Locandina A History of Violence

Titolo Originale: A History of Violence
Nazione: USA
Genere: Drammatico/Thriller
Durata: 90′
Data di uscita: 16 Dicembre 2005
Regia: David Cronenberg
Sceneggiatura: Josh Olson
Cast: Viggo Mortensen (Tom Stall), Maria Bello (Edie Stall), Ashton Holmes (Jack Stall), Carl Fogarty (Ed Harris), Richie Cusak (William Hurt)
Montaggio: Ronald Sanders
Fotografia: Peter Suschitzky
Scenografia: Carol Spier
Musica: Howard Shore
Produttore: Chris Bender, David Cronenberg, J.C. Spink

Tratto dal fumetto di John Wagner e Vince Locke

Recensione

Tratto da un soggetto fantastico ma neanche troppo, tra violenza e “american beauty” (nessuna citazione), il film ne mortifica le potenzialità con una trasposizione deludente.

Le prime immagini crude non bastano a distogliere l’attenzione dalla (voluta?) lentezza: quattro o cinque eventi “clue” e il resto è noia. Situazioni esplicite di sesso domestico scatenano interrogativi sulle motivazioni erotiche del momento di questi protagonisti, prima quadretto senza pepe poi vittime di avvenimenti devastanti; i dialoghi impiegano tranquillamente il doppio del tempo necessario: domanda-pausa-risposta anche scontata, così che il profano debba cercare il senso della narrazione nella routine quotidiana da cui risalti l’efferatezza e la sua chiave nell’ironia, passe-par-tout però non sempre valido. La colonna sonora da film televisivo in smania di suspance e le rassicurazioni della provincia rituffano in certezze che, ancora e stavolta con efficacia, contrastano con la follia dell’uomo, salvo poi ricadere in testi prolissi e in una stasi che neanche il sangue scuote; l’unica rivelazione degna di nota passa quasi inosservata lasciando nel dubbio, peraltro di breve durata, di avere capito male. Sembra il tentativo, insomma, di perpetrare uno stile originale e ad effetto cadendo nell’eccesso e dando l’impressione di un meccanismo ripetitivo o inceppato.

Quattro i “poli”: Maria Bello è Edie, bella ed espressiva da salvare la sua parte dal torpore generale, William Hurt ed Ed Harris giusti interpreti di ruoli brevi, significativi in una visione paradossale (particolarmente Hurt) e, alla fine, riusciti. Viggo Mortensen, dalla figura protagonista asettica, che non si evolve in alcuna trasformazione rispettosa della storia , è più di tutti sintomatico dell’aria che tira in questo film.

Con la reverenza dovuta a nomi illustri e alla “griffe” personale, anche stavolta è legittimo chiedersi: cosa decreta la riuscita di un film? L’attenzione che cattura, l’interesse che sa suscitare? L’impressione è che in History questo sia mancato: non è facile essere così bravi da “irretire” (vedi ancora una volta Sin City) un pubblico dai gusti più vari, piuttosto che soltanto i propri adepti.

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