Che la mente umana abbia un ruolo nei processi di guarigione è cosa risaputa da tempo.
Così come da tempo siamo a conoscenza dell’effetto placebo, effetto per il quale un individuo che crede di prendere una medicina, mentre invece assume un prodotto finto, sta bene veramente.
Sono tutte tutte cose che conosciamo da tempo e sulle quali oggi, come non mai, anche la medicina ufficiale sta prendendo una posizione precisa.

Nel mese di Ottobre 2003 si è tenuto il XIX Congresso della Società Italiana di Medicina Psicosomatica dedicato a “L’Autoguarigione”, un tema certamente insolito per un congrasso medico e che si è ispirato alla formulazione di Groddeck:

Il Congresso ha affrontato temi impegnativi quali: “ i meccanismi psiconeuroendocrini e relazionali dell’autoguarigione ” ; “ il cancro e l’autoguarigione: sviluppi e prospettive ” .
In definitiva il Congresso è arrivato alle seguenti conclusioni:

  • La Medicina deve rivolgersi non solo alla malattia, ma al paziente nella sua globalità, coinvolgendolo e rendendolo responsabile del processo di guarigione
  • Solo mettendo in gioco le energie vitali del paziente la medicina è in grado non solo di sconfiggere la mallattia, ma di migliorare il benessere naturale.

Parlavamo dell’effetto placebo, ed esso è in effetti la dimostrazione pratica della stretta correlazione fra mente, malattie e guarigione.
In media un placebo (ossia una pallina di zucchero che si crede sia una medicina) funziona bene in più di un terzo dei casi con punte, secondo alcuni studi sulla morfina, del 54% dei casi.
Ma c’è di più: uno studio ha infatti dimostrato che somministrando della vera morfina a coloro che erano stati trattati con placebo:

  • Il 95% di quelli che reagivano al placebo reagivano anche alla morfina
  • Solo il 46% di quelli che non reagivano al placebo reagivano ora alla morfina

Questo dimostra che, in alcuni casi, anche le medicine vere richiedono delle “ convinzioni ” per poter funzionare.

Un altro interessante studio venne condotto monitorando 168 suore francesi ed ha dimostrato che buonumore e longevità vanno a braccetto.
All’ età di 85 anni infatti:

  • Il 90% delle religiose che all’atto dei voti era di buonumore era ancora in vita
  • Solo il 34% delle consorelle che all’atto dei voti era di cattivo umore si trovava ancora in vita

Il distacco si manteneva negli anni ed alla veneranda età di 94 anni buonumore batteva malumore 54% a 11% !

In conclusione possiamo di certo affermare che, oltre a dirigere le nostre azioni e la nostra vita, il cervello assume un ruolo fondamentale anche in relazione all’insorgere delle malattie e, ricordiamolo bene, al processo di guarigione.

FONTI PER I DATI:

  • Riza Psicosomatica di Gennaio 2004
  • I Livelli di Pensiero di Robert Dilts
  • Focus di Aprile 2004

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