nostra paura più grande, la nostra convinzione di non essere capaci di fare, di organizzare, di essere autosufficienti, di procurarci da soli di che vivere. Abbiamo bisogno di un’azienda-mamma che ci dia sostentamento, che ci procuri da vivere in cambio della nostra abnegazione.

Abbiamo bisogno di un’azienda-chioccia che ci dica cosa dobbiamo fare ogni girono, che ci organizzi anche i periodi di ferie, che ci dia uno stipendio anche quando siamo in malattia, che si preoccupi del nostro pranzo con dei buoni-pasto, che pensi perfino alla nostra pensione quando saremo anziani.

Ma come, al lavoro le cose le sappiamo fare bene, perché non dovrebbe essere diverso fuori dall’azienda? Anche fuori dovremmo essere capaci di fare le cose bene! Anzi, senza tanti impedimenti e lungaggini, dovremmo riuscire a lavorare molto meglio!

Quando accenniamo, in famiglia o con amici, alla possibilità di lasciare il lavoro, chissà perché tutti ci guardano male come se avessimo bestemmiato, e naturalmente cercano subito di dissuaderci.

Ma abbiamo detto una cosa così stana? Non dovrebbero invece essere proprio loro a sostenerci e incoraggiarci, loro che ci amano e ci conoscono meglio, loro che ascoltano quotidianamente le nostre lamentele e frustrazioni? Non dovrebbero desiderare di vederci finalmente sereni e realizzati, impegnati in un lavoro di soddisfazione, liberi di lavorare per noi stessi, non per altri? 

Chissà perché tutti ricordano benissimo, e raccontano con tinte fosche e dovizia di particolari tragici, mille storie tristi di gente che ha lasciato il posto di lavoro senza grandi risultati. Nessuno ricorda invece quelli che hanno lasciato il lavoro e hanno avuto successo, magari non sono diventati ricchi, ma ora sono sereni, lavorano per se stessi e con soddisfazione. La “ricchezza” non è solo quella monetaria, si è ricchi anche di salute, di benessere, di soddisfazioni, di tempo!

Il coraggio per lasciare il lavoro dobbiamo trovarlo da soli, nessuno ci aiuterà. D’altro canto, la permanenza in azienda ci ha sviliti, ha spento in noi l’entusiasmo, l’iniziativa, il coraggio, la sicurezza e la sanità mentale.

I vari meccanismi “sociali” tra dipendenti seguono uno schema malsano di guerra fredda di sopravvivenza, di sopraffazione dei più prepotenti, di esasperazione dei ruoli, di amicizie fittizie, di affiliazioni tra gruppi, quasi fossero bande o branchi animali … ma nulla di tutto questo ha a che fare con il reale valore aggiunto per l’azienda!

Eppure, uscire da tutto questo è semplicissimo, possiamo farlo anche adesso:

basta andare all’ufficio del personale e consegnare un semplice foglio di carta che recita “… a far data da oggi, rassegno le mie dimissioni dall’incarico di …!” Fatto, semplice vero? Ancora quella sensazione di fastidio al solo pensiero di fare una cosa simile …

Questo non siamo disposti a farlo, invece siamo pronti a lamentarci tutto il giorno, a portare a casa scontento e stress e a sfogarci con i nostri cari, a prendere pillole per la gastrite, farmaci per la depressione, ansiolitici per l’esaurimento nervoso, e così via.

Abbiamo illuminato esattamente il punto che separa i due mondi, la linea sottile di confine, il dilemma che prima o poi tormenta ogni lavoratore insoddisfatto: da una parte il dipendente frustrato, dall’altra il mondo e la libera espressione del proprio io.

Valore aggiunto del dipendente

Avete provato sicuramente ad arrivare a casa la sera, dopo una giornata di lavoro, e chiedervi “Ma oggi, cosa ho fatto per l’azienda?”, la risposta nella migliore delle ipotesi è NULLA. In realtà abbiamo usato il telefono, fatto fotocopie, usufruito di alcuni strumenti e programmi, ma il nostro operato, a causa delle normali condizioni di lavoro, non è servito, è solo un passaggio di un lungo “iter” di lavoro che continuerà in altri reparti, per finire chissà dove, dopo quanto tempo.

