Ricordo la piu’ bella poesia di Ugo Foscolo: A Zacinto.
“… tu non altro che il canto, avrai del figlio, o materna mia terra, a noi, prescrisse il fato, illacrimata sepoltura”.
Certo altri tempi quelli di Foscolo.
La Patria era la Patria.
Un sentimento grande.
Morire a cagione della Patria era qualcosa di valore immenso.
Nessun valore fondamentalista, ne’ alcuna deturpazione religiosa.
Solo un sentimento nato con l’uomo: la liberta’.
Mentre si cadeva, spesso si gridava:: “Viva l’Italia!”.

I nostri bisnonni… che doccia fredda per loro, se potessero vedere questa loro patria. La bassezza della morale e della moralita’, la totale assenza dei sentimenti patriottici, delle liberta’ fondamentali… resterebbero ancor piu’ che smarriti, sgomenti.
Ho conosciuto in uno dei miei viaggi un uomo italiano, 35 enne, in una delle tante frontiere del mondo, quella thailandese-cambogiana. Quest’uomo, aveva uno sguardo luminoso, e certamente qualcosa di insolito: forse stanco in volto, mostrava, tuttavia, una grande fierezza, quella di chi conosce il mondo ove vive. Zaino enorme, e in cima sacco a pelo. Scarpe da tennis ai piedi. Una delle cose che gli chiesi, da subito: “quanto tempo manchi dall’Italia?” mi rispose: “manco dal 1999, non ho mai visto gli euro, tu ne hai qualcuno da mostrarmi?” La conversazione si sposto’, per mia grande curiosita’, al suo viaggio interminabile: Europa, Africa, Sudamerica, in via di completamento il continente Asia. Poi, da li’, in Nuova Zelanda. Restai meravigliato, quando mi riferi’ che non aveva mai volato, non certo per paura. La fila estenuante lungo polverose, rumorose stradine di quel fazzoletto di terra, camion , bici, carrettini, centinaia e centinaia, forse migliaia di uomini, donne, bambini che si mescolavano accalcandosi, volti, genti che andavano e venivano ai due poli dei Paesi, facce cosi’ diverse e lontane da me, culture diverse, trovarmi vicino per caso un molisano, era qualcosa davvero di insolito.
Noi due, italiani, e figli del sud. La calca umana rinforzava, cercavo di restare vicino al connazionale, per sentirmi come a casa. Era come mangiare gli spaghetti Barilla, quasi quasi sentivo la musica. Il caldo non era di buona cornice a questo risvegliato sentimento patriottico.
La calma che perfondeva Roberto, era di sollievo. “Ma non hai mai volato in tutti questi anni che manchi dall’Italia?” “Quando non ho potuto usare treni e bus, ho usato le navi”.
Era diretto a Phom Phen, e da li’ si sarebbe spostato in Vietnam, poi avrebbe preso la via dell’emisfero australe, raggiungendo la Nuova Zelanda, avrebbe ripercorso la strada del ritorno, attraverso l’Asia, Cina, Russia Asiatica, Turchia, risalire in Croazia, attraversare l’Istria e finire in Italia, per ritornare, infine, nel suo paesino molisano.
Restai per un attimo ad osservarlo, mentre parlava, aveva una cosi’ fervida analisi geografica, che sembrava avessimo la cartina del mondo sottomano. Sapeva tutto, era al corrente di tutto.
La calca umana era quasi soffocante, incalzava il caldo umido.

