Locandina Il mercante di Venezia

Titolo originale: The Merchant of Venice
Nazione: Gran Bretagna, Italia
Anno: 2004
Genere: Commedia
Durata: 124 min. (colore)
Regia: Michael Radford
Cast: Al Pacino (Shylock), Jeremy Irons (Antonio), Joseph Fiennes (Bassanio), Lynn Collins (Porzia), Kris Marshall (Graziano), Zuleikha Robinson (Gessica), Charlie Cox (Lorenzo)
Sceneggiatura: Mark Burton, Billy Frolick, Eric Darnell, Tom McGrath
Scenografia: Kendal Cronkhite
Produzione: Cary Brokaw, Barry Navidi, Jason Piette, Michael Lionello Cowan
Distribuzione: Istituto Luce
Data di uscita: Venezia 2004 – 11 febbraio 2005 (cinema)
Visione: film per tutti

Recensione

Chi ha letto l’opera originale rimarrà piacevolmente colpito dalla fedeltà dei testi e delle scene. Chi non l’ha letta, apprezzerà la poesia dei dialoghi tipica di Sir William Shakespeare e verrà trasportato in teatro a viverne la magia seduto comodamente nella poltrona di casa sua.

Senza entrare nel merito della critica letteraria né riguardo all’opera né per lo straordinario autore, una considerazione va fatta. Non si tratta di una commedia antisemita: la cattiveria di Shylock è alimentata solo dal rancore per le continue umiliazioni, insulti, azioni contro lui e la sua “tribù” (come la chiama lui). Gli ebrei nella Venezia del XVI secolo erano relegati in un quartiere isolato, il “ghetto”, quando circolavano per la città dovevano indossare un cappello rosso per farsi riconoscere a distanza, non potevano possedere beni propri e avevano come unico mezzo di sostentamento l’attività del prestito di denaro ad interesse. L’usuraio era un mestiere comune allora, senza l’accezione negativa che ha oggi. La malvagità che Shylock dimostra non deriva quindi dalla sua religione né i cristiani sono i “buoni”: ogni personaggio si comporta a seconda del suo carattere a prescindere dal suo credo, non si vedono buoni contro cattivi, ma persone che cercano di sopravvivere in qualche modo e che hanno problemi comuni, dalle pene d’amore ai debiti di denaro. Problemi attuali, che anche l’uomo contemporaneo deve affrontare quotidianamente. Ecco perché Shakespeare è un autore così moderno e che parole scritte più di 400 anni fa sono ancora così vicine e attuali.
Vediamo quindi ad esempio una figlia ebrea che deve fuggire per sposarsi in segreto con un cristiano, un uomo disposto a tutto per conquistare la sua amata, un altro uomo che è disposto a tutto per un amico, il valore dell’onore e della giustizia, il debito imprescindibile della parola data, persino ad un defunto. Temi ancora attuali, non c’è che dire.

Michael Radford firma un altro capolavoro a 10 anni di distanza da “Il postino”. L’ambientazione nelle suggestive calle di Venezia, i costumi ricercati, la colonna sonora che pare d’altri tempi, portano lo spettatore direttamente sulla scena, catapultandolo indietro di 4 secoli. Da ammirare anche il peso che il regista ha voluto dare ai vari personaggi, non relegando nessuno a ruoli minori ma dando la giusta importanza a ciascuno. Il risultato è una piacevole visione d’insieme delle varie vicende, con l’impressione di assistere ad una rappresentazione teatrale più che ad una pellicola.
Una chicca: i cartelli enigmatici messi a descrizione dei tre scrigni di Porzia sono scritti in italiano.
Due pecche che avrei evitato: la canzone che Porzia canta mentre Bassanio ragiona su quale scrigno scegliere è in inglese e non è stata tradotta dai doppiatori italiani. Io l’avrei tradotta perché, anche se di poca importanza ai fini della storia, fa parte dell’opera originale ed era corretto darle il giusto tributo.
Inoltre, il prologo che si legge all’inizio del film e che spiega la condizione degli ebrei all’epoca (da me riassunta qui sopra) è anch’essa in inglese e scorre un po’ troppo velocemente: molti spettatori si perderanno tale spiegazione, peccato.

Al Pacino è straordinario: benché come accennato si è cercato di dare peso similare a tutti i personaggi, il suo Shylock li passa tutti di un bel po’, appropriandosi della scena e costringendo lo spettatore quasi a trattenere il fiato per non perdere neanche una parola di ciò che dice.

Jeremy Irons sta bene nel ruolo drammatico dell’ambiguo Antonio, facendo cogliere che forse il suo grande affetto per Bassanio non si limita alla semplice amicizia disinteressata ma che comunque non esita a dare il tutto per tutto per regalare una speranza all’amico di conquistare la sua amata.
Colpisce molto nella scena del processo, dove quasi vien voglia di andar lì ad abbracciarlo e sostenerlo per dargli forza e coraggio e solidarietà negli ultimi attimi della sua vita.

A Joseph Fiennes evidentemente piace Shakespeare, dato che l’avevamo già visto interpretare il ruolo dello stesso in Shakespeare in love nel 1998. E’ un Bassanio giovane, bello, prestante, affascinante anche se personalmente mi ha stonato un po’ nella parte intelligente e astuta di colui che deve scegliere lo scrigno giusto che gli permetterà di sposare la sua bella Porzia.

Lynn Collins è alla sua prima parte importante e ci regala una Porzia ambivalente: da una parte dolce, gentile, a volte persino sottomessa, dall’altra abile, determinata, maliziosa e smaliziata.

Merita di esser qui riportato per intero il discorso di Shylock agli amici di Antonio da un lato perché è “l’originale” di un testo che è stato più volte copiato e citato in altri lavori cinematografici e letterari nel corso degli anni, ma soprattutto in quanto manifesto di come l’odio per altre etnie o religioni o razze (qualsiasi cosa sia “diversa”, insomma) sia drammaticamente rimasto invariato nei secoli. Potremmo tranquillamente immaginare lo stesso discorso fatto da un musulmano, da un cristiano, da un induista, da un sudafricano o un libanese, da un cubano o un vietnamita, da un americano o un francese…Riflettiamoci un po’ su.

“M’ha sempre maltrattato come un cane, m’ha fatto perdere mezzo milione; ha riso alle mie perdite, ha sghignazzato sopra i miei guadagni, ha offeso ed oltraggiato la mia razza, m’ha sempre ostacolato negli affari, m’ha raffreddato tutte le amicizie, e m’ha scaldato contro i miei nemici. E ciò perché? Perché sono giudeo. Non ha occhi un giudeo? Un giudeo non ha mani, organi, membra, sensi, affetti, passioni, non s’alimenta dello stesso cibo, non si ferisce con le stesse armi, non è soggetto agli stessi malanni, curato con le stesse medicine, estate e inverno non son caldi e freddi per un giudeo come per un cristiano? Se ci pungete, non facciamo sangue? Non moriamo se voi ci avvelenate? Dunque, se ci offendete e maltrattate, non dovremmo pensare a vendicarci? Se siamo uguali a voi per tutto il resto, vogliamo assomigliarvi pure in questo! Se un cristiano è oltraggiato da un ebreo, qual è la sua virtù di tolleranza? L’immediata vendetta! Onde un ebreo, nel sentirsi oltraggiato da un cristiano, come può dimostrarsi tollerante se non, sul suo esempio, vendicandosi? Io non faccio che mettere a profitto la villania che m’insegnate voi; e sarà ben difficile per me rimanere al disotto dei maestri.”

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