Nella maggior parte dei casi, l’impiegato procura un valore aggiunto piccolissimo all’azienda. I tempi per vedere il risultato concreto sono lunghissimi, moltissime pratiche devono passare da più reparti, da più persone, che aggiungono lungaggini incredibili.

L’operato concreto delle giornate di lavoro di ogni dipendete è veramente basso. Se le cose fossero davvero organizzate, basterebbero meno persone, ma questi sono altri discorsi e si entra nell’area della politica, dei sindacati e del mondo dell’occupazione.

Non sarebbe più proficuo per la società se ognuno di noi facesse quello che sa veramente fare? Utopia? Certo, ma pensate solo ai vantaggi per le aziende e per i lavoratori. Fare solo quello che sappiamo fare bene e abbiamo voglia di fare. Non sarebbe fantastico?

Se mi piace fare la mamma, perché non posso farlo per i miei figli e per i figli degli altri? Se sono portato per la contabilità, perché non posso fare questo come lavoro? Se amo lavorare in giardino, cucinare o dipingere, perché non posso mantenermi facendo solo questo? Se mi piace ascoltare musica tutto il giorno, perché non posso farne un lavoro? Anche a costo di guadagnare meno! Ma lasciamo le utopie e ragioniamo per il singolo, al quale questo testo è rivolto.

Il salto

Lasciare il lavoro. Basta razionalità, basta ragionamenti, basta elucubrazioni, basta pensare a tutti gli scenari possibili, ci vuole coraggio per fare il balzo nell’indipendenza! Pensate alla prima volta che vi siete gettati in piscina dal trampolino, certo, era spaventoso, ma non potevate farlo senza buttarvi! Se dovete imparare a nuotare, buttatevi e iniziate a nuotare, non serve pensarci e riflettere, bisogna farlo!

Il passo di lasciare il lavoro non avviene a cuor leggero. C’è sempre una certa ansia, è naturale, abbiamo sempre in testa quella vocina che ci sussurra “… la sicurezza … la sicurezza …”.

La sicurezza dobbiamo avercela dentro, nessun posto fisso o prospettiva di carriera ce la possono dare! Dobbiamo essere sicuri di noi stessi, delle nostre reali capacità, della nostra voglia di fare, della nostra iniziativa e del nostro coraggio! Dobbiamo essere consapevoli di avere dei valori, delle prospettive, una visione del mondo completa, la voglia di lavorare onestamente e un certo “savoir-faire” acquisito da un’attenta osservazione del mondo.

Bastano uno o due contatti di lavoro per iniziare subito un’attività che procuri reddito. Inizialmente, la liquidazione dell’azienda e pochi risparmi vi aiuteranno nei primissimi passi da “persone libere”, dopo l’uscita dal carcere.

Avete fatto il grande salto, ora cominciate a respirare! E’ il momento in cui iniziate veramente a vivere! Bastano pochi giorni di lontananza dal lavoro per rendersi conto che le ultime battaglie in azienda erano solo MINUSCOLE briciole, a confronto della vita vera e di quello che conta veramente. Avete lasciato l’azienda, ora guardatevi indietro: i soliti discorsi e i soliti colleghi sembreranno subito piccolissimi, formiche insignificanti di fronte alla vite reale, dove chi conta veramente siete voi stessi.

Chi è responsabile di tutto quello che succede ora: voi stessi! Non potete più incolpare il vostro capo o i colleghi, ora non avete scuse! La responsabilità è tutta vostra. Parole pesanti? Tutto diventa subito grandioso, cominciate ad apprezzare le piccole libertà, oltre a quella sensazione IMPAGABILE che il tempo è totalmente vostro, ne siete i principali e unici gestori. Non c’è l’assillo di arrivare in azienda in tempo, prima dello scatto del conta-ore, del permesso, della giustificazione … siete liberi! Il tempo passa, ma ricordate … NESSUNO VE LO PAGA, quindi dovete sfruttarlo al meglio.

Avete lasciato l’azienda e vi dirigete in mare aperto. Guardare indietro, verso il vostro vecchio posto di lavoro, è una sensazione incredibile. Vedete la vostra ex azienda allontanarsi come un’isoletta nel mare, solo ora la percepite in tutta la sua piccolezza. Se proprio vi sentite insicuri, potete sempre pensare di tornare indietro a nuoto e chiedere asilo, ma questo deve restare solo un pensiero rassicurante, non un progetto concreto!