Avevamo veramente scoperto che volevamo parlarci, ci sentivamo vicini, scambio di idee, opinioni, conoscenze, sentimento patriottico? Gli dissi che erano gia’ le 10 della mattina, al suo paesello le 4 della notte, e, da qui, il primo mezzo pubblico che sarebbe partito per Phom Phen era l’indomani alle 6 della mattina, dove sarebbe mai andato?
“Sono a conoscenza dell’orario di partenza del primo bus. Sono attrezzato a dormire dappertutto, restero’ in qualche posto qui vicino, domattina presto prendero’ il bus”.
Per circa 20 minuti le nostre conversazioni erano state così fitte che non ci eravamo accorti del mondo circostante. Avevamo fatto in tempo ad accorgerci che la fila umana si era fatta piu’ piccola. Facciamo in tempo a scambiarci le e-mail? “Chissa’, caro Roberto, un giorno ci rincontreremo”.
Poi, come in un incantesimo, Roberto era scomparso, come inghiottito da un oceano umano di genti, viandanti ai poli di una frontiera, una delle tante del Mondo.
Ero ritornato in Italia per 20 minuti, e subito di nuovo in Asia: non capita tutti i giorni. Sembrava soffrissi il jet-lag.
Pensavo che Roberto era davvero fortunato.
L’aereo, quale mezzo meraviglioso e comodo.
Roberto aveva proprio capito prima di me.
Sali, prendi il numero assegnato della tua comoda poltrona volante, e passi sul mondo. Non vedi nulla, perdi l’essenziale, l’alternarsi dei colori, dei rumori, dei sapori, delle musiche, dei volti delle cose e delle genti, delle montagne che separano le terre, le vallate, i fiumi e i loro argini. Non vedi nemmeno le frontiere, che, con la loro stupidita’ umana, esistono solo per l’avidita’ ed il desiderio di possesso.
Sono smarrito.
La fila al posto di Polizia, e’ tornata disumana.
Intercetto il volto di un cambogiano con le stellette. Forse perche’ entrambi figli di terre difficili sembriamo non aver dubbi. Si avvicina e, sotto gli occhi di tutti gli altri, mi chiede di cosa ho necessita’. Comprendo che l’inglese del funzionario di frontiera cambogiana e’ studiato alla sera, davanti allo specchio, ripetuto tante volte, fin tanto da farlo sembrare il migliore possibile. Ma noi abbiamo bisogno di poche parole. Lui ha gia’ compreso, io anche. Tutti mi guardano e chissa’ cosa pensano, mi appoggio ad una sedia. Dopo qualche minuto il funzionario ritorna. Ecco, l’incantesimo. Non ho bisogno di attendere chissa’ quale dannato tempo, per questo stramaledetto timbro. Tutti li’, in fila, per questo timbro, sembra l’Italia.
Tutti sotto il sole cocente che non scherza affatto.
Metto mano al portafoglio. Il volto del funzionario mi sembra diventi piu’ severo. Il timbro maledetto costa 200 bath thailandesi. Ecco che l’incantesimo si rompe… Incurante della gente che con indiscrezione e pudore osserva senza volersi far notare, il funzionario mi dice: … qualcosa per me non c’e’? Allora, prendo 300 bath. Lui non porge la mano per prendere le banconote. Non vanno bene, il segnale e’ inequivocabile. Chiedere quanto vuole, sarebbe un suicidio. Devo giocare d’astuzia, devo uscire il piu’ presto possibile da questa frontiera, da questa macchina per intelligenti umani.
Inizio a frugare tra le tasche. Il grande Antonio De Curtis mi ha insegnato che il teatro e’ la vita, e la vita e’ teatro. Non so se esiste un Antonio De Curtis cambogiano. Sembra di no. Frugo tra le tasche, frugo, non ho piu’ soldi. Ormai, tutti ci guardano, sembriamo davvero al teatro. Il funzionario cambogiano segue con occhi attenti ogni mia mossa. Non so, ma vedo per un sol attimo, come un flash, gli squadroni della morte di Poi Pot.
Cosa sarebbe accaduto mai? Forse mi arrestavano?
Meglio non fare il furbo, quelli si trovano solo in Italia, stanno seduti tutti in Parlamento. Li’ eravamo in un bel mezzo di vita, in un bel mezzo di Thailandia e Cambogia. Spunta una banconota da 500 bath, valore 11 euro. Gli occhi del funzionario cambogiano da severi diventano luminosi, poesia: s’illuminano d’immenso. Sufficientemente in tempo per comprendere che vanno bene. La sua giornata e’ niente male oggi. Il suo stipendio mensile e’ di 8600 baths, meno di 200 euro. Mi accompagna all’uscita dell’ufficio cambogiano, con un largo sorriso, finalmente posso ritornare.
Solo, qui e’ un labirinto. Devo ritornare in Thailandia.

