Discorso pronunciato per il clero ed i laici circa il Vietnam nella chiesa di Riverside a New York City

4 aprile 1967 New York City

Martin Luther King

Signor Presidente, signore e signori, non ho bisogno di pause per dire quanto sia felice di essere qui stasera e quanto sia felice di vedere le vostre espressioni interessate (nel senso di preoccupate) circa gli argomenti che saranno discussi stasera in un così largo consesso. Voglio anche dire che considero un grande onore condividere questo programma con i Dr. Bennett, Dr. Commager e Rabbi Heschel alcuni dei distinti leader e personalità della nostra nazione. E naturalmente è sempre buona cosa tornare nella chiesa di Riverside. Negli ultimi otto anni ho avuto il privilegio di pregare qui almeno ogni anno ed è sempre un’esperienza ricca e soddisfacente venire qui in questa chiesa e a questo grande pulpito. Stasera sono venuto in questa casa di culto meravigliosa perché la mia coscienza non mi lascia altra scelta. Sono con voi in questo incontro perché sono profondamente in accordo con gli obiettivi e le attività dell’organizzazione che ci ha portati a stare insieme. Clero e Laici discutono sul Vietnam.

Le recenti istruzioni del vostro comitato esecutivo sono i sentimenti del mio stesso cuore e mi trovo in pieno accordo quando leggo le sue linee di opportunità: “Un momento viene quando il silenzio è tradimento”. Quel momento è venuto per noi in relazione al Vietnam. La verità di queste parole è al di là del dubbio, ma la missione a cui ci chiamano è più difficile. Anche quando pressati dalle domande della verità interiore, gli uomini non assumono facilmente il compito di opporsi alle politiche dei loro governi, specialmente in tempo di guerra. Ne tantomeno lo spirito umano si muove senza difficoltà contro tutta l’apatia del pensiero conformista all’interno del proprio petto e del mondo circostante. Ed ancora, quando il problema da trattare rende tanto perplessi come spesso accade nel caso di questo terribile conflitto, siamo sempre sull’orlo di essere ipnotizzati dall’incertezza. Ma noi dobbiamo andare oltre. Alcuni di noi che hanno già cominciato a rompere il silenzio della notte, hanno trovato che chiamare a parlare sia una vocazione all’agonia, ma noi dobbiamo parlare. Noi dobbiamo parlare con tutta l’umiltà propria del limite della nostra visione, ma dobbiamo parlare. E dobbiamo provare diletto benché questa sia la prima volta nella storia della nostra nazione che un numero significativo dei suoi capi religiosi ha scelto di andare oltre il profetizzare del comodo patriottismo e fino alle alte terre di un fermo dissenso basato sui mandati della coscienza e la lettura della storia. Forse un nuovo spirito è splendente tra noi. Se si, tracciamo il suo movimento e preghiamo che il nostro stesso animo (essere interiore) possa essere sensibile alla sua guida. Per noi che abbiamo profondamente bisogno di una nuova via oltre l’oscurità che sembra così impenetrabile intorno a noi.

Dopo gli ultimi due anni, così come ho deciso di rompere il tradimento del mio silenzio e di parlare dal mio cuore in fiamme, allo stesso modo ho chiamato per una dipartita radicale dalla distruzione del Vietnam, molte persone che mi hanno chiesto del paradiso a cui porta il mio sentiero. Al centro delle loro preoccupazioni questa domanda è stata grandemente e fortemente minacciosa: “Perché parli di guerra Dr. King? Perché ti unisci alle voci del dissenso?” “Pace e diritti civili non si integrano” dicono loro. “Stai danneggiando la causa del tuo popolo?” loro chiedono. E quando li ascolto penso che spesso capisco la sorgente delle loro preoccupazioni, sono piuttosto rattristato perchè quelle domande vogliono dire che non conoscono me, il mio impegno o la mia vocazione. Infatti le loro domande rivelano che essi non conoscono il mondo in cui vivono.