Avete mai visto il film “L’urlo dell’odio”, con Anthony Hopkins e Alec Baldwin (1997)? Parla di un gruppo di persone sperdute in Alaska a causa di un incidente aereo. E’ uno scenario simbolico: la sceneggiatura, la bellezza maestosa del paesaggio, la bravura di Hopkins, mostrano tutte le difficoltà dell’uomo civile costretto all’improvviso a ritornare a vivere nella natura selvaggia.

Possiamo fare un parallelo con il dipendente che si trova tutto a un tratto da solo, a dover difendersi e procurarsi il cibo nello splendido mondo dell’Alaska, dove le regole per sopravvivere sono ben diverse rispetto all’azienda. In questo mondo selvaggio siamo soli con le nostre forze e capacità, non c’è più nessuno che ci protegge, che ci fornisce lo stipendio ogni fine mese.

L’analogia intrigante è questa: l’uomo moderno ha dimenticato come vivere nella natura, così come il dipendente non è più capace di procurasi un’attività di successo. Nel film, Hopkins afferma che la maggior parte degli uomini muore di fame, se all’improvviso si trova in una situazione estrema, senza ristoranti, senza camerieri, senza casa e comodità, anche se la natura generosa offre assolutamente tutto quello che serve per sopravvivere: acqua, cibo, riparo, utensili.

Non è la natura matrigna, è l’uomo che ha dimenticato come arrangiarsi da solo, come sopravvivere e nutrirsi, è l’insicurezza e la paura dell’uomo che gli impediscono di reagire e di darsi da fare come ha sempre fatto in natura.

Non avevamo cercato un lavoro con tutte le nostre forze, sfruttando tutte le possibilità e le nostre conoscenze, non ci siamo presentati al meglio ai colloqui, pronti a mentire e a promettere meraviglie, pur di farci assumere? Il tempo passato in azienda come dipendenti ci ha reso pigri, l’azienda-chioccia ha annullato in noi ogni iniziativa, ogni capacità. Ora che dobbiamo creare un’attività per noi stessi, non ne siamo più capaci. Non dobbiamo forse attingere a tutte le nostre risorse? Dove sono finite tutte le nostre capacità? Non è più importante lavorare per noi stessi che per un’azienda?

Il giorno dopo

Avete fatto il grande passo e lasciato il lavoro. Un macigno sullo stomaco. Il peso di questa decisone si fa sentire qualche giorno dopo, passata l’euforia dei saluti e degli auguri da parte dei colleghi.

Adesso tutti ci invidiano: ma se sono così invidiosi, perché non lo fanno anche loro? Finalmente ve ne siete andati, non prima di aver detto tutto quello che pensate dell’azienda, dei colleghi e soprattutto dei capi. Vi siete tolti un peso, eppure non siete ancora completamente tranquilli. Respirate a pieni polmoni l’aria fredda e pura della libertà. Tutta questa libertà e responsabilità improvvise sono scioccanti.

Cala il sipario, si calmano le acque, e viene il silenzio. Ora sete soli e vi rendete conto di quello che avete fatto. Siete soli con le vostre forze, non quelle fisiche ma quelle dell’animo e della motivazione. Via avviate con coraggio e pazienza, sapendo bene che non potrete più tornare indietro.

 

 

8 Commenti

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  • Valeria

    Buongiorno,
    l’articolo è scritto molto bene e descrive benissimo i sentimenti e le emozioni di chi, come me, dopo un titolo conseguito col sudore della fronte e tanto impegno, si ritrova svutato e privo di energie, ingabbiato in un ruolo senza senso e senza prospettive, alla mercè di capi con la metà, se va bene, delle proprie competenze e capacità. Un abbraccio e complimeti!

