C’era una volta su un lago una casa
tutta di vetro, era come fatata.
Dentro la casa una piccola cella.
e lì ci dormiva una bimba bella.
Sola soletta, nella sua villa,
mille pensieri e mai tranquilla.
Dalla finestra poteva guardare
ma non raggiungere, lontano: il mare.

Il vento, la notte portava il suo canto
che sulle onde moriva come un pianto.
“Che hai bella bimba”, le disse la luna,
“da pianger tanto della tua sfortuna?”
“Lo sai, dolce luna, che qui son sola,
non sento da tempo una sola parola”
“Ma come, hai i tuoi libri, la musica, l’arte
i versi e i dipinti, le dotte tue carte!”
“Tu parli assai bene, regina del cielo
nel tuo regno di stelle, per te come un velo!”
“E allora io, cara”, urlò irato il sole,
svegliatosi brusco da quelle parole
“chi ho io con me che mi tiene la mano?”
“tu sei il Gran Signore, dai guai sei lontano.
Son io, poverina, col vuoto nel cuore
quaggiù sul mio lago, e senza un amore”

Passaron le notti, i meriggi e le sere,
all’alba di un giorno passò un cavaliere.
Non ricco o potente, ma di nobile aspetto
perdente alle guerre, ma scaltro e furbetto.
La bimba lo vide, era bello e piacente,
ma lo guardò poco, per non dire niente
Lui aveva un gran dono, però, la parola
che offrì “generoso” alla giovane sola.
E con quel suo presente alla piccola fata
con tre tentativi la prese incantata.

Non sempre in quel modo era stata la dama,
più forte e sicura, di fatto e di fama.
Ma i suoi desideri e il suo gran dolore
le chiusero gli occhi e le aprirono il cuore.
In fondo sapeva lei stessa che quello
non era il suo amore, ma quanto era bello!
Il sogno ebbe inizio: vederlo un momento,
fermarsi e scappare, perché c’era vento;
domani di nuovo, e tenergli la mano,
di corsa, ché dopo volava lontano
pensava: da lui, no, non posso tornare,
ma poi non riusciva a farlo aspettare.
Il suo sentimento non sapeva mentire
e le cose più belle le volle far dire
Il bel cavaliere le ascoltava beato,
ma non ne conobbe mai il significato
perché lui che sapeva così ben parlare
non era alla fine capace di amare.
E le sue dolcezze per la dama in questione
non gli fecero mai pronunciare il suo nome:
per lui era “stellina” come cento altre in cielo.
Lei pensava all’amore, con sugli occhi un velo.

Un giorno lo scaltro, leggero e incostante,
cambiò direzione, da cavaliere errante
perché, come ognuno di lui può cantare
“la sua strada, più che dama, ancor deve trovare”.
La sua bimba, abbandonata non credeva al suo dolore:
“Perché, perché mi lasciasti tu, mio vero amore?”
“Ben ti sta!”, inveì il sole, da dietro la montagna
“ti lamentasti troppo con quell’insulsa lagna!”
La luna lo ammonì, e a lei una parola:
“Che farai ora, che sei di nuovo sola?”
“Prendimi con te, nel tuo regno incantato”
“Non posso dolce bimba, è già troppo affollato!”

“Ma una cosa per te, però, la posso fare,
raccomandarti di tutto cuore al mare.
Così sarai, per questo, la mia ancella
a cinque punte, con la forma di una stella.
Laggiù non sarai sola, avrai amici, tanti
e sempre tutti intorno a te, mai distanti”
Così il mare la prese, via dal lago, ormai ghiacciato,
tra i suoi flutti, e la appoggiò sul fondo salato
E a tutti gli abitanti della profondità marina
che non sapevan di lei, rispose: sono stellina!

Manuela

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