Come si fa a volare nel cielo delle luci, come si fa a entrare nella televisione?
Lo voglio sapere perché qui è tutto diverso da quello che uno si aspettava, è tutto una falsa e momentanea illusione di pace, di democrazia.
Una mostruosa abulia trasforma lo scontro, anche fisico, in violenza innaturale o in ermetica morte.

Perché? Solo su un albero, non pensando a nulla per pochi minuti, ritrovo l’animale e ho desiderio di nudo, ho desiderio di versi e non di parole.
Come si fa? Secondo me non è qualche cosa di naturale. Voglio dire nutrirsi, accoppiarsi, essere esseri liberi della natura, con il freddo nei polmoni e il caldo sulle guance.
Non è certo naturale. I castelli si erigono tra le strade e i soldatini vengono disposti in ordine dal grande bambino, l’ipnosi si insinua nella pubblicità.

Ed ecco che orizzonti di vincoli si avvicinano e divengono triste realtà, ed ecco che la neve scende giù nera, e profuma di petrolio.
E perché morire di fame? Mentre in occidente l’ombra nera dell’esaltazione o della repressione striscia tra le grigie città, in altre zone del mondo i lamenti del troppo si trasformano in lamenti del poco, il pensiero e la vita dell’animale sono un sogno.

Ma cosa ne vogliamo sapere noi. Infatti. Possiamo solo lamentarci di non avere la linea ADSL.
Forse è colpa di quel maledetto vuoto, di quell’essere alberi tra gli alberi, di quell’ essere organi (ci si accorge di noi solo per fastidiose operazioni).

Cosa vuol dire tutto? Mi sono stufato. Essere di pane e formaggio. Essere pugni di grano nel caldo sole estivo, e porgere il proprio oro al vento, cadere a terra leggeri tra gli altri chicchi e dormire dolcemente in inverno, aspettare di diventare un’altra pianta, gialla e ondulante nel tempo.
Essere solo un chicco trai chicchi. Affliggersi per il tutto, torturare la propria mente per ore non è qualche cosa di naturale? Voglio dire, noi moriamo, ma la vita non è immortale? I geni si intrecciano nelle generazioni successive e precedenti, la vita ci spinge, l’infinito è già qui. Non troviamo né fine né inizio.

Forse il problema è proprio la geometria, quella falsa e non scientifica, quella dello schematizzare le parole e non i fatti, del dare importanza solo relativa alle cose, quella dell’essere piccoli, quella di ritenersi più colti ed essere invece i più ignoranti. Le persone che amo di più sono quelle nemmeno sfiorate dalla iattanza, dalla tracotanza, chi sorride per ciò che per noi è solo un dovuto vezzo quotidiano.

Mi fanno ridere i coltissimi, mi rattristano quelli di media cultura, infarinati di filosofia, credenti delle proprie piccole convinzioni (come le mie), con posizioni che gli permettono di socchiudere le ciglia e camminare guardando nulla, stimo lo scienziato che indaga a testa bassa, disprezzo quello esaltato da una dialettica di cui ha capito un millesimo. Siamo figli del nostro tempo.

Domenico Di Memmo

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