La strada polverosa e’ questa, inizio a percorrerla.
Il passaporto in mano, tanti bambini, bambini ed ancora bambini. Un numero incalcolabile di bambini. Sembrano tutti uguali, clonati da qualche scienziato americano? No, clonati dalla stupidita’ e dal cinismo umano, e dalle ingiustizie. Scalzi, seminudi, sporchi, ti accerchiano e ti chiedono qualcosa. Qualsiasi cosa va bene, non certo soldi e basta.
Un poliziotto thailandese con un viso annoiato fa in tempo a proteggermi. Mi dice di stare attento alla borsa. Ormai siamo dietro l’angolo, il poliziotto non vede piu’. Il cerchio di bambini e’ divenuto una pressa, non so nemmeno quanti siano.
Provo a fare qualche carezza, sperando di non finire in galera per pedofilia come avverrebbe in Italia.
Si’, non hanno bisogno di soldi, ma anche di mangiare e bere, perche’ hanno fame e sete. Hanno fame e sete di cibo e di amore, quello che nessuno gli dona.
Ormai ero in trappola.
Impossibile sfuggire a decine di bambini che ormai si erano aggrappati a me. Si erano aggrappati a tutto, ma non alla borsa. Provo a toccare il mio marsupio . Sento salire la tensione, i bambini piu’ forti, mettono fuori portata quelli piu’ deboli.
E’ la lotta per la sopravvivenza.
Penso che sono talmente tanti che se volessero potrebbero rubarmi senza che avessi la forza di reagire.
Nessuno lo fa.

Non posso dare qualche monetina ai piu’ forti e lasciare soli i piu’ deboli. Fortuna che sono pieno di monetine. Uso uno stratagemma.
Inizia il momento cruciale, vedono le monete. Tensione altissima, solo i piu’ forti avanti. Mi strappano le monete dalle mani.
Giuro che mai avrei immaginato un bambino con una presa poderosa e forte quanto quella di un adulto.
Mentre i piu’ forti si distraggono per qualche istante con le loro monete in mano, faccio in tempo a scivolare di una decina di metri, e mi ritrovo i bambini rimasti fuori portata.
Posso dare altre monete. Riesco in pochi minuti ad accontentare davvero tutti. Finite le monete, ad una bambina sola, indietro, piccola piccola, impaurita, do’ una banconota di 20 bath. La prende e scappa via correndo, spero non le facciano del male.
Costo dell’operazione totale: 250 bath, 5 euro.
Forse il buon S.Giuseppe si e’ raccomandato al suo Dio, per un posto in Paradiso.
Vedo la frontiera thailandese.
Tra breve ci sara’ ancora fila, tuttavia meno severa della Cambogiana.
Chissa’ perche’ mai, l’uomo si creda piu’ intelligente dei tanti cani raminghi che, percorrendo le strade polverose, intravedo. Sono malati, altrimenti li mangerebbero: in Cambogia il cane e’ alimento.

Come l’umanita’ possa accettare tutto questo.

Come possa accettare, restare inerme, di fronte alla stupidita’ delle frontiere. Come possa restare inerme ed indifferente di fronte a questi bambini, che non potranno mai studiare ed avere una vita normale.
In Occidente, dove tutti ci crediamo colti e culturalmente avanzati, restiamo inermi ed indifferenti di fronte a leggi banali, spesso fatte per i potenti. Leggi che inghiottono i bambini, sottraendoli all’amore dei loro genitori.
Si’, qualcuno dice: “si mangiano i bambini” , e dice bene.

Come la societa’ civile possa restare inerme ed indifferente di fronte alle strategie perfide delle multinazionali del farmaco, che lucrano sulle vite umane, anche quelle dei nostri bambini, dei nostri figli, della loro ingenuinita’ e del loro grande bisogno di amore.

Faccio un appello accorato a voi che mi leggete.

Faccio un appello accorato, affinche’ tutti Noi, ci si metta in grado di bloccare questo cinismo, questa perfidia criminale. Adesso basta!
Non possiamo accettare che, il sano , diventi malato per vendere il farmaco che producono . Non possiamo accettare che si inventino malattie nuove, anche sui bambini.
Blocchiamoli!
Restando uniti possiamo riuscirci.
Stiamo raccogliendo, anche grazie alla collaborazione di chi ci legge sul portale www.aduc.it, il Consensus Internazionale: ADHD e abuso nella prescrizione di psicofarmaci ai bambini.
Dedicare solo qualche minuto della nostra vita, al bene del prossimo, e’ davvero poca cosa.
Per aggiornarsi e’ sufficiente andare sul sito http://www.giulemanidaibambini.org .
Per sottoscrivere il Consensus: http://www.giulemanidaibambini.org/consensus/consensus_it.html.
Pochi istanti, apparentemente insignificanti, che possono cambiare le sorti del nostro prossimo. Istanti, che donano amore, unica cosa di cui i bambini hanno bisogno. Ce ne ringrazieranno i nostri bisnonni, che ci osservano di la’.

0 Commenti

Lascia un commento

Lascia il tuo commento

Lascia un commento