Uno dei maggiori impedimenti ad abbandonarsi al flusso dell’esistenza per vivere un rapporto di coppia in maniera vitale e fiduciosa è la tendenza a scivolare in uno stile di vita in cui il controllo, la sicurezza e la resistenza al cambiamento regolano il nostro comportamento e la visione del mondo.
Manteniamo dei segreti anche nei confronti delle persone che amiamo, diventiamo disonesti, permettiamo che dettagli pratici prendono il sopravvento rispetto ad una condivisione intima, viviamo al minimo della nostra energia vitale, facciamo compromessi per ottenere amore e attenzione, rinunciamo a ciò che ci fa piacere per compiacere l’altro.

In questo spazio di paura, non riusciamo ad essere veri e, non seguendo il nostro cuore fino in fondo, facciamo di tutto per non entrare in contatto con la nostra parte più intima e conseguentemente con l’altro.
Tendiamo a vivere in “larghezza” il rapporto piuttosto che addentrarci con profondità in noi stessi e nell’altro. Lentamente la relazione diventa superficiale e senza coinvolgimento, finendo poi per morire e con essa una parte di noi: la parte più vera che anela un sentimento d’amore libero puro e potente.
Vivere in “larghezza” piuttosto che in “profondità” rende vota la vita. Le nostre relazioni, diventano stagnanti e desolate, questo c’induce ad un gran senso di rassegnazione e di depressione. Spesso succede di accorgerci che stiamo vivendo le stesse modalità di relazione dei nostri genitori, di rientrare negli stessi identici modelli distruttivi, di rivivere le stesse paure, abitudini e routine, senza più alcuna gioia e interesse per la vita, ma non riusciamo a fare niente per poter cambiare la situazione.
Se siamo disposti ad introdurre nella nostra vita il rischio di osare l’onestà, cominciamo a sperimentare la “profondità”.

Lentamente ci accorgiamo come la passione per la verità si trasforma nel desiderio di vivere pienamente, se lasciamo che gli altri ci tocchino profondamente si risveglia in noi la gioia e la dignità, se viviamo in profondità, le nostre priorità cominciano a cambiare.
Non solo permettiamo che avvenga il cambiamento, ma non possiamo più farne a meno; sentiamo il gusto di abbandonarci all’esperienza della vita e ritrovare fiducia nella nostra intuizione ad onorare l’energia vitale in ogni situazione ci troviamo.
Aumenta così la stima in noi stessi e negli altri, abbiamo meno paura di essere feriti e siamo disposti ad esporci sapendo che non c’è più niente che possa ferirci perché non abbiamo più niente da nascondere. Diventiamo integri, smettiamo di nasconderci e siamo meno interessati a cosa gli altri pensano di noi ci sentiamo più inclini a seguire il nostro cuore senza preoccuparci delle conseguenze.
Sperimentiamo la quantità d’energia che si libera dal vivere in trasparenza e cominciamo a sentirci orgogliosi di ciò che siamo.
La nostra energia vitale si accende, siamo meno ossessionati dai pensieri della mente; ardiamo le emozioni, nel rispetto dei nostri reali bisogni, smettiamo di rincorrere senza sosta il piacere e di evitare in ogni modo il dolore.
Celebriamo il nostro corpo nella sua sacralità più alta, stiamo lontani dalla malattia e siamo meno propensi a fare compromessi e a prostituirci. Siamo più attenti ad ogni cambiamento che emerge nelle relazioni con chi è più vicino a noi e se sorge un turbamento facciamo il possibile per chiarirlo in una prospettiva ancora più ampia.
Quando viviamo in “profondità” ci arrendiamo al flusso naturale della nostra energia vitale, cominciamo a vivere in sintonia con l’universo anziché combatterlo. E’ sorprendente percepire come l’esistenza ci da supporto, mentre facciamo i primi passi verso un vivere penetrante, sentiamo sempre meno la voce delle nostre paure che ci vorrebbe ricondurre all’abitudine di una vita tranquillamente depressa, ci diamo in consegna alla saggezza del piano evolutivo e sperimentiamo come ogni cosa ha il suo motivo di esistere, che non siamo mai soli e che tutto è bello così com’è.