    Rispondi
  • Silvia

    Quante sante verità!!
    ho una curiosità, si può lasciare il lavoro e fare i versamenti volontari per non perdere la pensione? Grazie ciao

    Rispondi
  • Silvia

    Leggendo l’articolo mi sono rivista perfettamente nella figura di Filippo. Sono esattamente come lui, nella stessa situazione. Laureata perfettamente nei tempi, con una tesi originale che ha suscitato gli elogi della commissione, parlo fluentemente 4 lingue con una quinta in fase di studio, con spirito d’iniziativa e creatività, sempre attiva e sicuramente pronta ad impegnarmi.
    E sono finita anch’io nel brodo del back office, a sobbollire e a farmi un mazzo così per tirare avanti la carretta. Anche a me, come a Filippo, avevano promesso che sarei andata a trovare i clienti, che avrei avuto cellulare e auto. Addirittura, questi erano i patti con la società di consulenza e ricerca HR che mi ha presentato all’azienda! Di tutto questo, non si vede nulla all’orizzonte.
    Ma mi hanno preso in giro?!?
    C’è di peggio. Davanti a me, elogiato come se fosse il principino d’oro, un tizio che ha conseguito il diploma in ritardo e che il tempo che passa in ufficio lo passa bestemmiando (sisi, proprio “porco …” a destra e a manca!) ed il capo diplomato alle serali (!!!) che parla inglese come un bambino di prima elementare (livello “the pen on on the table”).
    Le mie idee sono state tutte sempre regolarmente scartate, con quell’aria di superiorità che gli deriva dal fatto che io sono una donna e loro invece uomini (giusto, la discriminazione di genere non è quello che ha subito Filippo, per sua fortuna!) e addirittura il mio capo è arrivato a recriminare perchè un cliente al telefono mi ha chiesto il titolo con cui rivolgermisi e gli ho detto “Dottoressa”. Ovvero il titolo che mi sono guadagnata studiando e impegnandomi con passione e serietà. (Ovvio, ho fatto notare al capo che Dott.ssa è il mio titolo, scatenando l’incazzatura)
    In più lavoro come un automa. Rispondo al telefono, inserisco dati al pc, mando le offerte. Una noia mortale. Odio fare l’automa. E di contorno devo dare una mano ai colleghi che hanno l’età dei miei genitori e dimestichezza limitatissima al pc. (Non voglio prendermela con loro, cerco di fare quello che posso, ma se mi fanno perdere tempo per spiegargli come centrare le scritte su un foglio di word…ecco!)
    Però non ho intenzione di lasciarmi abbattere. Sono ancora giovane e so di avere le potenzialità per dare qualcosa di più. So che da qualche parte c’è un lavoro che mi appassiona.
    I tempi sono duri, è vero, ma mentre continuo a fare l’automa inchiodata a quella sedia, mi guardo in giro. Confido di trovare prima o poi un altro lavoro più adatto a me. Per adesso, scusate l’opportunismo, porto solo a casa lo stipendio.

    Grazie per l’articolo e scusatemi lo sfogo.

    Rispondi
  • valentina

    ciao,

    interessante e diretto l’articolo, interessante anche il commento del signore.Mi ritrovo a leggere l’articolo,presa dal senso di frustrazione e senso di fallimento tanto ben descritto da Alessandro. Sono pero costretta ad aggiungere un aspetto fondamendamentale che non viene menzionato nell’articolo, che a mio avviso genera tutte quelle voci e sensi si colpa,: di cosa fondamentalmete vivo? lo schiavo dipendente, non è altro schiavo perche è cosciente che quella è la situazione più facile da sopportare, che per sopportare e non produrre, il tuo “dolore” viene abbondantemente pagato. quando si è stufi non si cerca altro nella propria fantasia qualcosa che tolga il dolore e lasci la situazione economica uguale se non migliore. questo fa che il coraggio di iniziare qualcosa in proprio venga ammazzato dal prorpio io irrazionale che sa perfettamente di cosa ha bisogno.
    a parte questo punto, il cruccio fondamentale che non riesco a spiegarmi è, se non ho altre possibilità per sopravvivere, perche alcune volte si lavora essendo shiavi in previsione non di un miglioramento lavorativo, ma piu per un mantenimento futuro non proprio ma anche di altri, in questo caso l’io irrazionale sa benissimo che deve farlo, e la libera inziativa non fa altro che rendere piu difficlle l’azione. da dove deriva la fonte per sopravvivere. non ci si può spaventare per tutto, ma il mondo dei grandi prevede molte volte delle scelte non tanto per se stessi ma per garantire protezione ad altri. che facciamo? viviamo ognuno per se stesso e chiediamo aiuto quando non riusciamo a farlo? ottimo l’articolo per incoraggiare, ma lascia in sospeso il grando dilemma….esiste relamente una alternativa fattibile..o deve essere una lotta contro i mulini a vneto per ritrovarti a 40 anni deriso e sconfitto e se fortunato a vivere in casa con i tuoi, i nonni e chiedendo ai proprio figli se ci saranno di rinunciare a tutto? oppure non bisognerebbe piu pensare al futuro e vivere per quello che si ha oggi. a questo punto perche lavorare?
    grazie per avermi permesso la riflessione,
    Valentina

