Nel mio immaginario mi trovo sul palcoscenico del teatro della mia vita. La protagonista sono io. Il regista non lo vedo, anche perché non sempre condivido alcuni capitoli del manoscritto. E’ un regista giusto, a volte severo, sempre pronto a riprovare una scena, che io senza il suo consenso, cambio e recito a modo mio. Sul palcoscenico c’è un treppiede sul quale è posto un dipinto. E’ compito della protagonista descrivere quel dipinto ed interpretarlo. La protagonista si fa chiamare “Allegra”.

Atto I

(“Allegra” sta seduta in una poltrona davanti ad un caminetto, in cui scoppietta un fuocherello vivace; vicino al camino c’è il treppiede col dipinto)

“Ingrato compito mi è stato dato; dare un’interpretazione di quel dipinto di cui non conosco nemmeno il pittore. Forse conoscendolo, potrei essere più precisa; conoscendo la sua vita…forse potrei interpretarlo meglio. Ah che faticaccia mi tocca fare, perdere il doppio del tempo per cosa poi? Guardare un dipinto, descriverlo e interpretarlo solo perché qualcuno gli è venuto sto capriccio? Bene, bene… allora vediamo un po’.”
(“Allegra” si alza e va vicino al dipinto, lo scruta, gli gira intorno, lo fissa, fa qualche smorfia, poi si blocca improvvisamente e lentamente torna a sedersi.)
“D’accordo “Allegra” calmati, concentrati. Chiudi gli occhi, respira profondamente e ascolta ciò che senti. Cosa hai visto? È come se fossero due dipinti in uno; sulla sinistra c’è una donna in lacrime, dall’espressione disperata. Gli occhi parlano quasi. Lo sfondo è nero. Volta le spalle all’altro soggetto del quadro, sulla destra, un bambino come sospeso in aria, su di uno sfondo bianco, dorme beatamente e sulle sue labbricine è abbozzato un sorriso. Va bene “Allegra”, la descrizione è andata; ora ti tocca interpretarlo. Ti senti pronta?

Atto II

(“Allegra” è assorta nei suoi pensieri, sa perfettamente a cosa sta andando incontro. Quel dipinto l’ha toccata profondamente. Si alza torna verso il dipinto e lentamente allunga la sua mano per sfiorare il volto del bambino e inizia a recitare.)

“Chiudi gli occhi e respira profondamente, della vita questa è l’essenza. Pensi veramente che nulla vale? Il respiro…è sempre questo il punto di partenza. Non ti ricordi quando sei nato, quando il primo strillo hai dato. Era l’aria nei polmoni che faceva male, come dentro una ferita il sale”
(“Allegra” si ferma…porta la sua attenzione sulla donna e continua…)
“Ma a te cosa importa, non vuoi più vivere, vuoi la morte. Perché la stai cercando se lei è già arrivata? Pian piano, come una macchia d’olio, dentro di te si è allargata. Non senti nulla, non hai più amore per la vita. Nessuno ti ha insegnato che non è una gita? No, non sottovaluto ciò che hai passato; la sofferenza che hai vissuto. Nessuno più di me ti può capire, anche io volevo morire. Il sole non lo vedevo, anche se c’era. La luna, regina del cielo, eppur per me non esisteva. Tutto era grigio, nulla aveva più colore, sentivo solo una cosa…un gran dolore. Un giorno nello specchio mi son guardata e soltanto una cosa ho pensato. Nulla può valere una vita, neanche la sofferenza più patita. Sorridi, che il mondo ti aspetta, una porta si è chiusa, un’altra si è già aperta. Cammina e non fermarti; soltanto quando pensi che non ce la puoi fare, che non puoi resistere a male…allora respira profondamente…quell’essenza…e ricordati…quello è sempre il punto di partenza.”(“Allegra”, con il volto rigato di lacrime torno a sedersi nella poltrona.)

Atto III

(Il monologo di “Allegra”)

“Nulla mi vieta di tornare indietro con il tempo, ciò che mi ha consentito di fare il dipinto. La mia anima nuda davanti a tutti ed inneggiare alla vita, a quel respiro che riempie i miei polmoni. Facilmente, perdo di vista quel respiro, dandolo sempre per scontato. C’è ancora una cosa che tocca le corde della mia anima, è la visione di quel bambino, così piccolo e fragile, dormiente e sorridente; quel bambino che si è smarrito dentro di me e non trova più la strada del ritorno. Quel bambino cresciuto troppo in fretta; quel bambino abbandonato a se stesso; quel bambino a cui non ho più teso la mano, perché quel bambino l’ho dapprima nascosto e poi rifiutato. Che mi sia di lezione, questo dipinto; che mi sia di lezione. Non ha bisogno d’essere firmato questo dipinto, essendone io stessa la pittrice. “Allegra” mi chiamo, e allora ti dico “Allegra” porta il sorriso sulle labbra di quella donna nel dipinto; asciuga le sue lacrime; cambia il colore dello sfondo; porta luce nella sua vita…perché portando luce alla sua vita…porti luce alla tua vita e ritroverai quel bambino che hai smarrito. “Allegra”, canta la vita, vibra con essa, perché nulla può sfiorare la tua anima se cammini a braccetto con essa. Sei come uno strumento nuovo in questo momento; accorda prima le corde, strimpella su di esse e vedrai che col tempo non dovrai più accordarle…perché si adatteranno ad ogni melodia che la vita ti donerà.”

FINE

Tatà

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