Tanto più siamo disposti ad accettare ciò che vive nella nostra totalità con i propri lati negativi, le imperfezioni e tutto ciò in passato ci diede paura e dolore, tanto più siamo propensi a uscire dalla superficialità della “larghezza” per integrarci e accogliere il cambiamento senza sforzaci di raggiungere nessuna meta, di essere diversi o di raggiungere livelli di coscienza più elevati.
Accettando ciò che siamo diventiamo più umani, più raggiungibili, più sereni e morbidi.
Gli orientali sostenevano che la nostra vita è come un albero, quando nasce esso è tenero, morbido e flessibile come un filo d’erba, col tempo diventa duro, secco e stopposo.
Se riusciamo a mantenerci morbidi e flessibili, non invecchiamo più; ovviamente questo non è possibile, però è altrettanto vero che possiamo ritardare gli effetti della vecchiaia, possiamo rimanere splendidi e prosperosi anche se il nostro corpo è incanutito. Paradossalmente, ciò che rende una persona attraente, non ha niente a che fare con la bellezza fisica o con l’immagine. L’essere attraente è determinato da quanto siamo rilassati in noi stessi, dal senso d’autoaccettazione che trasmettiamo a noi stessi e agli altri, dal nostro sentirci a proprio agio in tutte le situazioni, dalla volontà di restare in contatto con ciò che accade senza voler nascondere l’insicurezza e la paura. Dunque dal vivere nel proprio corpo e dall’essere con ciò che c’è.
Abbracciare le nostre ferite, le parti oscure, le imperfezioni ci rende integri, veri e attraenti, questo significa accettare quelle parti della nostra personalità che non ci piacciono come la negatività, la disonestà, il vizio, la rabbia, la vendetta, la competitività, e la diffidenza.

Risulta difficile non giudicare queste parti, ma quando giudichiamo qualcosa, ci viene a mancare lo spazio per restarci in contatto per esserci presenti. Non riusciamo neppure ad immaginarci come qualcuno possa amarci, quando mostriamo queste parti che giudichiamo “poco evolute” facciamo di tutto per nasconderle e fingere che non ci siano. Tuttavia più cerchiamo di reprimerle, più escono fuori in modo indiretto tramite giudizi, critiche , sbalzi d’umore, irritabilità e accuse nei confronti dell’altro.
In un certo senso le nostre relazioni sono uno specchio fedele del nostro livello di maturità, di fiducia e d’integrazione. Le relazioni diventano quella palestra in cui possiamo veramente allearci e sperimentare la fiducia nella vita. Se rimaniamo aggrappati alle nostre vecchie abitudini, l’energia vitale che ci avvicina all’altro lentamente muore, se l’amore e l’intimità non scendono in profondità, diventeremo superficiali e deboli. Quando non ci apriamo alla nostra vulnerabilità, rischiamo di indurirci e legnificarci fino al punto da non poter scambiare più niente con l’altro e l’amore che c’era all’inizio lentamente morirà.
L’integrazione si palesa nelle nostre relazioni, quando scopriamo che è più importante l’amore che avere ragione. Si mostra, quando cominciamo ad assumerci la responsabilità di guardare dentro di noi invece di proiettare tutto sull’altro. Maturando, troviamo la capacità di scegliere l’amore anziché il conflitto perché sappiamo dove ci conducono certi nostri comportamenti infantili, non permettiamo più che sia l’altro a farci sentire importante e soddisfatto. Siamo più capaci di stare con noi stessi e di stare bene ugualmente anche quando l’altro non è disponibile o in qualche modo ci delude.

La maggiore difficoltà che incontriamo, quando scegliamo di vivere in “profondità” la nostra esperienza d’integrazione è la “paura del vuoto” con cui non possiamo fare a meno di confrontarci. Se guardiamo il mondo attraverso gli occhi di un bambino traumatizzato andare in profondità nel sentire il vuoto interiore sembrerà un incubo senza fine. Facciamo di tutto per sottrarci a quest’esperienza spaventevole con i nostri affetti, “l’andatura veloce”, i figli, certe sostanze, il superlavoro, anche l’angoscia dei nostri lati oscuri, essi rappresentano ancora qualcosa da cui possiamo fuggire per dare significato al vivere.
Tuttavia ciò su cui ci basiamo per dare significato alla nostra esistenza, sarà spazzato via perché in realtà non h a sostanza. In realtà esso non è altro che lo scudo delle false identità costruite dal nostro ego per evitare il confronto con quel vuoto che da qualche parte, in un angolo della nostra consapevolezza sappiamo esiste e che costantemente scansiamo perché non ci sentiremo mai pronti per affrontarlo. La prova più profonda della nostra fiducia la sperimentiamo, quando c’incontriamo con questo spazio, quando siamo veramente nudi a noi stessi, privi di qualunque identità e non c’è niente con cui unirci.
Ci arrendiamo al flusso della vita e siamo disposti ad accettare ogni cosa non più con rassegnazione ma con innocenza. Innocenza che nasce da una radicata fiducia in qualcosa di molto più grande di noi stessi e, tuttavia, non più esterno a noi, ma interrelato con la nostra connessione più profonda dell’esistenza.

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