    Rispondi
  • Roberto

    Buongiorno,
    e grazie del bell’articolo, decisamente molto ben scritto. Ora se mi permette Le illustro la mia (modesta) storia. Nasco come musicista; scelgo (non di mia volontà) un percorso scolastico (difficile mi creda) volto alla conoscenza dell’Arte musicale. Sono 10 anni di corso articolato in 3 macrosezioni (5+3+2) con esami -complementari e principali- tutti gli anni. Esci a 25 anni con un Diploma (oggi Laurea ma non cambia di molto) pari (con tutto il rispetto possibile) a quello di un muratore. Integro con un secondo corso volto all’Editoria (altri 5 anni) provo anche a concludere Architettura a Venezia ma senza esito.
    Un periodo di 2 anni in Giappone (trattato benissimo) quindi il ritorno in Italia. Vengo quindi convinto da fattori esterni a me però molto cari di NON sostenere un contratto interno come dipendente, ma a entrare in quell’esercito rampante e dinamico (all’epoca nel 1997) dei freelance con Partita IVA. All’inizio devo ammetterlo i guadagni erano alti e abbastanza facili (grazie in particolar modo al deprezzamento della Lira sul Franco Svizzero). Quindi l’entrata dell’Euro e nel tempo: noti episodi di terrorismo, fallimento di grandi Società di Credito al consumo, contrazione della domanda, crisi economica globale, hanno dato una colpo di scure sempre più violenta a questo “esercito” di cui sopra che era motivo di tanto vanto nei Collegi Economici dei Governi.
    Ora ho 38 anni, una famiglia e le Aziende Clienti per cui ho lavorato con passione e dedizione, chi ha chiuso, chi ha fallito, chi…
    Fare il canguro è da sempre stata la mia spinta, vivere costantemente nel giro d’aria era cosa normale, ma posso dire a cuor sereno che le alternative c’erano. Ora in una città motore quale è Milano si ha difficoltà a essere inseriti persino come cassieri in una notissima catena commerciale (cito testualmente: “non la posso prendere Lei è troppo specializzato). Inserisco CV via mail e fax con un ritmo di 150-200 contatti al giorno. Quasi nessuno risponde e se mai…la risposta è: non ci interessa grazie.
    Essere ottimisti è giusto ma bisogna anche contestualizzare.
    Se vuole può rispondere.
    Un caro saluto e grazie.

    Rispondi
    • alessandro muscinelli

      Gentile Signor Roberto,

      La ringrazio per la sua testimonianza, devo dire che ho letto con molto interesse e ammirazione. La situazione in cui si trova, ahimè, accomuna non so quanti professionisti davvero in gamba, gente che sarebbe più che adatta a sostituire tanti “parassiti” attualmente strapagati in migliaia di posti di lavoro. Siamo in molti nella stessa barca, me compreso.

      Lei dice di contestualizzare, ma ci vorrebbe un libro per ogni persona e per altrettante professioni! Non è possibile avere una risposta concreta per tutti, se l’avessi, potrei anch’io sdraiarmi in poltrona e godermi un successo “facile”, ma così non è: le bacchette magiche non esistono e sbagliato sarebbe per noi pensare di inseguirle.

      Posso solo riportarle dei pensieri personali, e come tali, è libero di ascoltarli e/o condividerli o meno. Il fatto è che il “pessimismo” (pensiero negativo), e intendo quella serie di insuccessi che ci sentiamo cadere addosso nei momenti difficili (e difficilissimi), come una serie interminabile di “sfortune”, altro non è che uno stato mentale di negatività che ci auto alimentiamo.