Alla luce di alcune tragiche incomprensioni li ritengo segnali importanti per provare ad affermare chiaramente e spero brevemente, perché io credo che la strada che porta dalla Chiesa Battista di Dexter Avenue – la chiesa sita in Montgomery – Alabama dove ho cominciato il mio pasturato – conduce chiaramente a stasera a questo santuario. Sono venuto su questo palco stasera per un’appassionata preghiera alla mia adorata nazione. Questo discorso non è indirizzato ad Hanoi o al Fronte Nazionale di Liberazione. Non è indirizzato alla Cina o alla Russia. Né è un tentativo di trascurare l’ambiguità della situazione complessivae il bisogno di una soluzione collettiva alla tragedia del Vietnam. Ne costituisce il tentativo di fare paragoni di virtuosismi fra il Nord Vietnam ed il Fronte Nazionale di Liberazione ne di trascurare le regole (ed i ruoli n.d.r) che devono seguire per una soluzione positiva del problema. Mentre entrambi possono avere giustificabili motivi per nutrire sospetti nella buona fede degli Stati Uniti, la vita e la storia danno eloquente testimonianza al fatto che i conflitti non sono mai risolti senza un fiducioso dare e avere da entrambe le parti. Stasera, comunque, mi auguro di non parlare ad Hanoi o al Fronte Nazionale di Liberazione ma piuttosto ai miei connazionali americani.

Forse una più tragica ricognizione della realtà prende posto quando mi diventa chiaro che la guerra viene allontanata più che la devastazione delle speranze dei propri poveri. Furono inviati i loro figli, i loro fratelli ed i loro mariti a combattere e morire in proporzione di gran lunga maggiore rispetto al resto della popolazione. Abbiamo preso i nostri ragazzi neri che sono stati azzoppati dalla nostra società ed inviati a ottomila miglia lontani per garantire la libertà del sudest asiatico e che loro non hanno trovato nel sudovest della Georgia e nell’est di Harem. Cosi noi abbiamo ripetutamente subito, con crudele ironia, l’affronto di vedere sugli schermi TV ragazzi Negri e bianchi che uccidono e muoiono insieme per una nazione che non è stata in grado di farli sedere insieme nelle stesse scuole. Così li vediamo insieme in una brutale solidarietà nell’incendiare le case di un povero villaggio ma noi realizziamo che essi vorrebbero veramente vivere nello stesso quartiere di Chicago. Non posso stare zitto di fronte a questa crudele manipolazione della povera gente. La mia terza ragione spinge ad un sempre più profondo livello di consapevolezza, diventa troppo grande per la mia esperienza nei ghetti del Nord oltre gli ultimi tre anni, specialmente le ultime tre estati. Così come sono andato in mezzo ai disperati, i reietti ed i ragazzi affamati, gli ho detto che quei cocktails di Molotov e i fucili non risolveranno i loro problemi.

Ho provato ad offrire loro la mia più profonda compassione e comunque conservavo la mia convinzione per cui i cambiamenti sociali diventano più significativi attraverso le azioni non violente. Ma loro chiedono e giustamente: “Cosa pensi circa il Vietnam?”. Essi chiedevano se la nostra stessa nazione non stava usando dosi massicce per risolvere i suoi problemi, per portare i cambiamenti attesi. Le loro domande colgono il problema e ho saputo che non potrei mai alzare di nuovo la mia voce contro la violenza dell’oppresso nei ghetti senza aver parlato prima chiaramente al più grande fornitore di violenza oggi nel mondo: il mio stesso governo. Per l’amore di quei ragazzi, per l’amore di questo governo, per l’amore di centinaia di migliaia tremanti sotto la nostra violenza, non posso stare zitto. Per quelli che fanno la domanda: “Non sei un leader dei diritti civili?” e questo vuol dire escludermi dal movimento per la pace, ho questa ulteriore risposta. Nel 1957 quando un gruppo di noi fondò la Southern Christian Leadership Conference scegliemmo come nostro motto:”Per salvare l’anima dell’America.” Eravamo convinti di poter non porre limiti alla nostra visione di certi diritti per il popolo dei Neri ma invece di affermare la convinzione che l’America non sarebbe mai libera o salva da se stessa finché i discendenti dei suoi schiavi fossero liberi completamente dalle catene che ancora portavano.

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