      Mi spiego, un comune problema di ogni giorno, affrontato quando le cose ci vanno normalmente bene, lascia a tutta la nostra creatività, razionalità e inventiva lo spazio di trovare soluzioni geniali, forti e fantasiose, che caratterizzano comunque la nostra natura.

      Al contrario invece, quando siamo “piegati” dallo sconforto, dalla depressione e da una visione grigia del futuro, lo stesso problema non lo sappiamo risolvere con la stessa naturalezza e disinvoltura. Accade dunque che ci mettiamo da soli sulle spalle un altro fallimento, e così via.

      Con il massimo della positività e concentrazione, e con la carica che mi contraddistingue, pur essendo bersagliato da fatti negativi, sono riuscito a risolvere normali problemi e difficoltà, con l’effetto positivissimo che, per un breve attimo, o qualche ora, ho potuto rivedere il cielo blu, e in quel frangente tutti i problemi che mi schiacciavano non mi sembravano poi così irrisolvibili!

      Sbagliato sarebbe cercare di eliminare il “negativismo” e basta, ma piuttosto la risposta sta nel potenziare il buono che c’è in noi… tanto per rendere più equilibrato il nostro spirito.

      Tornando al suo scritto, la stimo perché evidenzia una persona che non molla, ed è pronta ad affrontare cambiamenti che pochissimi in questa Italia di oggi, fatta di “Parloni”, sarebbero in grado di fare.

      Personalmente però non credo nel tampinare le aziende, hanno già abbastanza difficoltà a stare in piedi e combattere le proprie battaglia interne su chi deve avere l’ultima parola. Poi, se cercano qualcuno per un incarico, prima chiedono se “conosci qualcuno…” tra la propria gente, se non addirittura si rivolgono a parenti o amici di questo o quello. La meritocrazia è inesistente nelle organizzazioni aziendali in Italia.

      Finisco semplicemente dicendo che il cambiamento in questa nostra fase non lo si trova dall’oggi al domani, ma sarà solo frutto di piccolissimi passi giornalieri fatti di coraggio e di quella “positività” che si trova agendo da uomini “liberi”. L’ottimismo in questo periodo lo possiamo solo trovare dentro di noi.

      Proprio in questi giorni sto ultimando un manuale, che sarà distribuito sul web, che tratta proprio di questo tema “Perdere il lavoro come opportunità”. Vuole essere una prima traccia per chi lascia il lavoro da dipendente e intende reinventarsi una nuova attività come libero professionista, con spunti di riflessione e tante indicazioni pratiche.

      Un cordiale saluto
      Alessandro Muscinelli

  • Angelo

    Illustrissimo Ing. Alessandro, ben detto, chiare e limpide scrosciano le frasi nel susseguirsi dei concetti come un ruscello carico di energia e limpidezza. Questo è un dato di fatto, è enunciato che nelle Scuole, in particolare dell’obbligo, deve essere BEN INTESO. La famiglia inoltre, come buon tutore della formazione dei propri figli “deve” adempiere al decollo del progetto di vita degli stessi. Ma…se la cultura di base è a dir poco differente, quando i figli si svegliano è troppo tardi. E’ un Articolo unico nel suo genere, carico concettualmente e motivante, sicuramente è in anticipo sul prossimo futuro ormai alle porte…visto che il PAESE, in declino di occupazione ricerca sempre più Figure che sappiano prendersi PIENE RESPONSABILITA’, scartando diritti che ormai obsoleti sono rimasti solo nella mente dei Lavoratori dipendenti. Siamo in tempi di cambiamento e speriamo che anche per le Scuole i Funzionari, prendano atto alle riforme; le nostre oggi, purtroppo sono ancora legate all’epoca del Settore Primario Agricolo, con tutto rispetto!
    Un complimento vero per l’ottimo Articolo.
    Grazie!
    Cordiali saluti.
    Angelo Durante

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    • alessandro muscinelli

      Grazie Angelo!

      Vero tutto quello che abbiamo detto: nel mondo del lavoro bisogna essere pronti a rimboccarsi le maniche, magari a tornare un po’ indietro, bisogna essere disposti a guadagnare meno, ma essere persone più genuine e valide, con una maggiore soddisfazione personale … nonché maggiore autostima!

      Il seguito dell’articolo è in via di preparazione.

      Un cordiale saluto
      Alessandro

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